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Full text of "Il Museo Pio Clementino"

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THE DORSCH LIBRARY. 



The private Library of Edward Dorsch, M. D.,of 
Honn», Michigan, prenntedU) the University or Michi- 
gan by bla wldow, May, 1W8, In aecordance nilb a wiBh 
expieaaed by him. 



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LE OPERE 

ENNIO QUIRINO VISCONTI 



CLASSE PRIMA. 



MILANO 

PRESSO GLI EDITORI 
UDCCCXIX 



Do,1,7cd.yGoOglc 






Do,1,7cd.yGOOglc 



IL MUSEO 



PIO CLEMENTINO 



ILLUSTRATO E DESCRITTO 



ESNIO QUIRINO VISCONTI. 



VOLUME II, 



MILANO 

PRESSO GLI EDITORI 

HDCCCXIX 



Do,1,7cd.yGoOglc 



Tipografia Destefàiii6. 



Do„,7cd,yGOOglC 



4 

PREFAZIONE 

DELV AUTOnB. 

ir OCHE sono le cose delle quali vuoisi 
Tendere inteso il lettore al principio di 
questo secondo tomo. Il piano dell'opera 
e la classificazione de* monumenti sono pre- 
cisamente i medesimi di quelli che si an- 
nunziarono nella prefazione del primo. Sic- 
come però g// acquisii, de' quali in questo 
frattempo la munificenza di Nostro Signore 
ha arricchito il Museo , ci forniscono di 
varj soggetti , che secomlo l* ordine propo- 
sto dovrebbero aver avuto luogo nel prima 
volume } si sono questi soggiunti nell' appen- 
dice alla classe delle Deità , come si era 
nella prefazione stessa avvertito. 

Riguardo- allo stile e alla maniera con 
cui son trattati g/i argomenti, non -vi rav- 
viserà chi legge nessuna diversità , non o- 
stante che il nome dell'espositore sia can- 
giato. 

Il fu Ab. Giambattista Visconti mio 
padre j la cui memoria sarà sempre negti 
anndli dèlie belle arti preziosa per lo zelo , 
per r intelligenza e pel disinteresse coi 



iyo.i..-.j^),Coo^lc 



6 

quali ha servito due Pontefici nella grande 
impresa delia collezione che ora pubblichia- 
mo j era già dalle fatiche e dalle indi- 
sposizioni piucchè dalT età cotanto abbai' 
tuta, che quando s'incominciò Fedizione dei 
jtwnum^Ui J^atìcani non era in istaio di 
contribuire alla esposizione altro quasi che 
il nome, lo che v'impiegai sin d'allora le 
mie occupazioni , continuo nello stesso as- 
sunto e col metodo stesso: onde per que- 
sta parte V opera non comparirà di pia 
mani. Temo anzi che il pubblico non vi 
troverà nemmeno quella sola differenza^ 
per cui avrei bramata distinguere il prc 
sente volume} cioè, che i soggetti vi fos- 
ser disimpegnati con magg^r sapere. Per 
quanto mi sia studiato d apportarvi la pos- 
sìbile diligenza, non mi lusìrtgo che i prò-, 
gressi che abbia potuto farv verso Perù- 
dizione in questi due anni assai distratti, 
vaiano tanto per porre in qualche van- 
ta^ìo questo secondo volume. 

Mi son permesso qualche volta nelle noie 
alcuna picciola digressione ^ tendente però 
serrare o ad illustrar meglio qualche mo- 
numento, o ad intendere qiudche espreS" 
sione d'antico autore, o a rilevare qual- 
che equivoco di moderni eruditi. Siccome 



DowcdDyGoOgIC 



f utSìià di simili ometti è incoTHrastabìle ^ 
spero che non si vorrà essere ionio scru- 
polosi per esigervi sempre una connession)e 
tjuasi necessaria co' miei arenanti. 

Ho detto che V utilità di siffatte osser^ 
vatiùni è fuor di contesa, non facendo caso 
d* atcnnì dC estenuano V importanza de^ 
studj anti<fuarj. Siccome (fuesio gènere d'e- 
rudizione non è accessibile che per mezzo 
delle lingue morte , cancelli quasi insupe- 
ràbili a una gran parte de* moderni sa- 
pienti y si sono impegnati a discreditarlo y 
non altrimenti che la volpe d* Esopo fa- 
eea delfuva. 

lo non ho qui luògo per ribattere ex- 
professo le loro ftivóle espostulaeioni : farò 
soltanto osservare che ben può applicarsi 
alle coffiizioni antiquarie paragonate cogli 
annali delle nazioni la rimessione preposta 
da Plutarco alle sue f^tte , che farebbero 
cioè, Conoscer gli uomini grandi meglio che 
le pubbliche storie possano far^, rilevando 
quelle picciole azioni , que^i apoftegnù e 
quegli aneddoti della vita privata che fan 
risaltare il carattere delP uomo più che le 
recite deUe battaci» a i'enumefiatione delle 
grandi imprese di pace. 

L* antiquaria ci fa conoscere in pàrti- 



Do„,7cdDyGoOglc 



« 

colare e a minuto i costumi , /' indole , le 
usanze , i riti , le opinioni , le arti , ìe re- 
ligioni, le memorie, le tradizioni e le scienze 
de* popoli antichi j il pregio , ^ usi , le 
qualità , le regioni di molli prodotti della 
natura : e cosi facendo , ci porta ad una 
più esatta e più completa conoscenza della 
storia deli' uomo « del mondo e della so- 
cietà , di quella che possa attingersi nella 
storia civile , che pur maestra della vita 
y appella , e'I cui merito non si questiona ^ 
tanto più ch'è la più facile e là più spe- 
dita di tutte le cognizioni umane. 

Oltradiciò lo studio dell' antiquaria è inr 
tintamente connesso colla vera intelligenza 
de' classici greci e latini, i quali son come 
tante faci che ardono perennemente per H- 
luminare la vera strada- delle lettere e delle 
scienze a tutti i secoli , finché dagli abissi 
del tempo e dalla rivoluzione delle cose non 
emerga un altro popolo cosi favorevolmente 
combinato per esser la gloria e la guida 
del genere umano, Come lo fu il Grecò. 
Allora I monumenti di questo popolo pò- 
tran farci trascurate gli antichi : evento 
che ad ógni riguardo non può prevedersi 
per tutta quelV estensìitn di futuro che la 
probabilità e la coagétlui^a possón rendere 
prescrulabile alle viste de^i uomini. 

bg„„vJ.,COOglC 



9 
La cornitela delle lettere accusò già U 

' nostro secolo della sua indolenza per la lei* 
tura de' classici : né le scienze che tanto 

sfioriscono possono assicurare i nostri po- 
steri dalla barbarie , giacché sono ancor 
esse solette ad esser rivolte alle sottigliezze 
ed al frivolo , e còsi a dimenticare i loro 
o^tti reali (i). Per reggerie nella lor car^ 
riera nulla di più a proposito che la lei- 
tura degli antichi. Fu conseguenza della 
buòna direzione che si dava alle ricercke 
scientifiche f se da minor nurrKro di cogni- 
zioni ritrasser frutti magiari di noi mo>- 
demi, Noi sappiampiU di fisica, e siamo 
rnen robusti e men sanif più di monde , 
e i capi <t opera delia legislazione soh de- 
gb' antichi ì aiòiamo scopèrto un. nuovo 
mondo , ed essi t^ean pm orot e fórse più 
comodi e più piacéri; abbiam più scienze» 
eppure abbiam lettere -W 'arti tanto infer 
riori. 

Ma lasciando siffatte discaàsioni super" 

flue pie veri letterati, e forse vane per; 
^ipocriti della letteratura, debbo preve- 
nire chi le^ che in 'questa volume con-- 

(i) Andrei: Dell'origine, de* prognssì e deDo slato 
«ttiule d'ogm leueratataf tomol, cip* 16 > p>49*< 

DowcdDyGoOgIC 



tiensi U rimanente delle statue die spu- 
tano otta doise delle Deità eitùche , ed « 
compartito con quest'ordine: Si. comincia 
eolle Dekà. itt/emaUf le quali sieffiono a 
^udle del deh , del mare e della terra 
esposte, nel prhio volume, appresso ven- 
gtm presentate quelle Divinità che furono, 
secondo t opinione de^i stessi gentili, pa- 
late in cielo per apoteosi, esseruto uomini 
mortali associati y per le loro meravi^iose 
azioni o invenzioni, al rango degli Dii, 
come Esadapio , Ercole, ec. Sonò schie- 
rate appresso le Divinità create , per coti 
dire, dalle Ungì^, le quali servendosi d'al- 
cuni nomi astratti per denotare le qualità 
de^ uomini, delle cose e degli acddenti , 
come Pudicizia , Eternità , Vktoria ^ ec , 
han dato occasione a* poeti di pa-sonifi- 
carii, e alla superstidane dì divinizzarli, 
Siegttono le Deità Mrahierey dette da^ 
antichi peregrine, per non essere state ri' 
cevuie che tardi ndla greca ed italica su- 
perstizione, come indipendenti dalla greca 
mìioloffa. Tali sono ^i Dii egizj ed orien- 
talL Assai piii ricco è il Museo di mom^ 
menti d Efflto, di quello che le poche sta- 
pte effdc riferite in questo volume possano 
persua^fÌQ, ,]^ le altre, per non essere 



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ancor ristauratBf non ti son potate iaddere, 
e ù daranno nelle appendici. Una di sif- 
fatte appendici contenente tredici statue di 
varie divinità è so^un^ dopo gli Dìi stra- 
nieri , come si è disopra avvertito, 

Soa disposti appresso i soggetti apparte- 
nenti alia storia eroica , indi quelli che la 
storia antica risguardano , cioè la greca e 
la barbarica, e finalmente in maggior co- 
pia i ruotivi tdla storia romana. 

Di questa specie ne restano ancor pa* 
recchj da riportarsi nel terzo tomo insieme 
colle statue appartenenti a* costumi de^ 
antichi , e colle appendici per tutte le classi 
registrate nel tomo presente. 

Prima però di dare alla luce il compi- 
mento d^e statue , servirà come di pa^ 
rer^ U quarUh tmlume contenente parte, 
de' bassiriiievi del Museo. Sembra che U 
pubblico ne desideri Y editione con qua^ 
che sollecitudine , essendo gue' soditi più 
ampli e più, eruditi che la ma^ior parte 
delle statue non possano esserlo, e questa 
trasposiaone non cagionerà verun disor* 
dmcj tanto più che è preceduta da un il^, 
lustre esen^io nella grandiosa edizione detie^^ 
Antii^tà Ereolanesi, dove i bromi e le 
pitture itmosi con iella varietà frammes^ 
xati. 

Do,1,7cd.yGoOglc 



R sig. Ludovico Mirri f editore deltope^ 
ra, non risparmia ne cure, né spese per 
farsi benemerito de^i amatori deW and- 
^uaria e deììe arti 'del disegno. Haprocu' 
rato che i rami del presente volume su- 
perino per esattezza , per Jtnitezza e per 
gusto quelli del primo : e sembrandoci che 
alcuni de' già pubblicati non diano una 
adequata idea del ■ meritò degU origimdi , 
ha impegnato il sig. Luigi Cunego , il quale 
può riguardarsi giustamente come uno dei 
primi bulini d' Italia , a replicare parficchj 
rami che si daranno gratis a tutti i si- 
gnori associati, come a tutti quelli che han 
fatto acquisto del primo volume. Spera, cosi 
facendo t di presentare a^i amatori un edi- 
zione degna de* mirabili monumenti che 
contiene, e mostrar la sua giusta gratitu- 
dine oHe premurò dello stesso pubblico 
ch'eli ha sperimentate nel copioso smer~, 
ciò dell edizione. 

Resta ora ad a^uhgere qualche motto 
a proposito delia prospettiva premessa a 
questa prefazione, e che rappresenta la 
grandiosa porta della Sala rotonda del Mu- 
seo Pio. Cosi viene a soddisfarsi la pa- 
rola data dair editore di esporre con ta- 
vole m rame i monumenti noti solo che si 



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iS 
consorvano tri qtèesto incomparabU Mus^, 
ma ben anco le piànte y gli spaccati e i 
principali punti di vista della gran fah- 
briea , degna per la sua nobile architettura 
di. contenere i capi d' opera delle arti an' 
tiche. 

Questa gran porta della Sala a croce 
greca y cK è la prima dopo le scale per le 
quali dalla biblioteca Vaticana si ascende 
al Museo (^i)y apre V ingresso ^ come s'è 
detto i nella gran Rotonda. Gli stipiti son 
di bellissimo granito rosso , appartennero 
già ad una vetusta fabbrica nel campo 
Marzio presso la moderna regione detta 
Parione j credula da' Romani Topografi 
quella delle Terme Neroniane. Trasportati 
nella Munizione della Basilica praticano y 
non erano stati mai posti in opera sinché 
non furono destinati all' ingresso di un edi- 
Jizio più utile , e forse non men magnifico 
delT antico. Il superbo granito rosso in cui 
son tastati è notabile per alcune non pic- 
ciole macchie basaltine che si vedono a 
luogo a luogo j e che meritano l'attenzione 
de' Litologi, Attica è la lor proporsiofte e 
la loro modinatura. 



i'ì /^«4»si^la Pianta prame.ua olla prefiuione del 
omo J, 



bo.i..vJ^),CoOglc 



Il cornicione dorico dentellato, cke Jbr- 
ma corona' col suo fre^ ed architrave td^ 
V interno di questa Sala , ricorre anche 
aitila gran porta, sennonché di più ricco 
materiale è costrutto. Il Jregio è diffwiiio 
rosso , ed i^ lettere cubitali di metallo da' 
rato vi si lèg^ 

MVSEVM PIVM: 

il resi» e di candidissimo marmo lunensè 
intagliato con somma e squisita eleganza. 

In detto cornicione di qua e dì là della 
gran porta formansi due risalti, i quali 
nel fregio sono ornati di trìglifi di metàOo 
dorato. Su questi posano due gran vasi di 
simil granito , e sorge nel mezzo una spe- 
eie di timpano semicircolare, nel quale è 
murato un bel frammento di bassorilievo 
rappresentante una di quelle cacce di fiere 
che insanguinavano gli spettacoli di Roma 
antica. Ciocché di più particolare dee no- 
tarsi in questa scultura avrà luogo in uno 
da' volumi de* hassirUievl, 

I medesimi laterali risalti posano su due 
singolari sostegni in vece di colonne do- 
riche. Son questi formati da un roccliìó di 
colonna di granito rosso , con sua Base 
utilmente intanata ^ con pUnto a zoccolo 

bg„„vj.„Cooi;[c 



iottopostm. Questa ct^nna mozta viene 
arricchita nella sua sommità d'una- ^fecie 
di cimasa formata da un omamerOo di 
metallo dorato. Sopra s'innalzano i due 
colossi del medesimo granito rosso orien- 
tale rappresentanti due ^gatodemoni o buo- 
ni Genj egiziani j fatti situare dall' impe- 
radore Adriano aW ingresso forse del Ca- 
nopo nella sua famosa villa di Tivoli. La 
descrizione può vedersi in questo volume 
alla tav, XVIII. P^oglio solo osservare che 
g/i EgizJ neW inventare questa specie di 
Cariatidi seguirono il loro costume ,, il quale, 
secondo Pomponio Mela (i), portava, che 
al contrario delle altre nazioni , g/i uomini 
sostenessero i pesi sul capo y le donne su- 
g2{ omeri. L' idria che vien retta dalle due 
statue è stala per mi^ior simetria ornata 
di follami di metallo doralo. Su questa , 
oltre una sommità di colonna col suo col- 
larino , sor^ il capitello dorico , intarlato 
con untale eccellenza di tutti g// altri mem- 
bri , che sostiene lo sporto in fuori del 
cornicione. 



(i) Pomponio Mela, Desitaorbii, Ub. l,i;ap.^, 
Nymphodor, -apud Sckol. Sophoel. Oedip. Colon. 
V. 35o. 



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i6 

jy filtro non tedierò U lettore, dopo averto, 
soltanto avvertito d un errore scorso nel 
primo volume t pag. 74, no(o(i), ove l ab- 
breviatura TRICHIL d* un' antica lapida 
dee spiegarsi assolutamente per 'Trichìlay 
invece di Triclinio , come al^ra inconside- 
ratamente avanzai. 



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•7 



STATUE 

DEL 

MUSEO PIO CLEMENTINO 



TAVOLA I. 

Plutone *. 



^LLE deità del cielo, del mare e della terra, 
riportate nel primo volume , aggiungiamo quella 
dell' inferno , cioè il Giove Stigio , il Giovo 
Sotterraneo (i), il Giove Dite conosciuto co- 
munemente col nome dì Plutone o dio ricco, 
nome che al latino Dite sì riferisce. 

L' orrenda maestà nel fiero aspetto 
io manifesu pel re delle ombre, e piii lo di- 
stingue il Cerbero che gli posa ai piedi : la- 
nitor Orci. Non fo motto del biforcuto scet- 
uo che ha nella sinistra , essendo questo ripor- 
tato dal rìstauratore , e non osservandosi in 



* Alto palmi cinque e once tre; col plinto palmi lei. 

(0 FLotoiie è nomato Giove Sotteiraneo da Omero, 
IL 1, V. 457. Anche in Eskbio, v> Zev$; Zf^ MKW- 
yd^MOC, Gtove Sotterraneo. 

Museo PiO'Clem. Voi. II. a 



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mano a Platone in vcrun monumento. Conviene 
bensì al suo capo il modio o calato, emblema 
di ricchezze e d* abbondanza , come a quel 
nume , cui le dovizie diedero il nome , e che 
l' arbitro ne fu riputato , confuso perciò so- 
Tente con Fiuto ( nXovroc ) dio della ricchezza, 
divinità aUegorìca, e immaginata piuttosto dai 
filosofi e da* poeti , che venerata da' popoli. 
Le miniere de* preziosi metalli che nelle vi- 
scere della terra s* ascondono , fiiron motivo 
che se ne ascrivesse la signoria al nume dei 
regni sotterranei o infernali , che vai lo stes- 
so ()). Forse per una simìl ragione fu creduto 
Fiutone il nume de* morti , essendo stato co- 
stume antichissimo quello di servirsi delle spe- 
lonche e d* altri luoghi sotterra per seppel- 
lire i cadaveri , e così nascondere quelle me- 
morie della nostra caducità che offendono i 
sensi e contristano la fantasia. 

Il Cerbero che sta a' piedi del nume , è 
rappresentato in figura d' un cane tricipite , 
come in tutti i monumenti ancora esistenti, 
quantunque assai varie fosser le immagini , 
sotto le quali gli antichi poeti e mitologi sei 



{■} Jn sede Maaiutn opes quaerimiu, nos ad inforos 
agunt. Plinio, 1. XXXII, i; Platone nel Cratilo, e Ci- 
cerone, De aat. Deor., lib. Il, cap. 26, soggiungono 
QD'altra ragione de' nomi di questo dìo. Ecco le parole 
delt'iihimo 1. e: Terrena autem vis omnìs, a Itfue natura 
Diti patri dicata est : tjui dii/es et apud Grcecos XVLovtoVt 
qita et reciJant omnia in tetris , et orianiur a Itìrris. 



bo.i..vJ^),CoOglc 



'9 
figurarono (i). Gli angui che gli aVTincóiio il 
triplice collo, DOn sono ommessi nelle pth e- 
leganti descrizioni che ne sono a noi per- 
Tenute. 

Quello però che nel nostro simulacro in- 
teressa piii à' altra cosa lo sguardo del sagace 
conoscitore , è la perfetta rassomiglianza che 
ha colle immagini di Serapide. Si osservi fralle 
altre quella riportau dal Fabbretti (a), e poi 
dal Cupero (3), cfae in tutto confronta colla 
presente « ed è scolpita a bassorilievo su di 
un' ara a Serapide dedicau. La storia antica 
e la mitologia rendon conto di tal simiglianza. 
Sappiamo dalla teologia pagana che ìl dio 
de' morti si 'chiamava Serapide presso gli E- 
giz} (4) , e dalla storia apprendiamo eh' ebbe 
un tempio in Menfi antichissimo y un altro ia 
Racòti , luogo ove fu edificata Alessandria i 
che incominciò appunto da quest'epoca ad esser 
più conosciuto Serapide, e che il suo culto diven- 
ne più divulgato dachè il primo de' Tolommei 
fece, a motivo d'un suo sogno, trasportare u 
Alessandria un vetusto simulacro di Giove 
Dite o Infernale , venerato con antichissima 



(i) Vengasi SpanhemiO) De praest. , et utii .._.... 
dittert. VI, dove rammenta le varie figure date da' 
tologi al Cerbero. 

(a) Inscript., cap. TI, n. 2o. 

(5) In Harpocrate. 

(4) Julian. imp., oraL IV. 



,y Google 



religione in Sinòpe <àttà non ignobile del 
Ponto. Questo simulacro giunto poi in Egitto, 
■e riconosciuto per Plutone dal Cerbero e dal 
serpente , ebbe il nome dì Serapide , o Sara- 
pide , divinità indigena ed analoga al gì eco 
Plutone, col quale amarono di confonderla (i). 
Esigeva ciò il genio de' Greci, e ben conve- 
niva alle circostanze degli Egiziani : godevano 
ì primi di ritrovare nel culto di tutte le na- 
zioni la lor teologia : desideravano questi d'uni- 
formarsi alle opinioni religiose della nazione 
dominante , senza abbandonare del tutto i lor 
riti, e ritenendo almeno i vocaboli già consa- 
crati nelle lor teogonie- 

D' allora in poi tutti i popoli seguiron 1' e- 
«empio d' Alessandria , e il Plutone , o Giore 
Dite de' Sinopiti , fa venerato dal paganesimo 
sotto il nome dì Serapide. Così ebbe fama una 
divioìtìi dell' Egitto oscura sino ai tempi d' A- 
lessandro Magno , e fu ritratta in figura , at- 
tributi e ornamenti affatto inusitati alla pri- 
gione egiziana. Tali sono la barba, il calato 



(i) Può vedersi tKUa questa narrazione presso Tacilo, 
Bis!., lib. IV, cap. 35; Plutarco, nel libro De Iside et 
Osiride, osserva su lai proposito che questo nume mutò 
nome giunto che fu in Egitto : Otj yàp IxeViev orroj 
òvo/ia^ó/isvoi ^xEf, dXX' eU 'A?,E^a9op£iav MOfiuràete 
rò vap" AryvjtrioK òi>0(ta lov JiXviòvoi; ixriiaaro , 
"XtapaxìBoii. Poiché non venne di là {A» Sinòpe ) con 
questo nome, ma trasferito in Alessandria ottenne il nome 
che gii Egizj danno a Plutone, che fu quel di Sarapide. 



bg„„vJ.,C00glC 



e r abito affatto greco , cose tuue che non 
doTerano far dubitare ì moderni dell' origine 
PoDtica delle sue immagini (i). Difatti Dionisio 
il geografo, ch'era Alessandrino, lo riconosce 
pel gran Giove di Sioòpe (a); e nelle monete 
di questa città , che divenne poi colonia ro- 
mana , B* incontra frequentemente l' efBgìe di 
questo nume (5). Osservo ancora che il ca- 
lato o modio si vede sul capo di' quasi tutte 
le antichissime deità asiatiche , come del Giove 
Labradèo di Milaso , della Giunone di Samo , 
della Nemesi di Smirna , delle Diane di Ferga 
e d' Elfef o : e , o voglia questo attiibuto spie- 
garsi per un vestigio delle colonne adorate 
ne' prischi tempi in vece de' simulacri , secondo 
il parere del Buonarroti , o secondo quel degli 
antichi voglia interpretarsi per simbolo del- 
l' abbondanza e della dovizia , dì cui si ri- 
guardarono questi Dunti come dispensatori , 
simbolo tanto pili conveniente al Giove Plu- 
tone , Giove Dite o Giove ricco de' Sinopiti: 

(i) Pure ne ba volato dubitare Jablonsky nel suo Pan,' 
theon Mgrptlum, lib. II, cap. S, § 5; e lib. IV, e. 5, 
§ 12 e i3i a ciì> l'hanDO indotto l'etiraologie. Qui giova 
OMervare che nguaimcnie incerte soo qnells del nome 
di Serapid« rìpetnte da' greci ictittorì. 

(a) Dionit. Periegei. , veri. a55 ; 

^ivavÌTao ÙJÒ^ (teyoÀouf ^XaSspav. 
Del gran Giovo di Sìaope il deluhro. 
(3) Vedasi VaUlant , Suini oolonier. ia Badriano, ti, 
P«8- i6i. 



,y Google 



qualunque sia , dico t il significato che TOgHa 
darsi a quel modip , sempre dovrà riconoscersi 
per uno di que* fregi chiamati da GioTenale (i\- 

^sianorum vetera ornamenta Deonim. 
Io fatti , per quanto cariche di pompose de- 
corazioni sien le teste delle figure egiziane , 
nulla tì si distingue che al modio delle pris- 
che divinità asiatiche s' assomigli \3). Quindi 
comparisce inverisimile 1' opinione d' alcuni pa- 
dri (3) , i quali supponendo al modio di Se- 
rapide un' origine egìzia , han pensato allu- 
dersi con questo simbolo all' abbondanza pro- 
curata da Giuseppe all' Egitto , e han traveduto 
quel patriarca nelle immagini di Serapìde. 

Quantunque la scultura del nostro Fintone 
accusi r epoca della decadenza delle arti (4) * 



(0 Sai. IH, veri, ai 8. 

(a) Colta considerazione di questa provenienta delle 
immagini di Serapide cesserà la dubbiezza di Caylus sn 
questo calato, del quale ebbe a dire tMe Fécìaìrcissement 
est plus à désirer qu'on ne le doit etpAer. Recueii, t. Ili, 
pi. XV, n. I. 

(3) Ruffino, Hist. eccl, lib. II. 

<4) Le statue di Plutone che esistono sod tutte di 
mediocre scalpello, e tutte equivoche con Serapide. La 
Bua tnunagìae suol incontrarsi per& ne' bassìrilievi espri- 
menti il ratto di Proserpina. L'unica testa di Plutone 
che sia senza modio e senza la fisouomia appropriata a 
Serapide, si ammira fra le tante rarità dissotterrate da 
S. E. il 5Ìg. principe Chigi nel Lanrentino. Questa è di 
stupenda scnlturs, ed ha un aspetto, cosi terribile pei 
lineamenti e pel disordine de' capelli, che si manifesta 



Do,1,7cdDyGoOglc 



epoca nella quale il culto dì Serapide riuniva 
quasi in un solo oggetto la moltiplice religione 
del politeismo (t), pure è stimabile per la 
sua integrità , e per rappresentarci forse l' im- 
magine stessa di Fiutone da Sìnòpe trasportata 
in Alessandria (a). Certo che il vedere sulle 
moneie di tante città greche- asiatiche impressa 
la stessa effìgie sedente col Cerbero a' piedi (S); 
1* osservarla replicata non solo in hassirilievi , 
ma ancora in istatue , come in quella del tem- 
pio di Pozzuolo , ora a' Portici , ed in un' al- 
tra in villa Borghese, alta quale è stata ìnne- 



subito per Plutone. Era da iciiestarsi sul torso, e perci& 
lo sapponeva tatto vestito , come osserveremo in appresso 
essere stato proprio delle immagini di questo nume. 

(i) E curiosa una Uminetta che si conserva io Roma 
presso r erudito sig. conte De-Luca ; ha questa leggenda 
Eie ©EOC CEPAinC : f/>»M Deus Serapù. Caylus , 
Recuell, tata- IV, pi. 57, n. 5, ne riporta una alquanto 
analoga. Non mi diffondo su questo soggetto , parte per- 
chè non è oscuro a' filologi , parte perchè vi dovrb tor- 
nare a proposito di due superbi busti di Fintone Sera- 
pide che arricchiscono il Museo Pio-Clementi no. 

(3) Per amore della verità deve avvertirsi , che per 
quanto sembri probabile tale opinione , pure il Serapide 
nelle medaglie di Sìnòpe è in piedi. Vedasi la dìsserta- 
sione di Belle^ sull'era di Sinbpe^ Memoiret de tAcad. 
des Inscripiìoits , tom. XXII in 4-"» dal i75a al 1754- 
Cosl in piedi e nella stessa attitudine è la bella statuet- 
ta di bronzo di Serapide nella galleria granducale di 
Firence. 

(3) Vaillant , Nùmismata Graeca Impp. passim. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



H 

staift una (esu imberbe e non sua} fa eon- 
getturare che celebre per la devozione dei 
popoli ne fosse divenuto 1' originale. ' 

Il nostro marmo -non lascia d'esprìmere od- 
l'aria del volto quel non so che di torvo e di 
feroce , notaio da WincLelmann come caratte- 
rìsiico di Plutone (i), cui sovente è apposto da' 
Greci l'epiteto atvyepói (a), stygeros, che vale 
odioso. L' amor della vita avea destato quel sen- 
timento d' avversione che si ebbe pel dio della 
morte , qnindi , come deità Docente e maleBca * 
fu talvolta considerato e confuso da' Greci col- 
l'Arìmanio de' Persiani (5), ch'era il prÌDcipio 
del male presso quegli antichi dualisti. Singo- 
lare certamente è la lapide che or si conserva 
nel Museo Pìo-Glementino , e eh' è dedicata a 



(i) Winck«)mann , Sloritt delle arti del disegno, I. V, 
c»p. I, § a8. 

(a) Omero, II. Ò, v. a66. 

(3) 'À^eiftavriQ è 'At9tjc yrapà Tlépaaic. -^rimane k 
Plutone presso i Persiani. Hesjch. v. ' A-petua/v^q, Dio- 
gene Laerzio , trattando de' dae principi » *^'*^^ '• tó /lèv 
ÓPOfia eh&i 2W( xai 'Opopóadiis , rÓ 9è ASrii xai 
'Apetfuato^ In prooernio: Che tana ( cioè il bnono) ha 
nomeGiove, ovvero Oromasde, Coltro {cìoi il malvagio) 
ha nome Plutone , ovvero Arùnanlo, Anche Plutarco , 
quando Barra cbe la regina Amestri sacriiìcò a Plutone 
vittime umane, sotto il nome di Plutone A^( ha vo- 
lato intendere il cattivo principio , eh' è l' origine del 
male, o lia Arinumh. 



,y Google 



aS 
questa malifoa deità. Piacerà al lettore vederla 
qui sotto rìferiu (i) : 

Toroando al simulacro , è da notarsi che le 
mani sodo di moderno ristauroj che la destra 
dovea regger la patera , o aure stesa verso il 
Cerbero; la siuistra stringere un'asta, o uoo 
scettro, qual suol vedersi in mano di Serapide 
ne' monumenti ; scettro che ben conviene a Plu- 
tone 000 solo come a re dell* Èrebo , ma Leu 
anco come a condottiero de* popoli (3); scettro 

(0 D - ARTHANIO 

AGRESTI\'S ■ V • C 
DEFENSOR 
HAGlSTEft - ET 
PATER • PATRVM 
VOTI CD 
cioè: Dea An'manio Agrettias vir clitrissimus defensor, 
magister et pater pairum voti compos dkavit. I titoli dì 
difensore e maestro, forse degli Auf^ustali, tono cariche 
municipali ; la prima non distava molto dal tribunato 
della plebe nella romana repufaUìca: il tìtolo di maeitro 
conveniva a molle lovrintendeuie sacerdotali e civili. Il 
nome poi di padre de' padri è particolare delle cerimo- 
nie Hitriache, provenienti anche queste come il nome 
d'Arimanio dalle persiane superstisioai- Qnesia lapide 
dee certamente considerarsi come rarifsìma, ed i bene 
strano che mentre in Persia questo nome odioso , che 
Tale r immondo , non si solca scrivere per segno d' ab- 
bomìnasione che in caratteri rovesciati, sìa stato in 
occidente invocato co' voti ed onorato con altari. Vedasi 
il dottissimo libro di Tommaso Uyde, De rtU^ìone Per- 
sarum. 

(a) Uno de' nomi di Plutone fu quello di 'Arctn^à; 

Do„„-cd.,Cooglc 



26 

che vien soTente mterpretalo ilagli antichi pel 
uìlometro , o la misura dell' escrescenze del 
Pfilo, solila depositarsi nel tempio del dio Se- 
rapide (■). RimaogODo ad osservarsi alcune piante 
scolpite all' intorno del calato , le qtiali per dod 
essere abbastanza distinte sodo state omesse dal 
disegnatore. Quantunque per altro non sien che 
accennale ', pure ci additano arbori glandiferi , 
la relazione de' quali a Plutone non è molto 
chiara. Ciò non osunle il vedere cosuntemente. 
replicata 1* iihmagine di tali piante e sul calato 
d' un picciol Plutone presso il rioomaio scultore 
8Ìg- Bartolorameo Cavaceppi, e su quello che 
adorna il fine del capo i, lib. ti della Storia 
delle arti , mi fece pensare all' elee , arbore fu- 
nereo e gtaodifero. L' elee era , come il cipresso, 
una pianta sepolcrale e di tristo augurio (3), 

e 'Av^aiXaoi: , che vuol dire condottiero o radunatar» 

de' popoli, per U ragione che^ come dice Dante: 
Tutti convengali qui if ogni paese. 

Ved. Calliniaco, Bymn. in lavacr, Palladis, v. iSo > ed 

ivi Spanhemio. 
(i) Saida, v. l,ópairK- Ruffino, Hist. eccl., lib. II. 
(3) L'ecloghe di Virgilio, ove per ben due volte il 

malo augurio si fa sentire dall' elee : 

Sinistra cava praedixii ab ilice comix. 

Ecl. I e IX; e i versi dell' XI A^W Eneide, v. 849 e 

legi, ne' quali ti descrive così un sepolcro: , 

.... Fuit ingens monte sub alto 
Regis Dercenni terreno ex aggere hustum 
Antitjuì Laurentis , opacaque ilice tectum , 

prvvano abbastanza quanto avanziamo. 

bg„„.d.yG00glc 



37 
qiÙDdi può rìpniarsi consecrau a Plutone é co- 
me al nume de* morti , e come 4 deitii Docente 
e Ainesta. Non tanto il color nero delle me fo- 
glie , quanto il non rallegrarsi eoo nessun fiore 
e mostrarsi insensibile, alla letizia dell' anno , fe- 
cero tener l' elee presso gli antichi per arbore 
tristo e lugubre (i). 

Il raro bassorilievo che adorna nel rame il 
piedestallo del nostro Plutone ( tav. /. ) , si con- 
serva pur nel Museo , e fu dissotterrato ad Osiìbi 
dove Winckelmann l' avea veduto. Rappresenu 
Amore e Psiche presso al irono di Plutone e 
di Proserpina, favola narrata con Unto vezzo da 
L. Apulejo. Il Plutone è ùiolto simile alla statua 
nella positura , nell' abito e negli aitributi , 
tranne il calato, che non ha sul capo> benché 
sembrasse a Winckelmann , forse per dimend- 
canza , d' avervelo osservato (3). L' abito , come 
nella statua , mostra pochissimo nudo, ed è al- 
lusivo all' oscuriti , tutta propria del nume del 
Tartaro, espresso perciò in qualche antica pit- 



(■) Queste espreaaioni tono di Plinio, XVI, aS: Non 
enìm omnes ( arborei J florent , et sant TBISTES gaae- 
dam, quaeque non sentSant gaudia ànnorum, nam ncque 
ILEX etc. itilo Jlore ^xhitaraitir. D« queiU e dalla nota 
antecedente si può inferire che l'elee era pianta lagn- 
bre presso gli antichi , benché si legga il contrari» in 
Macrobio, Salar. II, 16, forse per errore. Il non fiorire 
dell' elee dee intendersi pel non aver fiori colorati e 
distinti. 

(3) Winckelmann, Storia delle arti, lib. V, cap. i. 



Do,:,7.dDyGoOglc 



3S 

tura (i) col capo velato; oscurità, onde presto 
i Greci avea sortilo il nome d* AiSth, Aides , il 
cai senso vale, oscuro, invisibile. 

Osservazioni delV autore pubblicate nel tom, yil 
dell' edizione di Moina- 

Ho aeguito alla pag. 3o ropioioue comune* 
secondo la quale il Giove de' Siaopiù ebbe il 
some di Serapìde poiché fu trasportato in Egitto. 
Uà fatto che riporta Diogene Laerzio sembra 
potersi obiettare a questa opinione. Diogene u- 
dendo dire che Alessandro conquistatore del- 
1* Oriente solea farsi venerare sotto il nome dì 
Bacco : e voi soggiunse , fatemi Serapide : àk- 
Uidendo alla sua patria che era Sinope dove 
Serapide si venerava. Se il fatto è vero , Sera- 
pide era già il nome di questa divinità del 
Ponto. Jablonaky ha preso il partito di negare 
il latto ( Pantk. £gjpt. , L IJ,c. 5, § 5 ) : ma 
come non ha potuto allegare in contrario se 
no^ delle deboli congetture fondate su d' in- 
certissime etimologie , sarà meglio convenire che 
Serapide era il nome che i Sinopesi davano alla 
lor principale divinità, e che T origine dì que- 
sto nome è ancora ignota. 

In questa pag. e nella sottoposta nota ho seguila 
ancora l'opinione comune degli antiquarj che cre- 



(i) Mei sepolcro <le' Nuoni dov'è la favola d'Alcesti- 
de, tav. XXVI. 



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=9 
dono rappresentato Ercole in atto di render? 
ad Admeto la morta Alcestide nella pittura citata 
del sepolcro de* Nasoni (tav. io): ma poi nella 
mia operetu sulle Iscrisiom Triopee , {laroù 
arer meglio spiegata quella pittura che rap- 
presenta, a mio credere* le nozze d' Àlcmena e 
di Radamanto celebrale negli Elisj coll'ioter- 
vemo d' Alcide. 

TAVOLA II. 

D A H A I D E *. 

Questa elegante e curiosa figura fu scavata 
fralle reliquie dell' antico Foro Prenestioo , del 
qnal cavamente , fecondo dì rari pezzi d' anti- 
chità, e si è parlato altra volu (■),• e nel 
decorso delle illustrazioni si avrà nuova op- 
portunità di parlare. Prima però che su questa 
bella statua veruna conghiettura io proponga, 
conviene che la presenti al lettore spogliata 
d' ogni riattamento , e quale dalla terra con- 
servatrice fu estratta nella sua genuinità e nella 
sua mutilazione. Era questa una figura femmi- 
nile mancante afìTatto di braccia, e di ciò che 
colle braccia sostiene, deoapiuu bensì, ma 

* Alta palmi lette e un quarto ; tema il piloto palmi 
■ei e tre qaaiti. Fu troyaU nelle ruine dell' antico 
Foro Preneitino oell' orto de' FF. Dotuiaarj di Pale- 
B trina. 

(I) Tom. I , UT. 6. 



DonzH ..Google 



So 

avente poco lontano una testa assai singolare,' 
per proporzione alla sutua pienamente adatta- 
tile , e per qualità specifica dì marmo statua- 
rio perfettamente uniforme. -Ho detto singolare, 
per 1' espressione degli occhi affatto nuova e 
significante. Sono questi socchiusi in maniera 
che le palpebre superiore ed inferiore sono 
quasi contigue, senza però che la superiore 
sia stesa , come nel sonno, ma ravvicinate sol- 
tanto ambedue , come negli occhi da lungo 
pianto spremuti suole avvenire (i). U inclioa- 



(i) Questi occhi, per dir così, conniventi, sono mollo 
diversi da quelli< d' alcune statue di stile volgai-meote 
chiamato etrusco, le quali ancora sembra che abbiano gli 
occhi socchiusi, ma ciò non è altro che uno stile o ma- 
niera di disegnar quella parte, propria della più vetusta 
scultura. Winckelmann {Storia delle arti, lib. If f , e. 3> 
§ 4 ^ ^) ^^ porta gli esempli, e lì chiama occhi stiac- 
ciati, tirati all' ima ed intagliati al medesimo livello del 
sopracciglio. Nella nostra statua all'incontro, ch'è d'una 
maniera larga ed elegante, son così fatti a solo motivo 
dell'espressione. Rilevo qui con piacere questa circo- 
stanza delle antiche maniere greche o eirusche, perchè 
serve a spiegare con somma probabilità una favola o- 
scnra narrata da Strabone e accennata da Licofrone. 
Dice il primo, al lib. VI, che nella citUt d'Eraclea era 
una statua molto antica di Pai) ad e ( dovea esser dì quello 
stile eh' etrusco appelliamo ) , che questa sì diceva por- 
tala da Troja , e che avea gli occhi socchiusi : se ne 
adduceva per motivo che avendo alcuni coloni ateniesi 
trucidati presso al simulacro della dea quegli antichi 
abitatori d' Eraclea che vi si erano rifugiati , il simula- 
cro strinse gli òcchi per non mirare quella 



,y Google 



5i 
aìooe della- vita e la mancansa dì vestirò ve- 
runo intorno al corpo dove appoggiassero le 
braccia , fece imiiiagiiiare che qneste dovessero 
pendere a sostener qaalcbe peso , lo che dalla 
sitaazioDC di tatte le iaferiori articolazioni più 
sì rendeft Terìsimile. Ad una. femmina seminada, 
che dall' abito appunto dovea sembrare una 
ninfa , altro peso non parea convenire che 



profanasìone del ino santnario, e cogli occhi coti con- 
nÌTenn timaje: T17C 9è TpófV xaroaùoQ imiu^tOP 
xoumnat rò t^c *A5»?»c t^i '12aó9oc ifto/POf Ì9pth 
fUfov àvTÓÒi , òxefi xa^a(tvtTiH fiv^évimr àxoffxa- 

fléfOr TOH ÌKETOV imo 'lÓM» TÒf èXÓ9T09 TflP ^ÓÌM . . . 

^eótWirStat 9i noi vvv xena(i.vov tò ^o/vof, 'iTaftòv 
(tèf oSv xai TÒ ovTO /tvStévetP , otrre ftii (tówof xa- 
Tafivaa* ^ktuóftivoUy »a2!aaup xtù tò h 'LUf» àxo~ 
vrpa/p^oA Mara taf Ka,auór9pag ^MOftòp , à?^ 
Mai Mora/tvov deixyvir^at. Danno per una prova delia, 
colonia trojaita venuta colà ( in Eraclea ) la ttauia Ji 
Minerva ÌUade che vi sta collocata, la quale favole^iano 
che socchiudeste gli occhi allorquando gCtotu, ^cke presero 
la ciao , ficer forza ai r^^ipatì nel tempio .... a^pwi- 
gono che si mostra la statua cogli occhi socchiusi anche 
adesso conniventi. È veramente una temerità lo spacciare 
siffatte favole , non contentandosi di dire soltanto, che 
parve che la statua socchiudesse gli occhi {come di quella 
d Ilh, che volgesse la faccia altrove quando fu violata 
Cassandra ) , ma sostenendo che si vede ancora cogli oc- 
chi socchiusi, h' ouerratioue fatta da Winckelmann iagli 
occhi co«t manierati nella icultiira de' primi tempi > ci 
d^ la chiare di qne*t* popolar traditione che , lungi dal 
provenire, come declama Strabene, da nna temeraria 
impoitora, derìrava solo dal vedere alla ftalna occhi 
siffatti, qnali ne' tempi della perfeiione dell' arte, non 
tembraroDo eiier senza significato o lenia motÌTo- 



bg„„.d.yG00glc 



^ello dì on'urna da versar acqua ;- cosi le tu 
adattata di moderno la conca o lebète , e que* 
sto per fermezza fu retto «ovra d' un tronco : 
dal lavoro però delle* piégbe , che ora dietro 
al sostegno rimaogODO , chiaramente apparisce 
che il tronco nell* antico noD vi esisteva , il 
vaso dovendo perciò essere di metallo. G>8l fu 
messa insieme la figura d' una ninfa piangente , 
qual presso a poco era uscita dal vetusto scal> 
pello. Allora una nuova opinione sì risvegliò 
al primo esservarla , che non già una ninfa , 
ma una delle famose Danaidi fosse rappresen- 
tala nel bel marmo che abbiamo in vista. La 
conca sembrò allusiva al lor supplizio nell' in- 
ferno , dove continuamente porun acqua ad 
empire un vaso che non ha fondo (i) : il 
pianto parve assai confacente e al rimorso 
dell' antico delitto « e al travaglio della conti- 
nua lor pena. Potea certo pensarsi ancora es- 
sere una «di quelle ninfe , che delle lor lagri- 
me per la perdita di Marsia fecero scorrere un 
fiume da queirinfelice musico denominato (2), 
e che formasse queste statua 1' ornamento di 
qualche fonte : le frondi bacchiche scolpite nel 
ristauro intomo al sostegno del vaso , erano 
relative a questo pensiero. Ma la poca veri- 
fiimìglianza che quel sostegno per cut unica- 



(1) Di qncsu favola si parlerà piti a luii|go nella spie 
gazione di due bassiiilicvi del nostro Museo, 
(a) (h'id., Mctamorph. , lib. V. 



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55 
mente potea passar 1' acquedotto , esistesse ini 
antico , e il sapere che le Belidi aveaDo simu- 
lacri insigni in un luogo de* più cospicui di 
Boma , cioè nel portico d' Àpolline Palatino , 
mi fa preporre quest* ultima denominazione, 
essendo abbastanza nota la cura che le colonie 
e i municipi ^otichi arevano d' imitar ne' loro 
pubblici edifìz) le situazioni , i disegni e ^i 
ornati de* fori e de' templi romani (i). 

Le cinquanta statue della nipoti di Belo , 
figlie di Danao , alternavano nel bel portico 



(i) Si (a che le colonie avevino persino il lor Cam- 
pidoglio : a questo proposito merita d' esMr riferita ana 
igcriiioDc, dovuta anche questa agli scavi eseguiti a Fa- 
lerooe nella Marca per ordine di Nostro Signore , nel 
cui Museo Fio-Clementi no si castoditce. £ di questo 

IMP ■ CAESAJtE 
TRAIANO • HADRIANO 
AVG ■ III - COS 
VIA ■ NOVA - STRATA ■ LAPIDE 
PER MEDIVM . FORVM ■ PECVAR 
A ■ SVMMO ■ VICO - LONGO ■ AD 
ARCVM ■ IVNCTVM ■ CAPITOLIO 
EX ■ COLLATIONE ■ MANI • PRETII 
POSSESSORVM' • CIRCA ■ FORVM ■ ET • SE 
GOTIANTIVM • ITEM ■ COLLEGIA • QVAE • AT 
TINGVNT ■ EIDEM - FORO 

II ■ VIRATV 

n dottiisirao signor abate Morcelli, nell'aureo libro De 
stilo ùiscriptionum , ha riportato questa lapida illustrando 
la singolarità di sintassi che ci presenta verso il fiae. 

Museo Ph-Clem. YoL li. ?, 



Do,i,7cd.yGooglc ■ 



S4 

Palatino le pregiate colonne afì-ieane die il 
BOSteneTano. 

Tota ( il portico] erat in spea'em Paenà digesta coiumnù 
Inter quas Danai /emina turba senis} 

dice Properzio (i): e poco diversamente Ovi- 
dio (3): 



(1) Propert, II, el. 3i , verv 3. 

(1) Ovid-, Tritt., el. I; e Art. am., lib. I, ove pare 
si descrivono gli ornati di quel bel portico: 
Quaeque parare necem miseris patruelìbus aasae 
BeUdes et strido siatjèras ense pater. 
Da questo distico inlendiamo che v'era il simulacro an- 
cora di Dacao: anii da an luogo di Persio può argo- 
mentarsi che fosservt effigiati esiandìo i figli d'Egisto, 
e che queste figure fosser di bronzo: Ìl suo antico Sco- 
liaste espressamente ce rassicura. Il luogo di Persio t 
questo, dove deride l' opinione che sì avea nel volgo, 
di ottener da que' simulacri la cognision del futuro per 
mezzo de' sogni, sat. II, v. 55: 

Bine lUud subit avrò sacras quod ovato 
Perductt facies ; nam fratres inter ahenos 
Somnia pituita fu/ purgathsima mitttmt 
Praecipui sunto, sitque ittis aurea barba. 
Ivi soggiunge lo Scoliaste: Acron tradii, quod in porticu 
ApoUinis Palatini fuerunt Danaidmn effigies , et contra 
eas sub divo totidem eqaestres piorum JEgitthi. Ex kit 
autem staiuis quondam dicebantur per tomnum dare ora- 
oda. Fa d' uopo avvertire che il Broukuiio al I. e. di 
Properzio male arguisce da questo passo dello Scoliaste , 
cheleDanaidi ttabant habitu novarum nuptaram , e peg- 
gio il Mardini nel descrivere ìl Palatino vuol provare 
con Persio che quelle sUtue eran dorate: ì versi del 
Satirico proviw tatto Ìl cootrarìo , sapponeodo un sa' 



Do„„-cd.,Cooglc 



«5 
Ducor ad intonsi candida tempia Dei . 
Signa peregrinisi ubi sunt alterna columnis 
Belides, et striato stat ferus ense pater. 
NoD è dunque inverìsìiuile che i PrenesUDÌ ab- 
blaa abbellito i portici del lóro foro , che ser- 
viva SDche d' area al celeberrimo tempio della 

perstùioso, che per aver delle visioni voglia dorar la 
barba ad alcune- Osservo gli errori di qneiti dae lette- 
rati a solo line d' insinuare la lettura originale de' clai- 
sici a chiunque voglia acquistarsi idee giunte delle cose 
auliche, lettura che dì gìoruo in giorno sì va rendendo 
men familiare pel ribrezzo che a' incoinìncia ad avere 
allo studib delle lìngue dotte. Aggiungerò una cosa so- 
lamente che riguarda il curioso costume di dorare per 
ringraziamento o per voto una parte sola del simulacro, 
come sarebbe la testa o la barba. Questa è una singo- 
larissima iscrizione in due versi greci incisa nel plinto 
d'una statuetta d'Esculapio trovata al vicolo de'Lìutari 
pressd il teatro di Pompeo, ne' fondamenti della casa 
appartenente a' rinomatissimi tipografi Faglìarini. Eccola 
alquanto mancante per le rotture del marmo : 
a CQTHP ACKAHniE . . . XPTCON EXETCEN 
. . N02 YHEP TEKNtìN rlAOTlOT ETS AMENOS 
O salvatore Esculapio .... sparse l'oro 
. , no, come avea fatto volo pe' figli dì Gìlrlo. 
Le parole mancanti son forse: 2fl KPATI, cioè sid 
tao capo : e nel verso seguente un nbme proprio dissil- 
labo, come, per esempio, Terpnus. Sicché il distica in- 
tero sar^be: 

Sì aoz^ 'A(rM?ifimè oS xpcéa vpvffòv c^nx^sy 
Tepxvòz vxep Téwvov Vikvis év^afievù^. 

Ecco appunto ciò che dicea Fetiio: auro sacràt ...per' 
ducis fa<des. 



,y Google 



56 

Fortuna Primigenia, cc^Ia copia ìd marmo d'al- 
cune delle cento statue del Palatino. ' 

Maggior credenza potrà acquistare tal dima- 
mento, se si consideri che la romana supersti- 
zione aspettava oracoli da que* simulacri (i),onde 
i Prenestini per aumentare sempre più il con- 
corso alle famose lor sorti, avran voluto avere 
alcuna eziandio di queste immagini tanto accre- 
ditate presso il vulgo della metropoli. 

Si rende così molto probabile la denomina- 
zione della nostra Danaide , la cui scuimra o 
à riguardi la mossa, o le belle forme del nudo, 
o il ben ripiegalo panneggiamento , non lascia 
desiderare cbe una conservazione maggiore , ed 
è ben degna di credersi tratta da' capi d' opera 
dell* antica statuaria , quali dovean essere i cento 
simulacri in bronzo de'Belidi, levati forse da 
qualche tempio greco, e collocati da Augusto 
in un sito che fu 1* ultimo sforzo della sua ma- 
gnificenza (3). 



(0 Pers., sat. II, ver». 55; ed ivi lo Scoliaste. 

(3) Sembra che nel portico d'Apollo Palatino foster 
collocate le statue de'Belidi, come lo etano quelle delle 
Amazoni nel portico della Diana Efesina: ma per le 
Amasoni era una ragione, euendo esse state le fonda- 
trici del tempio d'Efeso; all' incontro non si comprende 
che relazione potessero avere i figli d' Egisto e di Da- 
nae col tempio d'Apollo. Percii congetturava che fossero 
state trasportate da qualche tempio della Grecia, sennon 
tutte, almeno in parte, al quale avesser avuto maggior 
rapporto : tale poteva essere staio il tempio di Minerva 
Lindia fondato dalle Danaidi (Erodoto, U,. cap. iSa), 



,i„vj,,Coo'^[c 



5? 
Osservazioni dell'autore pubblicate neltom. Vtl 
dell' edizione di Roma. 

Sodo suto dubbio se questa donna piaogeote 
fosse Dna delle niafe che fersaa lagrime sul 

come quel dì Diana Efesina lo fu dalle AnuKonì. Po- 
trebbe anche indovinarsene nn altro motivo, cioè- che 
essendo le Danaidì «tate le prime a portare in occidente 
1 mister) e ì libri arcani dell'Egìlto (Erodoto, lib. II ^ 
cap. i6i )f fossero le toro statue erette nel tempio Pa- 
latino, dov' erano depositali i libri Sibillini, eh' erano 
appunto dh che di piii arcano e di pììi misterioso co- 
noscesse la religione di Roma antica. Qncsta forse fu la 
ragione per cai nel più bel vaso etrusco cbe esista sott 
dipinte le Danaidi quando furon conccdnie in premio 
a' vinciloi'i de' giuochi, giusta la bellissima spiegazione 
di quel vaso che fa 'Winckelmann {Storia delle ani del 
disegno, lib. III, cap. 4; § 36 e seg. ). Questo vaso servì 
per a\-ventiira ne' riti delle Tesmoforie , ed osservo che 
l' esposiiivne di Winckelmann cresce sempre di proba- 
bilità più che si riflette su quella elegante pittura. Nel 
piano inferiore si vede una figura virile con asta a tre 
punte, barbala e sedente, e presso ad essa una femmina 
quasi non curante il certame. Questa i sicnramente A- 
mimone, nna appunto delle Danaidi contenta del suo 
TVettuno che si riconosce al tridente. Si osservano nella 
composizione nn' ara , presso cui siedono alcune femmi- 
ne, e de' rami d'olivo o d'alloro. Sì l'ara che t rami 
sono allusivi all' espiazione delle Danaidi dall' omicidio 
de'lor cugini e mariti, seguita appunto prima delle se- 
conde lor nosze ( Apollodoro , lib. II ). 'Winckelmann 
ha beni) errato quando ha credulo veder due femmine 
«n d'nn sol cocchio: una delle figure k virile, ma que» 
sta corresione aumenta tempre pib la probabilità del 
tao esposto. 



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38 

fino di Mania 1 o niw delle Danaidi. Mi «ou 
determinato allora per questa opinione; credo 
adesso la prima assai pih verisimile. Primiera- 
mente la naditb della 6gura convìen meglio ad 
noa I^ajade che ad una eroina ì in secondo 
luogo è suto egregiamente provato da Eckel 
{ D. N. , tom. lY » pag. 49^ e segg. ) che la 
statua di Marsia era elevata ne' fori delle co- 
lonie romane, e che era ami riguardata come 
un aimbolo de* privilegi di queste città. La sta- 
tua di cui ù ragiona fu scoperta nel foro Pre- 
nestioo , e la città di Frenesie era colonia. 
( y. Volpi, Latium, t. IX, pag. i65 ); ond' k 
verisimile che le ninfe piangenti Marsia ac- 
compagnassero il simulacro di questo Sileno , 
che così r appellano gli antichi scrittori , e que- 
sto nome distingue ì Fauni barbati di età pro- 
vetta. Quanto alla ragione perchè la statua di 
Marna fosse un ornamento proprio del foro 
nelle romane colonie , io credo che altra non 
ve ne sia, se non che lo studio di queste città 
privilegiate in imitare la metropoli. La sutua di 
Marsia era collocata in Roma nel foro vicina 
al tribunale. Y. riardini, £oma vetus^ lib. Y, 
e. «j ; ni so come un motivo sì semplice e ve- 
riaimìie sìa s&iggito ad EckeL 



,y Google 



59 
TAVOLA III. 

EsGDLAPIO CD IgIA*. 

D* Esculapo dio delle medicioa , e d' Igia 
sua figlia dea della salute, parlano uaio i mi- 
lologi e gli antiquari , che non occorre qui ri-^ 
copiarli , uè aggiunger nulla sulla patera , sul 
bastone e sul serpe lor simboli , né sulla giù* 
fltezza di questa allegorica filiazione. Raro è bensì 
questo gruppo trovato nel medesimo scavo della 
sutua precedente , cioè nell* annco foro di Pre- 
Deste, per esser l'unico in marmo di tutto ri- 
lievo che ci offra unite queste divinità assai 
spesso congiunte in gemme, in iscrìùoni, in 
medaglie e in bassiiilievi. Dico l'unico, percb& 
di quello di Firenze nella gallerìa non resta 
die la sutua d' Esculapio e una sola mano 
della Salute (r). In quello ambedue le figure 
erano stanti ; nel , nostro la figlia è in piedi ^ il 
padre siede : questa diversità renda il nostro 
assai pih pregevole , poiché lo possiamo credere 
una copia di quello descrìttoci da Pausania , 
come il più illustre fra tutti i simulacri d'Escu- 



* Alto palmi sei meno un' oncia ; MDza il plinto pal- 
mi cinque e nn quarto. Fu trovato nell' orto de' ££, 
Dottrinari di Paleitriaa. 

(i) Vedasi l'elegantissima deacriiione di qnella reale 
galleria, pubblicata dal veramente erodilo signor abate 
Xjaniij pag. 44- 



Do„,7cd,yGOOglC 



4o 

lapio. Dice egli che (i) il più celebre fino ai 
suoi tempi fra' simulacri ^Esculapio , secondo 
gli jérgivi, rappresenta in candido marmo il 
nume assiso , e presso di lui sta in piedi la 
figlia. La grazia della composiùone , taoto supe- 
riore alla mediocre esecasione del gruppo , uel 
tempo stesso che Io dimosira una copia , ne 
persuade sempreppiii la provenienza agcenaata. 
Le teste sodo aattche; ma adattatevi dal restau- 
ratore , conservano però le fisonomie (a) e i ca- 
ratteri riconosciuti propij di queste divinità. 



(i) Patuan., Argol., sive lib. Il: Xò 3i iimpaMara- 
rov 'Apyeioii ' kffMXijitteioy ayaXfta èp' ^(iSv^ éjfei 
xaÒ^Hevoif 'AffìtK^xtof XiSts Aevxov, xeù xap' ao- 
%òv iffi^xev tytta,. 

(a) Ad Eaculapi» i lUU adattaU nna teiu con bar- 
ba , euendo per lo piii barbalo questo nnine ne' monii- 
menti , cominciando dalla stupenda gemma del Museo 
Stroizi co) nome d' Aulo. "San i però che d' Eaculapj 
Imberbi non faccìan menzione gli antichi, e non ne abbiano 
rinvenuto alcuno i moderni. £ degno di memoria quello 
ultimamente trovalo nel giardino delle monache Barbe- 
rìne sul Quirinale, maggiore del naturale, nel cui viso 
imberbe sospetto il ritratto di qualche medico illustre. 
£ ottimamente conservato, ed ha la cortina a' piedi , 
simbolo degli oracoli che solea dare Escniapio, qual si 
Vede nella bella statna degli orti Farnesiani , che si 
crede la stessa di quella dell' isola Tiberina , e si os. 
.serva ancora indicata nell' Escnlapio colossale presto l'al- 
tre Tolte lodato signor F«cetti e in a'tri. £ da notarsi 
che la cortina detl'Esculapio Farnesiano è chiamata nel 
primo volume delle gemme del sig. Bracci, ctfta mistica. 



bg„„vJ.,COO'^[C 



4( 

jiddiziOM deìT autore. 

11 pauo A Pansaoia portalo Della nota (3) 
è suto tradotto secoudo la correzione del Sil- 
burgio al lib- Il > cap. 55 , come se la parola 
' kffit^Tpiuief fosse aggettiva j e si riterìsse ad 
SyaXfta. Ma la iraduzìuae dell'Amaaeo corretta 
dal Silburgio era più giusta , 'come lo dimo- 
■traDo le frasi simili dello stesso autore, spe- 
cialmeote ne' Messenici, ossia lib. IV, cap. 5o. 
*AintXiìXutof i duuque il tempio di Esculapio j 
e quel gruppo noo era già il piii illustre che 
Ibsse io Argo , ma si venerava nel piii celebre 
tempio di Escolapio, fra quanti n'erano in Argo. 

TAVOLA IV. 

EacoLE COL cohhdco PI A ^ 

Se la statua che abbiam presente non ha fra 
quelle del figlio di Giove e d* Alcmena uno 
de' posti più distioù per l'arte, lo ha certa- 
mente per la rarità de' simboli e della ciico- 
atanza chg ci rammenta. Non la felice riuscita 
dell' impresa degli orti Esperidi , come potreb- 
bero farci pensare ì pomi aggiunù alla destra 
da mano moderna , ma bensì la Titiorìa d'Ercole 
contro Acheloo si è voluta con questo bel mar- 
no onorare. Vedesi il giovine eroe , eh' esscn- 

* Alto palmi lette e meiso; teou plinto palmi tutte. 

bg„„vJj,COOglC 



4» 

dosi iodossaUi la bionda pelle del leone rTemeo , 
Blassene col capo involto Delle orrende fauci 
della belva» secondo l'espressione d'Euripide (i). 
Tutte le doritte d* aatunuo ricolmane) , -al dir 
d'Ovidio (a) , il coroo d'Amaltea che regge nel- 
la sinistra » prezzo , o piatiosto riscatto di quello 
che area strappato nella pugna dalla fronte del 
tanriforme Acheloo. Nello sguardo mite e tran- 



(i) Earipide, Ercole furibondo : 

JXp&tov ftif Afòc àXffOC 
'HpijfWfft XéovToi; 
Xìvpaó 9" àijtfpexaXvtpSt^ 
Stappò» lepav' ìxt^óttotK 
£itwf yacfiati ^^póc 
Poiché del fior leone 
Prifa per luì restò la sacra selva, 
li biondo teschio indossa , 
E intorno al capo il vincùor si pone 
Le fulve fautì della morta belva. 
(a) Ovid., Mei. IX, v. 91 : 

Toiuim/ue tulli praedìvite corna 
Autumnum, 
Ovidio nelle Metamorfosi sappone che il comacopM 
fosse il corno stesso A' Acheloo , così adornato e arric- 
chito dalle ninfe. Altrove peri»., cioè nel V de' Fasti t 
io crede un corno della capra Amaltea che allatti Gio- 
ve, il quale donato, al dir d' Apollodoro , da una ninfa 
OVnia ad Acheloo, servì a quel Fiume per ricomprare 
da Ercole il suo, cbc pugnando in forma di toro m¥eM 
perduto. Paosania, IV, cap. 29, dice che Bupalo scul- 
lore fu il primo a darlo per attributo alla Fortuna ^ 
d' allora in poi divenne un sìmbolo comune alla mag- 
gior parte dtìle divinità , e tallo proprio specialmente 
dc'GcDJ, come gli astichi memunenti ce ne fan fede- 



bg„„vJ.,COO'^[C 



45 
qniflo d' Alcide , vedesi U contemo della viuo- 
lù e la quiete per la superau rìvalità di un 
nome. Forse nella sioi&tra reggeva una palerà 
in atto di ?ersar libaùonì a Giove suo genitore 
in rendimento di grazie del valore somminìsira- 
togU nel cimeoto , e dell* esito fortunato della 
tenzone. 

Lo stile della icultura non mostra la finitezza 
e la correzione de* greci originali, da' quali sem- 
bra che abbia ritenuto solunto la saviezza della 
composiziooe » la leggiadria dell' attitudine , la 
bnona sagoma del tutto iosietne. 

TAVOLA T. 
Eecole col T&IPODK*. 

I quattro bei groppi rappresenuou imprese 
d* Ercole , che ora spieghiamo « luroDO tatù ri* 
trovati nelle vicinanze d'Ostia, dove formavano 
l' omameolo di qualche villa. 11 presente ci of- 
fre la violenza faua da Ercole all'oracolo Delfi- 
co > quando non volendogli la Pizia rìspoodere, 
per esser egli macchiato del saogue d'Ifito» spar- ' 
so da luì inginstamente , rapi il trìpode, onde 
combattè poi con Apolline fintantoché dove lor 
padre comune divise con no fiilmine il fi«temo 
combattimento (ij. Sembra che l'eroe , involando 

* Alto pilmì fci e nn quarto > col plinto pahni tei e 
once tette. 

(i; La PUia appellaraH SenodeOf. Pausali., Utt. X Ma. 
Pkodca, cap. i3;| ApoUodor., SiU, Ub. II. 



„„vj,,Cooglc 



il tripode, afidi col guardo risòluto il nume di 
Delfo , dì cui ha profanato I* oracolo. E stato 
preposto questo gruppo agli altri , perchè ci rap- 
presenta Alcide ancora imberbe , quando com- 
parisce negli altri ire eoo folu barba. Non è 
però tanto chiara nella storia l' anteriorità di 
tale sua impresa (j), ed io sospetto che il ve- 
derlo effigiato così senza barba derivi da piU 
misteriosa cagione* 

Cicerone e' istruisce che 1' Ercole che con- 
trastò coD Apollo ftt il pìh antico degli Ercoli « 
figlio del piii antico Giove e di Lisito > non 
gii come l' Ercole Argivo o Tebano , figlio di 
Giove e d'AIcmena (a). Sappiamo ancora che 



(i) Apollodor-, I. e, vaol seguito il contrasto dopo 
' le famote dodici fatiche , nelle quali per altro si vede 
per lo piti rappresentato colla barba , e cosi appunto 
accade ne' nostri gruppi. 

(a) Cicerone j ite naiuia Deor., lib. UT, dove ne an- 
Boveta sei: Quamquam, ^uem potissimum Bercùlem co- 
lamiàs scire sane velimi plures enìm tradunt nobis ii, 
qui inierìores scrutantur , et reconditas literas : antiquùn- 
Tttitm Jave naium , sed antiifwssimù itemJove; nam Jovet 
quoque pturei in priscis Graecorum b'teris invenimus. Ex 
eo fgitur et Lfsito est is Hercules,, quem conceriàvitse 
cum ApolUne de tripode accepimus. Alter traditur Nilo 
naius Aegyptìus , quem ajunt Phrjfgias literas conscrip- 
sisse. Tertlus est ex tdaeis Dactj^lii , cui inferias offerunt. 
Quattus Jovis et Asteriae Latonae sororis, quem l'irli 
maxime cotunt, ayus Carthaginem ^ù'am ferunt. Quintus 
m India, qui Belus dicitur. Sextus hic ex Akumena , 
quem Jupiter geamt, sed tertiut Jupiter. Sembra vera- 
mente inTeritimilc che tanti aomini rìnoniati por la for- 



Do„,7cd.,CoO'^[c. 



45 
i Fenici ebbero no loro Ercole ; e che que- 
st'Ercole , piJi aotioo oeriameaie del greco, sì- 
ritraesse imberbe , ne fan fede le medaglie Pii- 
niche di Cadice o sia di Gadira (r). Quindi 
i cbe gli Ercoli degli Etruschi sono per lo 
pili imberbi, avendo avnu la nazione Tirrena 
de* rapporti ctJhi Fenicia. E se si vogliano aver 
tal lavori solamente per greci pih antichi , po- 
trà sempre dirsi che le arti greehe cooservavaDO 
ìd quelle 'pih remote Ma maggiori rapporti colle 
favole e colle arti orientali. Quindi forse è an- 
cora avvenuto che quanti inonnnBeati ci esprì- 
mono il rapimento dd trìpode , o il contrasto 
d' Apollo e d' Ercole , ci presentano sempre que- 



tcttM. avetMTO il nome d' Ercole ; dall' alira parte sap- 
piamo che l'Ercole Egizio era appellato io Egitto con 
tntt' altro ntme. Etrmolog. magn. in Xof, Io credo che 
il nome d'Ercole in greco *H/)aK^t , Éeracles , come 
di greca origine sia «tato addetto Bolamenle al Tebano, 
che i Greci in appreiM , dopo aver diviniziato qaeito 
nomo forte, abbian dato qnesto nome medesimo a tntte 
le diviniti straniere, l'attrìbulo principale delle qnalì 
fosse la fortezza , o perchè nate dall' apoteosi di prodi 
liomÌDÌ, o perchè esprimenti allegoricamente la potenxa 
di Dio, o la forza del Sole o della Natura. Confusi cosi 
i soggetti, se ne confosero le avventure. Sembrache i 
teologi pagani fosser unto portati alla tolleranza , che 
ponevano in uso ogni sottigliezza non per eccitar quc- 
nioni , ma ansi per conciliare i calti e i Sistemi nel 
fondo i piit lontani e disorepanti. 

(i) Vedasi il bel libro di monsìear Dntens: Explica- 
tion da (fueUfues mSdaUìes gncfues et pheniciennef, p. Sa- 



,y Google 



46 

sto eroe senza barba , nDirormità che dee rìTe-' 

Tarsi, e che non è certamente senza motivo (i). 

Il mime nel nostro marmo ha sulle - spalle il 
cratere del tripode espresso in una specie di 
disco, dov'è l'orma dì una spranga, forse di 
metallo, che dovea reggere qualche altra parte 
di quell' arredo. Io penso che li si sovrappo- 
nesse le cortina gratellata e convessa a guisa 
d* emisfero , su cui sedeva la Pizia ; lavoro che 
era assai probabìlmeote tutto di bronzo, e che 
copriva cosi quella superficie piana e rotonda , 
la quale non potrebbe rappresentare sennonché 
imperfettisnmameote la tazza' del tripode. . 

La scultura di questi quattro gruppi ha del 
merito, specialmente nelle figure d'Ercole, le 
quali non mancano d' azione propria e di bella 

(i) I monumenti ch'esprìmono questa favola veggontl 
aitati da Caylns , tom. IV, Recaeil, pag> io3, a. 5. A. 
questi si può aggiungere il bauorilìevo nel piede A' un 
candelabro del Museo Pio-Clemcntino , die si spicghcrlt 
a suo luogo , e due altri in villa Albani. È però da av- 
vertirsi che nella gemma etnisca riportata ivi da Caylus, 
tav. XXXIV, n. 5, l'Ercole sì .vede barbato: ma vi so- 
Ipetto della negligenza nell'incisione, la quale in tutta 
^ella raccolta non conserva mai il carattere antico. 
Un'altra gemma è> riportata dal Caylus, tom. V, pl.49> 
9. 5 , dov' egli crede rawiiare Ercole che sacrifica un 
bne ad Apolline prima di chieder l'oracolo. Ma il pre- 
leso Ercole non è altro che un vitUmario, come si 
Korge dal carattere della figura, dalla mancanza della 
pelle di leone e dal panneggiamento intorno a' fianchi , 
che gli forma una specie di lùnus o cinta, affatto in-; 
flonveaiente ad Ercole^ 



Do,1,7cdDyGoQglc 



disposiùonef con sufficiente iDielligena del Dado: 
comanemente si direbbero di buono stile romano; 
espresùone che in tanto può ammeuerai, io quanto 
si riferisce al tempo per significare lavori fatti 
ne* secoli degl' imperadori romani , senza ripor- 
tarsi alia nazione 1 o alla scuola dello 8cidlore(i). 
Gli accessori oe sodo estremamente negletti. 
Debbono però tenerù questi gruppi in gran 
pregio, non avendosi altrove sifTatli soggetti di 
tutto rìliero, e formando per la, connessione 
dell* argomento una singolare unione da nou 
incontrarsi in veran' altra galleria. 

Osservaùoni deW autore pubblicate 
nel tomo VII delt edizione di Rama. 

Quest'azione è stata data al gruppo dal risar- 
cimento. Il sig. Zoega pensava che il soggetto 
del gruppo fosse l'impresa d'Ercole contro il 
cinghiale di Elrinurato; ed ecco le sue osserra- 
zioni( Bassìrilievi di Roma^ tom. II, pag. 71 , 
num. 85 ): « Non pochi ne sono i monumend su- 

(i) Le (Colture mediocri «aglioiui dire (culture latine 
a romane: il primo nome può convenir (ollanto a qae' 
lavori (imili all' etnuco piii rozto e goffo, che non i 
equivoco collo MÌle antico de' Greci; piuttosto che dare 
a tutte le altre il nome di romane, farebbe piit giiuto 
il chiamarle copie, estendo nella jnaggior 'parte atui 
chiara la provenien^ da' greci originali. Di fatti anche 
ad tempo degl* imperatori ai legge dì piii artefici greci 
die lavoravano in Roma, e greca («lo potea ditti la 
•cn<rfa dell' arte. 



,y Google 



> pA«bu( dell' impresa del cioghìale ) , ma di sta' 
» tue uoa sola codosco, mutila, mal risarcita r 

> e nel 3 tomo del Museo Pio-Clemeutìno, lar. 5, 
X iaterpretau pel ratto del tripode Piùo chs 
j» Ercole commise in uq accesso di colera fu - 
X rìosa. Il rocco di marmo per cotesia statua 

> destinato non essendo di profonditk sufGcienie 
» per cavarne tutta la luoghezza del cioghiale, 
» che riposando sulle esuvie leooiue, attraversar 
x dovea la spalla della 6gura ; sol se n* era ta^ 
X gliato a modo di disco il tondo del ventre 
x compresso dal braccio d' Ercole , ed il restante 
X ai era riportato di pezzi, retti da una spranga 
» che passava pei foro sul centro d'esso disco, 
» e di piti rinforzati da cunei lasciati sulle fac- 
» eie del medesimo. Aggiuligo di più per conget- 
1^ tura che in luogo del moderno tripode aitac- 

-X cato alla gamba sinistra parimente moderna , 
li in antico esservi dovea il dolio con £uristeo> 
» che il pifa delle volte vi si suole annettere, 
X- e che così l'insieme di questo simplemma pitt- 
X corrisponderà alla- massa degli altri tre <ìhe- 
» rinvenuti assieme ancora T accompagnano , tutti 
X aventi delle fìguriue appiè della statua princi- 
X pale. ■ Questa sagacissima osservazione parmi 
che tocchi il punto e scopra la verità. 

Alla pag. ^5 ho' detto neUa spiegazione della 
atessa tavola che la figura d* Ercole che repisce 
il tripode , ne" raoonmenà dove qaesU favola k 
rappresenuta è' sempre senza barba. Quesu osser- 
vazione è troppo geiterale j dovea dire che per lo. 



Do„„-cd.,Cooglc 



■♦9 
|Hfa Ercole in questa fiivola è senza barba. Il mo- 

nameato che abbiamo spiegato oella ut. XXXVIX 

del yil t^Iqdm ci offre do esempio cootrarìo. 

La figura di Ercole in quel bassorilieTo è bar* 

btta. 

TAVOLA VI. 

EbCOLS co' CAVALLI DI DiOMBDE *. 

Tutù gli scriuorì de' fatti d'Ercole celebrano 
£ralle azioni di quell' eroe , colle quali si stadio 
di liberar k terra dag^i oomini n(4ciiti e dai 
Ùraoni che il genere umano opprìni.eT«oo , la 
morte data al Trace Diomede figlio di Marte > 
xha pasceva di carne umana le sue feroci ca- 
Talle. Non meno che gli scrittori hto celebrata 
gli artefici tale impresa. Vedevasi quQsfa rappre- 
sentata fra alcune altre poche delle, fatiche Er- 
culee da Baticle nel meraviglioso sechle dell' A- 
micleov'e da Alcamrae sulle porte del tempio 
di Giove Olimpico (i)< Più gemme ancora aì 
presente ci cooserrauo questo soggetto (a) per 



* Alto palmi MÌ ; colla pianta palmi lei e once cinque. 

(i) Pansan-, Lacon. lea lib. X, cap. t8. Eliacorum li, 
sen lìb. V, cap. io. 

(a) WiDckelnaanii , Jfvn. ined., ut. LXVIU, LXIX; 
Hariette, Traila des pierres gravéesy, tom. II, num. 77, 
dove per altro essendo effigiato un giovine eroe abbat- 
tato da Ercole senta te cavalle, può credersi jpilt ftcil>- 
mente Cigno figlio di Marte. 

Museo Pio- Clero. Voi. IL 4 



,y Google 



5o 

tacere de'bassirilievi, ma questa è runica siatns 
che su questo argomeaio ci sia pervenuta. Ve- 
desi il figlio di Giove , che estrato nelle mici- 
diali stalle (i) ha già abbattalo il crudele, nella 
cui mossa è ritratto tutto il (errore della morte 
imminente. Le cavalle stanno in disordine < e 
l'eroe è già per impadronirsene. L'artefice cbe 
ha voluto far pompa del suo sapere nell' imma- 
ginare r attitudine e 1' espressione d* Alcide , 
non v' ha aggiunto gli altri accessorj , che a solo 
fine di determinare l' azione della figura princi- 
pale : questa sola è stato il suo scopo > e su que- 
sta sola convien giudicarlo. Sembrerà ad alcuni 
ridicolo il vedere la batuglia d'un gigante eoa 
un pigmeo : ma si troverà tuttocib meno strano, 
quando si voglia ammettere che lo scultore non 
abbia avuta altra mira , che di presentarci delle 
belle figure d'Ercole, variate secondo la diver* 
sita delle sue famose fatiche; che il resto noa 
vi è apposto , che per ìschiarìmento del sog- 
getto, e per far megUo comprendere tutta la 
giustezza della positura dell'eroe e la conve- 
niente disposinone del gruppo. Forse erano imi- 
tati questi simulacri da «mplegmi pib elaborati, 
e da pitture ch'esprimevano eoo maggior cor- 
rezione lutti gli accessorj , da'qnali originali si i 
voluta ricopiar soltanto la principal figura* dando 
appena del rimanente una tal quale idea. 

Per tornare alla favola , resta indeciso nel no- 

(1) ibQvicun 9fa^iH(>£<uipv Ere. furiò., y. W2. . 

bg„„vJ.,COO'^[C 



5t 
atro gruppo , se Ercole uccidesse ancor le ca- 
valle , o se le conducesse "ad Euristeo , come i 
più vetusti mitici asserìscooa Ceno che l'arte- 
6ce DOD è stato d'opinioDe cbe Diomede sog- 
giacesse alla morte che faceva agli altri soffrire, 
rappresentata in una erudiu gemma presso Win- 
ckelmaoD. 

Il vestiario del barbaro menta qualche atten- 
zione : consiste in una clamide sovrapposta alla 
tunica di lunghe manichej succinta. Questo vestia* 
rio è suto usato dagli antichi uelle figure de* re 
straoierì, come consta da'prigioni dell'arco di Co- 
stantino, e da que' celebri che si ammirano nel 
cortile de'CoDservatorì. Quegli antiquarj (i) chd 
preteodooo questi utiimi esser parimente re traci, 
potranno Far qualche fondamento sulla simigliaaiut 
dell'abito col nostro Diomede (3). 

(1) 'WiDckelmann , Monum. ined. , trattalo prelimin. , 
p. LXXXVIII. 

(a) Nell'insigne monnmcnto della espiazione d'Ercole 
si legge dae volte accennata rnccitiODe del Tme Dio- 
mede, una alle linee 76,79, l'altra alle linee ioa,io4. 
n F. Corsini non conosce errore in tal replica , ma sog- 
giunge alla pagina 36 ( Herculù tjuiet etc. ) DAimedem 
aiùan Diomedit jam interempU filium agnoscere hic cq- 
gùnur, tjuamvis Ole a nuUo prorsus liistorico memoretur. 
Pnre lo sbaglio di chi ha inciso i caratteri è molto pro- 
babile, essendone evidente l'occasione. Questa i che le 
parole antecedenti s) alla lìnea 76, si alla linea 103, 
sono le medesime sino al numero di sei, così portando 
i fatti che vi si accennano, onde l'occhio del trascrit- 
tore facilmente scambiandole, può avergli fatto ripetere, 
dopo la seconda frase consimile, quel tanto che nell'au- 



« 

bg„„vJ.,COOglC 



53 

Quinto Smiraeo ed Ausoaìo * che aonoverano 
le imprese d'Ercole', ' daoDo alla conquista delle 
cavalle Diomedee il dodo luogo (i). 

TAVOLA VII. 
Ercole che abbatte Gesiobe *. 

Fra gli altri pregj di rarità che rìlevaiio il 
{ireseote gruppo , non deve ■ omettersi quello 
di rappresentarci il vinto Gerìone , non già 

tografo legaiva solo dopo la prima. Cosi leggiamo alla 
linea 75: TIFTWeiOTS EN ATTH KATUKISE 
TOTl'a A Eni j « ali» linea loi : EAAHNAS EN 
ATTH KATiiKISE TOTTil A EHI eie. Che me- 
raviglia che dopo queste altime voci della linea loi ri 
teplicbì ciocché dee seguir solamente a quelle della li- 
nea 75? Questa mia conghiettnra acquisterà peso quando 
venga approvata dal chiar. sig. abate Gaetano Marìni , 
il quale fralle iscrizioDÌ Albane illustrerà anche questa, 
colla sua solita squisita eiadisione, che lo distiagne in 
ogni genere di cognisionì e lo rende unico nella lapi- 
daria. 

(1) Q. Smimeo : 

Emiotov ex Bfti^i Aiofu^eoi; ^a"^* txxvc 

Ausonio : 

la Diomede Victoria nona quaàrìgis. 
li'iscrinone Albana della Quiete d'Ercole annovera que- 
sta impresa l'ottava. 

' * Alto palmi tei e onc6 due ; col plinto palmi sei e 
mctso. 



,y Google 



55 
xpioófuutov (i), trisomaton, trìcorpore, ma so- 
lanente i^map^fòp, trtcarenon^ tricipite. Coù 
ce lo descrive la favola ne* piìi vetusti scrit- 
tori (a), e così ammette pili facilmente T ioter- 
prelazione di Palefato (3). Solleva Ercole il 
braccio , e colla clava scaglia sul nemico un 
colpo mortale , colla sinistra si i già impadro- 
nito d' uno de' bovi purpurei dell' armento di 
Erìzia. 

Le stesse riflessioni che si soq fatte nella 
uvola precedente , posson replicarsi intorno alla 
bella mossa del scteideo, e alla picciolezza e 
negligenza delle restanti figure. Una sola mi si 
permetta d'aggiungerne, che riguarda la favola, 
somministraumi dalla tragedia d' Euripide ìn- 
titolau: IS Ercole furibondo. Due volte il poeta 
rammenu questa vittoria d' Ercole (4) } in una 

(t) Tpiaófi'^iTOf ^ detto da Euripide nel C7n>(/e/r£r- 
cole Jurihonào. Trìcorpore è descritto da Apollodoro , 
lib. II. Tripettore è appellato da Luctezio , lib. V in pt. 

Geiyvnai 

(^uidve tn'pectora tergemini vb? 
Isella latia di villa Albani Gerione ha tre corpi. 

(3) Hesiod., Thmgon., v. 387: 
^fivffaóp y étaiB rpatópiivov Fiipvov^a. x. T. X. 
Crisaor produsse Gerión Irìcfplta. 

(3) Falephat., Fab. ^o, ove (piega le tre teite dì 
GeTÌone per un equivoco nato dal nome del luogo ove . 
regnava, che appellavaii Ti)UCairf;«'01' o T/>lJta/>l^'a , 
Tricarenon o Tricarenia. 

(4) Eurip., Bere, furie, j v. 4^3; 

Toc ■q}urófiaTOV 

Exra ffoT^p* 'E^v^emc 

St/enò d'Erizia il rio pastor trìcorpoie. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



«4 

si contenta d' accennar Oeriotie col nome di 
Pastor d' Erizia , in un' altra lo chiama espres- 
sameote , GeriOne non già , ma Tifone , ag^un- 
gendoglì r epiteto di tricorpDre. Questo nome 
provien certamente dalla storia mitologica del- 
l' Ercole Egizio, e farebbe sospettare non tanto - 
irragionevole l'esposizione dello Scoliaste d'El- 
siodo interpretante la vittoria d' Ercole su Ge- 
rìone per la imperturbabilità di quell' eroe ìa 
nn turbine , eh' egli ritrova nella etimologia di 
Gerìoue, il quale a questo rigoardo pou-ebbe 
con Tifone scambiarsi (t). 

Del rimanente sappiamo da Ateneo, che l'an- 
tico scnttore Eudosso riporuva una battaglia 
d'Ercole con Tifone, nella quale però Ercole 
resti) morto , benché fosse quasi subito da Jo- 
lao richiamato alla viu. Ch' Ercole poi lo su- 
fi al vers. 1371 : 

KerTavpox?,^^!'^ mXefiov ovx ^tiwoa; 
Qua* leon , guai trìcorporì Tifoni, 
Quài giganti , o ijaadrupedi centauri 
Non affrontai pugnando, e non estinsi? 

(l) Esichio, V. Tvipóv. Tv(póv 6 (tèyaq avey.oq. Ti- 
ione h un gran vento. Acche Esiodo nella Teogonia lo 
chiama vento orrendo e dannoso , Aetvòv 9 v^ptfrrriv t' 
ówfiov. Jablonsiy, Pantheon Aegypi. , lib. V, cap. 3, 
S >4 e Mg- 



,y Google 



55 
perasse, oltre questo d'Euripide, non abbiamo 
die il testimonio di Virgilio (i): 

. . . Non terruU ipse Tfphoeus 

jirduus , arma tenens. 
Questo ponto meritava scbiarimento, non aTendo 
STrertito verun mitologo , Tifone essere stato 
rappresentato tricorpore. 

L' impresa de* bovi d' Erizia è annoverata 
fra le Erculee faticbe la decima (a), ed era scoi-) 
più , come la precedente , da Batìcle nella se- 
dia delT Amicleo e da Alcamene fra i doni 
d' Ofimpia ^). 

Osservazioni dell autore pubblicate nel tom. VII' 
deW edizione di Roma. 

Nel passo d' Euripide da me recato pag. 55, 
nota (4)« debbo osservare che non è necessario, 
eoTae bo creduto seguendo l' interpretazione 
dei testi volgati , congiungere 1' epiteto Tpuro/tó- 
TK col soggetto Tvipòveti. Per TpwBfAÓnc asso- 
luto possono intendersi i Gerìoni , poiché qui il 
poeta adopera i plurali. Basta porre una vìr- 
gola fralle due voci. 



<i) Mneid., Vili , V. 398. 

(a) Patuan., HI, 18, v. 10. 

(3) Q. Smirneo-' 

Tfipvòn iàuvtov ^<k v^afeir È$ 'EpvSteitii. 

Antonia : 

G«o'0'*e extmcto dedmam dat Iberìa palmam. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



56 

TAVOLA TIII. 

Ercole col Cerbcko *. . 

t! ultima (i) e la più memoraoda delle Er- 
culee fatiche è scolpita in questo quarto grup- 
po , che piii semplice degli altri nella compor- 
sizione , li supera tutti nella bellezza delle for- 
me e nel gusto del tocco. Ci si rappresenta il 
semìdeo allor quando 

iTartareum ìlte manu custodem in vìncìa petivit 
Ipsius a sotto regis , traxUque trementem (3). 
Xa. belva infernale è tratta a forza dal| figlio 
d'Alcmena che 1' ha incatenata, e che sen corre 
ad Euristeo reduce da.* luoghi , onde la speme 
dì ritornare è perduta. 

Questo teiTÌbil custode del Tartaro in molte 
diverse guise da* greci e latini poeti ci vien 
dipinto : chi lo descrive con cento teste (3) , 
chi con cinquanta (4) , i pìU con tre (5) : se 

* Atto palmi *ei e once cinque ; col plioM palrai wi 
e once dieci. 

(1) Ausonio: 

Cerberus extremi sóprema est. meta hhoris. 
Q. Smirneo però dà 1' undecimo luogo all' impresa del 
Cerbero ; 

Kfpffepov hSéxonoy xvv' ày^afey «4 'Ard<w>. 

(a) Virgil., Aen.f VI, v. 5q5. 

(i) Bellua ccmiceps è dello da Orazio, od.^III, 1. Il- 

(4) lUfTt2XoyTaxetpt2]>ÒP. ^"oà. , Tkeogon., v- 5ia. 

(5) Sofocl. , Trai:hin., veis. iii5> Euripid., BerctU- 
furA.} e tuui gli altri. 

i;g,.,Aj.,Coo'^[c 



^Yi dà pef latrare una voce di bronzo fi); gir 
an^i debbono avvolgergli il collo (3). È stata 
pare opinioQe d* alcaoo antico cbe un serpente 
di smisurata grandezza fosse quello che fu 
poi appellato Can Cerbero j che avesse, la sua 
tana nella spelonca di Tenaui in Lacooia; che 
Ercole ne 1' estraesse, e che Omero (5) poeti* 
camente abbia dato a quel terribil serpe il nome 
dì Can di Plutone , come guardiano di que' sot- 
terranei luoghi sacri a Dite (4)- Si pretenda 
che la metafora Omerica , intesa poi material- 
mente, sia stata l'origine di questo cane, che 
lian gareggiato i posteriori poeti a render pììi 
orribile e pib degno di quella ingraia custo- 
die. Pausaoia che propone questo parere, uomo 
com* egli è nella lettura de' autografi e nella 
perizia delle tradizioni egualmente istruito , non 
osa darlo per inverìsimile ; ed io osservo ch'Eu- 
ripide ne accresce la probabilità , usando una 
maniera d' esprimersi affatto uniforme a quella 
d' Omero , quando chiama 1' idra , da lui de- 
scritta per un drago di molti capi, col nome 
di Cane di Lerna (5). 



(1) \a^Mf0ipefo9 y Esiod., Theog., v. 5ii. 

(3) Furiale centum 

Muniant anguat caput ejut. 
Orat., Carm., lib. Ili, od. 11 } e Tibull., lib. IH. 
(3) Pauian., Lg^on. *ea lib. Ili, cap. a5. 
■ (4) 'E| 'Epéffevi à^flvta xvva ffxvjftpw 'ktiao. 
Omer. E, v. 3tì8. 

(5) Euripid-, Bere, funi-, v. 4*0 e iaì4- 



Do,1,7cdDyGoOglc 



58 

Checché sia per altro delle orìgini escare 
di certe favole , le quali voleodo ridurre al 
senso storico , piuttosto che acquistar lume , 
perdono quel non so che di nobile e d* inte- 
ressante che le penne de più eloquenti scrit- 
tori di tutte r età hanno loro , per nos\ dire, at- 
taccato } mi contenterò di accennare 1' origine 
d' una mitologia piii yicina che trova la sua 
spiegazione nel considerare i monumenti del- 
l' arte. 

Vediamo spesso ne* marmi antichi scolpiti 
de' cani con una specie di criniera a guisa di 
leoni (i): si credono cani molossi , e forse la 
denominazione non è distante dal vero. Il Cer- 
bero è stato il pili delle volte scolpito a simi- 
glian'za di tali cani assai convenientemente e 
perchè alcuni scrittori 1' han supposto un cane 
appunto del re de' Molossi (a), e per dargli 
un aspetto più terribile e più feroce. La ne- 
gligenza poi usata dagli scultori dì second* or- 
dine, e specialmente copisti , nell' esprimere gli 
accessori , negligenza attestata da una in6nità 
di monumenti, per tacere i nostri gruppi * ha 
fatto sì, che di rado si sian presa la pena di 
terminare tutte m tre le teste con eguale 'atteu' 

(i) Dae di siiTaui cani tono nel Museo Pio-Clemcn- 
tino, dne nella galleria dì Pirenie, uno in Inghilterra 
pubblicato e ristaurato da Cavaceppi ^uno nel palauo 
del signor principe Chigi, ritrovato ne' suoi scavi Lau- 
rentini. 

(3) fianier, I^ikologie. 



,y Google 



ftloaej ma si sian contentati dì lavorare quella 
di mezzo con qualche sentimento, accennando 
solamente con due altre pili piccìole teste ap- 
pena toccate la mostruosità di questo cane in- 
fernale. 

U ripiego usato che fu una volta, ehbe degli 
imitatori, onde si formò quasi una maniera di 
Sgurare il Cerbero in questa guisa ; con ' una 
testa, cioè, maggiore e crinita, colle due altre 
poco distinte e soltanto accennate. Così è ap- 
punto il Cerbero nel nostro Ercole , cosi nel 
Plutone, così la maggior parte di que' che ri- 
mangono di tutto rilievo. Ora che avvenne da 
questa maniera ? Che le persone poco istruite, 
e che non 'vedeano tuttogionio siffatti cani 
co' crini, cominciarono a credere la testa prin- 
cipale del Cerbero essere una testa di leone , 
e le minori sembrarono di lupo e di cane : 
co^ fu trasmutato il Cerbero in un nuovo mo- 
stro, quale non avevano immaginato mai i piii 
antichi, ma che peralifo anche le persone ver- 
sate nella etnica teologia si sforzavano di spie- 
gare simbolicamente. Macrobio (i), esponendo 
i significati di tale rappresentanza , parte dal , 

(i) Macrob. , Saturn., lib. I: Simulacro (SerapidU) 
t^ium irìcipàit animantis adjungunt , quod exprimit me* 
iUo, eoJemque maxima capite leonis ejfigiem: dexiera 
parte caput canù exoritur mansueta spedo blandieatù ; 
pars vero taeira cervici^ , rapacù lupi capite finilar, eas- 
ijue format animaiiam draco coniteciit volumine suo .... 
Ergo leonis capile moastratur praesens tempus, etc. 



bg„„.d.yG00glc 



6o 

supposto che il Cerbero cosi a' suoi tempi si 
figurasse j supposto di cui è palete 1* insussì-* 
steuza , se si uniscono le riflessioni surriferite 
alla contemplazione de' monumenti e alla let- 
tura de' classici. 

Lasciando dunque da parte le sognate alle- 
gorie di Macrobi» sulle tre teste di leone , di 
lupo e di cane date al Cerbero, ohe si risol- 
vono tutte nell'equivoco sovraesposto, non mi 
tratterrò maggiormente in una favola ovvia e 
conosciuta da chi è appena iniziato nella teo- 
logia de' gentili. Accennert) soltaiito che in gran 
varietà di pareri furon gli' antichi sul luogo 
onde il cane di Pluto fu tratto a vedere i raggi 
del Sole; chi lo vuole uscito dall'antro Tena- 
rio , chi da uua caverna del monte Ijafistio , 
chi dallo speco d' Ermione presso a Corinto f 
chi dalle vicinanze di TVezene, chi da quelle 
d'Eraclea Fornica. Cosa vana sarebbe il discu- 
tere tal questione , come peraltro è necessario 
alla intelligenza de' classici l' essere di tal dis- 
parere informato. 

T A V O L A 1 X. 

Eacolc b Tblepo *. 

Questa bella e singolare atatua d'Ercole son 
gi^ de' secoli che serve alla decorazione del Va- 

• Alto palmi nove; col p!iato palmi nove e mtztb. 

bg„„vJ.„COO'^[C 



6t 

tìcsiH). I giadiz) degli eruditi sono Unlo disparati 
sulJa sua sìgnificaKiooe , quaoto quelli de' cono- 
■ciiori sai merito della sua scultura. Forse 1« 
^sposìùoDe d'uD sentimento imparuale, uè siste- 
matico, porrà il lettore io grado di dare su 
1* ODO e suir altro de' due articoli un giudìzio 
meso incostante. 

Winckdmonn , quel gran filologo che ht 
■pano di tanta dottrina tutù gli oggetti dell'an- 
tichità figurala, ed ha incoraggilo gli anùquarj 
ad attinger^ in <jae* fonti che sempre abbondanti 
d' oonigeno sapere siannosi pure non frequentati 
da una gran parte de' nuovi dotti. 'W^nckelmann 
«he tante volte ha recato il lume dell'evidenza 
dove si sperava appena 1* incerto chiarore della 
congettura, -ha posto fuori d'ogni dubbio che 
non Comodo , o alh'O Augusto sotto !e spoglie 
d'Alcide, ma Alcide stesso sia rappresentato nel 
simulacro. E chi mai , se non i preoccupato 
dalla snutoia che s' ebbe nel secolo scorso di 
riferir tutto alle cose romane , chi mai non vi 
distingue nel volto una fisonomia ideale? Resta 
r incertezza nel determinare il bambino che il 
nume regge amorosamente colla sinistra, posato 
sulla pelle del mostro Nemeo. Il lodato antiqua- 
rio che lo crede Ajace , ha sostenuto con s\ 
scelta erudizione la sua opinione , che . diffici 
cosa è lo scostarsene. Ha per se i classici , > 
qnali non solo attestano 1* amor dell' eroe per 
l'infante che da Telamone e da Esione era nato, 
ma fan menaìone dell' averselo Ercole tolto in 



DowcdDyGoOglc 



63 

braccio , e d* averlo nella spoglia del leone av- 
Tolto, anzi aggiungerò d'aver cootratta qutndr il 
bambino rinvulnerabilitìf eh' era propria dì quel 
' vello così [Demorando (i). 

A fronte d'uD parere s) ben corredato d*au> 
torìtà f e cosi conforme all' espressione della fi- 
gura , non si rende mollo plausibile uè il seo- 
timeato di chi ha veduto Uà fanciullo amato da 
Ercole nell* infante del nostro marmo (3) , oè il 
pensiero di chi volesse crederlo il bambino Te- 
lefo altro ' figlio di quell' eroe. Senza osare di 
preferire nessuna di queste opinioni a quella di 
IVinckelmaon , rifletterò solo alcune cose che 
non sono aUene dalla questione' La prima , che 
quando il lodato antiquario ha voluto confutare 
il sentimento di chi denominava Ila il bambino, 
è caduto nell* equivoco di confonderlo con Ilio 
figlio d' Ercole (3). La seconda sarà ,. che per 
quanto sembri improbabile di veder Telefo in 
braccio ad Ercole , essendo nato in sua assenza 
e nascostamente, ed esposto e nudiito dalla cerva 
ond' ebbe nqme> e salvato e cresciuto lungi dal 
padre: pure in una statua di villa d'Esle a Ti- 
voli un Ercole simile al nostro ha la cerva ai' 
piedi , ed in una bella pittura d' Ercolano , Te- 
lefo i allauato dalla cerva presente Ercole suo 



(i) WinckelmanD , Monum.mtJ., tratuto ptelimiDare, 
pag. LXXXVIU. 

(a) Taillant, ad num. Abh, dt Camps. Julia Pia, D- 4- 
(3) Winckelmann , 1. <;. 



,y Google 



65 
gepìtore (i). Ansi un raro mediglione del Museo 
de Campi , baltuto da' Midei , abitaiori appunio 
de' campi Tentranici ove regnò Telefo , ci pre- 
aeou lo stesso gruppo eolla cerva a* piedi che 
al Vaillant è sembrata un cane. Forse il primo 
invemore della figura la disegnò per Ercole eoa 
Ajace. Quelli poi eh' ebbero qualche inlereise 
d'onorar Telefo> aggiungendovi la cerva, ne han 
cangiato neUe copie il significato. 

Zie 'Variazioni , riguardo al mento del lavoro , 
pOBSono anche ridursi ad una più sicura deci- 
sione, quando voglia osservarsi che la testa del 
nume è veramente degna di quegli elogj che 
oributa Wìnckelmann all'artifizio di questo mar- 
mo : ma che all' incontro l' esecuzione di tutto 
il resto del corpo non è uguale al lavoro del 
«uo bel capo, e che l'infelice scalpello con cui 
sì è scolpilo il putto, potrebbe giustificare la 
meo vanuggioia opinione che ebbe di questa 
scahura alcuno intendente. Winckelmanu fu se* 
douo dalla sorprendente bellezza del capo : tanto 
più che r antico conserva sempre una sì giusta 
disposizione diparti, un movimento si naturale, 
un decoro d'atùtudine anche nel mediocre, che 
se non ù esamina eoo occhio assai severo, può 
confondersi col migliore. Riguardo all' inferiorità 
del putto non dobbiamo da quella inferir cosa 
che faccia- torto al merito del rìmaneote. Si è 
tante vòlte osservato che le anàche pili eccellenti- 

(;) PiitMT* (T Enolano, tom. I, tav. 6. 

Do,1,7cd.yGoOglc 



64 

copie di olùnù orìgioali * non son talora esent* 
da una supÌDa trascurAtezaa negli accestoi^. La 
corona che circonda la chioma del nostro^ Er- 
cole è delle meno . ovvie e meno illustrate. E 
formau da varj nastri o fasce auorte^ quasi a 
foggia dì un cordone. SÌ fton credute le corone 
ravvolte ereipasoi éAcno^ (i)> A me sembra che 
meglio corrisponda loro il nome di corone tor- 
tili ffredavoì xtuUffToi o èxmvXtaroi (a)* voci che 
il CasauboDo ha matameoie spiegato colla latìoa 
rotatiles. Uno sguardo che si dia al nostro mar- 

(i) Così i detta nna simil corona dagli eiposhori de' 
bronci d'Efcolano, tom. I, Uv. 6i e 6a, n. 4> Ivi i 
anche variata con de' fiori , e ciì> conviene alle corone 
tortili, nelle qoali osserva Ateneo essere state adoperate 
le rose. Deipnosoph. , XV , 7. 

(3) n Casaubono, ad Ateneo, XV, 7; e If , io, ha 
eredttto che siflfotte-corane sì dicesser sevAurToi, parchi 
si potesser matolare senta che si diifaceuero. Ma sic- 
come non i slato mai fra gli osi di tali OTOamenti quello 
di giaocarvi a razzola, non so come possa quindi deri- 
varsi il nome d' ana foggia di corone. Un luogo d'Eu- 
bnlo citato da Ateneo, dove si remmenia un uomo TO' 
tato intorno a guisa d'una corona xvXurrÒQ, i slato il 
londaiuento della interpretazione Casanboniana. I grant- 
uatici che danno a queste stesse cwone l'epiteto di 
ViSpOl, grosse, solute, son sembrati confermarla. Quella 
comparazione perà ti riferisce, a mio credere, a quelli 
specie di rotazione eh' è necesaaria a cosi attortigliarle: 
f4ltura che le rende abbastanza solide perche ' poùa c- 
daltarsi loro l' epiteto à3)aqs. in f^^i veggonsi ne' mo- 
numenti taK corone più grosse del consueto , -come 
quella della bella «tatua d' Eiculapìo nel semicircolo 
della villa Albani. 



Do„,7cd,yGOOglC 



65 

no, fa compreodere la proprietà della nostra 
deoominanoDe. 

addizione dell' autore. 

WinckelmaDO , di cui oella pag. 6a non fa 
taenzioDe della ioTalDerabilìià che fu coosegaila 
dal bambino Ajace figlio di Telamone , per es- 
sere stato involto da Ercole nella spoglia del 
leone Nemèo. Questa circostanza trovasi in Suida 
T. ^Affpaiafftoi , nello Scoliaste di Sofocle all*^- 
jace ^ negli scoi] d'Omero, IL li, e finalmente 
in quelli dì Tzetze a Licofrone. Le membra del 
bambino restaroui) vulnerabili in quella parie sola 
che rimase nell' avvolgerlo sotto il buco praticato 
in quel cuojo per passarvi il laccio della faretra. 
Ovidio, Sfetamorph. XIII, v. Sqi, vuole che ciò 
icwe nel petto- 

Lia corona d* Ercole , di cui alla pag. 64 è 
pur variata di fiorì , come abbiamo osservato es- 
sere tute sovente le corone dette Kvhatoi. Ve- 
daN la nota (a). 

Nuove osservazioni deW autore pubblicate nel 
tomo VII dell' edisione di Roma. 

Nella nota (3), pag. 64, ho detto che una co- 
rona tortile era quella che si vedeva sulla testa 
d'una bella statua d'Esculapio allora nella -luUa 
Albani. Ho considerata dì nuovo questa stala» 
che è ora nel Museo Napoleone) e ved» che 

Museo Pio^Clem. Voi. II. 5 



Do,:,7.dDyGoOglc 



quolla specie dì turbante avvolto al capo di que- 
sto nniDe dod è altrinieiiti una corona, ma un 
paUiolo fica o theristrion col quale solevaosì 
gli antichi coprire il capo assai piii sovente che 
col pileo. 1 medici più che gli altri avevano que- 
sto costume : ed è curioso l' osservare quante 
congetture proponga su questo inviluppo del capo 
cbe solca vedersi nelle immagini dipinte d' Ip- 
pocrate , r autor greco «uonìmo delta sua vìia. 
Credo perciò immagini di medici due busti cou 
questa specie di turbante avvolto alla testa, uno 
di bronzo pubblicato nel tomo I de' Bronzi di 
Ercolano, tav. 39 e 3o, un' alti-o di marmo edito 
fra gì' incogniti del Museo Capitolino , tomo I , 
uv. 88. 

TAVOLAI. 

Ercoli detto il Toeso *. 

n descrivere i capi d'opera della scultura che 
bau formata la delizia del gusto greco, la scuola 

* Alto palmi sei e once sette e meEta. Fu trovato in 
campo di Fiore «'tempi di Giulio. II, giusta Pietro &»- 
■alti Delle note alla Metaltoieca dì Mercati, pag. 36^ ; 
•e coti i, apparteneva forse al teatro di Pompeo. A 
proposilo del Torso dì Belvedere f meritano esser riferiti 
i versi del Favoriti nel sao poemetto iaiitolato Cleopa- 
tra, inserito dall' Assalti all'armario X della sua edi- 
zìqne della MetallotHeca del Mercati, ne' quali - così de- 
scrive il nostra Ercole mutilato: 

jist Ulum àtjormem licei , et slne nomine tmncum 

iiiratum htic Aearim ventarti, Rhtnumtiue bibentcs. 

Et virot itb'nc disami effiitgere vuUus. 

bo.i..vJ^),CoOglc 



^ette arti rìDascend. il soggetto delle osservazioni, 
degli stud), e degli scritù de' più grandi arte6ci 
e de' pili colti espositori delle anticltità , è im- 
presa cotanto vasta e difficile , che a bene adem* 
pìerla dovrebbe desiderarsi redivivo dod pare un 
Filostrato, o on Plinio, o un Pausania} ma un 
Passitele , o un Socrate , che ugualmenle ceUa 
scuole del dire e del peosare, che in qnelle del 
disegnare istruito , potesse con acutezza: rUevare 
totte le finezze del professore , penetrare con fi- 
losofia in tutti ì sentimeoti che ne dipendono ^ 
e insinuare il tutto colle grazie dell'eloquenza 
negli animi de' non per anco iniziati alla god- 
templazjone del sublime e del bello. Se ciò do- 
vette essere non molto comune ne' be' tempi di 
Grecia, che sarà mai al presente « quando sem- 
bra che la natura stessa in certo modo degradati 
u allontani tanto dal bello ideale? quando Ì pre- 
giudizi ^^^ maniere hao prevenuto il criterio J 
quando i fiibi gusti hanno assuefatto a contea- 
tarsi del mediocre , se non pure a compiacerò, 
del cattivo? quando un total rovesciamento d'o- 
pinioni non ci mette pìii nel caso di raggiungere 
tutti qne* rapporti morali che animavano la bel- 
lezza e duplicavano la sublimità di quegli anti- 
chi lavori? II maggiore autìquario di quanti sieno 
mai stati, e il miglior pittore del secolo, han 
date due descrizioni di questo prezioso fram- 
vento : il primo, consultando piti la sua fantasia 
the il sqo discernimento > ci ha lasciata tma 



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poesia invece d'uoa descrìzioiie (i). Il secondoi 
coDteDUDdoH di darci il Torso dì 'Belvedere per 
modello, dello stile pih loUevato e per una scul- 
tura di prima classe nella quale non ha com- 
pagno che il Laocoonte > ina che forse lo su- 
pera nella facilità del tocco e nella verìtk della 
imilanone, ha abbandonato ogoi discussione ao- 
tiquaria (3). Per istruzione e per diletto dei 
leggitori riporto in nota gli squarci originali di 
questi grandi uomini (3). Bastandomi d' osservare 



{■) 'WÌDckelnianii , Storia delle arti, )ib. X, cap. 3. 

(a) Mengt, Opere, tom. I, pag. ao4- 

(3) Winckelmann ,/l. e, % \^-. In ijttetta sì mutilata 
statua mancante dt testa, di mani e di gambe, coloro 
che penetrar sanno i segreti dell'arte scorgono tuttora tot 
chiaro raggio delT antica bellezza. U artistq ha ejfi^iuo 
in t]uesl' Ercole la pia suhUme idea ^un corpo sollevatosi 
sopra la natura, e d'un uomo nella età perfetta innata 
tatosi al grado di quella privazione dì bisogni eh' ò pro- 
pria degli Dei. Ercole qui rappresentasi qual esser dove» 
aUorchèsi piantò col fuoco da tutte le umane debolezze, 
e, fatto immortale, ottenne di sedere f ragli Dei, quale 
dipinto avealo Anemone. Egli è espresso senza la neces- 
sità di nutrirsi e dt' olire usar delle forse, poiché non se 
gli veggono le vene, e U ventre sembra satollo senx^aver 
preso cibo. Aver dovea , come giudicar si può da quel che 
rimane, la destra posata sul capo per indicarne il riposo 
dopo tutte le sue fatiche , e in tal positura si vede su una 
gran tazza di marmo e sul celebre bassorilievo delia sua 
espiazione ed apoteosi , ove leggesi e epigrafe: HPAKAHS 
An AIIATOMCNUS ( Ercole ripoiautesi J. La testa aver 
dovea lo sguardo rivolto in su , qual si conveniva alTeroo 
che meditava contento sulle compiute grandi imprese , e 
appunto curvato ti i il dorso come d uotiK» meditabondo. 



.„Cooi;[c 



*9 
Ae fofàuoiM £ffiua* DOD senta foDdameolOi per 

le Mooie deff arte , che in qaetto grand* CMBi- 



il petto ttiaesiotanteitie elevato ci richiama Fidea diqmeUo 
contro cui compresse già il pgojue Gerione , e nella Imi- 
ghetta e fona deUe cosce rawitiamo F ùtsiancatHe eroe 
che con a^ piede la cerva iaseguk e raggiunse , e dùoor- 
rendo mtmense terre, pervenne tino ai confuti del momth. IH 
mmmkar deve t artefice ne' contórni dei corpo la morW- 
dexxa delle forme , il dolce loro pastai/o da una aW al- 
tra , e i traiti quasi moventiti che con un molle ondeg- 
gùaaenlo si sollevano e ^ incavano , e t mn nelC altro' ut- 
9ensii3nteine si perdono. Troverà A disegnatore che nel 
volerlo copiare non può mai assicurarti della dirittura « 
afffBpomdetaa delle patti, poichi il moto con cui s' im- 
muigina di coglùirla se ne allontana insensihilmente , e 
prendendo un'altra piega, inganna del pari Cocchio o la 
mano- Le ossa sembrano ^ una pingue cute ricoperte i 
carnosi tono i muscoli, ma tenta una superflua pùiftue- 
dite, e la come è in generale sì ben fatta, che feguttle 
non trovasi £i nessun altra figura. Dir potrethesi che 
^aetf Ercole f" avvicina ancor pia che I Apollo ai tempi 
fioridi dello stile sublime delF arte. 

Ifeugt poi al 1. e. cui lo detcrive : // T'erto d£ 
Behedere è opera meramente ideale. Fi si trovano rio- 
aite tutte le beliezM delle altre statue, palchi ha una 
varietà si perfotta, ch'i quasi impercettStUe. I suoi pumi 
non si possono discemere che col paragonarli colle pani 
rotonde, e queste con quelli. Gli angoli sono minori di 
piani e de' rotondi i ni questi si distinguerebbero te non 
me ss ere le piccole afe di cui sono composti. Questo in- 
signe autore ateniese, a me pare che amsegià il pia bel 
gusto cui pub aspirare F immaginazione , se egli fo per^ 
fono nelle altre parti mancanti, come in quelle che v«> 
tHamo .... // fiom« di questo Apollonio non si trova 
nelle storie amiche, se forte non i quello che non er* 



,y Google 



'" . . . . • 

piare si sien perfeùonati RA&eUo e MieheUH- 
gelo , è il pìh auccÌDto e il pili Biignifico elogiu 
che ppssa farsi di quesia egregia scultara. 

Gli oltraggi del tempo non hao distratto i 
disùntivi del soggetto; la pelle di leone, sa cui 
sedeva la sutua, l'baa fatto argomentare uo Er- 
cole: il carauere d'Illa corporatura lo prova ule. 
Ardua cosa i però il fissarne l' azione : Win- 
ckelmann che lo ha creduto un Ercole deificato, 
fonda il suo giudizio sul non vedersi le vene 
scorrere sotto la superficie di quelle membra 
meravigliose. Ha voluto che Tazioue del sinistro 
braccio (i) fosse quella d'appoggiarlo sul capo, 
attitudine dagli antichi usau a significare il ri- 
poso > attitudine adoperala appunto nello stesso 
nostro soggetto dal greco artefice del bassorilievo 
Famesiano, ora Albani, rappresentante la quiete 

mai contento delie sue opere, e che dopo averle termi- 
nate la rompeva. Con tutto db io credo che gli antichi 
Romani facessero gran conto Ji tfuesta statua, perchè da' 
ferri che ha nelle natiche si conosce che la ristaurarono. 
Pare che rappresenti un Ercole, come iodica la coda di 
iione , « secondo il carattere dovrebbe ivppreientar «jiuesto 
en>e già dedicato , poicl^ non si rafvisa nel corpo niuna 
di quelle vene che gli antichi segnavano nelle figure uma- 
ne, come sono la cava neW interiore della coscia, Quella 
del basso ventre, e altre che passano pel petto : perciò 
Kt inclino a credere eh* egli fosse appoggialo alla clava , 
e non filando, come alcuni pretendono. E psgma ao5: fi 
Torso di Belvedere pel sublime, poiché in questo h unito 
Tideale colla bellezza e colta verità. 

(!) Nella Storia delle arti si legge il destro invece del 
sinùtro per errore , 1. e. 



Do,:,7cdDyGoOglc 



7r 

o r apoteosi d' Alcide.. Sembra che siccome la 
mano d«gli scultori qdd ha ardito sup[J)re in 
rilievo b\ bel frammento (i), così la fantasia 
delle persone dì gasto non abbia osato rappre* 
•eniarselo intero, lo proporrò su di- questo al- 
cuna mia congettura, non aspirando piti (dtrtt 
Della eaposiuone d' un marmo non molto men 
difficile a ben descrìverai « di quello che lo sar 
rebbe a ben imitarsi. 

Sembrami adunque che la ailuaiiooe del bracr 
ciò ntùstro appo^aio sul capo , come vuol 
Wiackelmann, non sia mai stata l'attitudine del 
«mulacro. L' elevazione, del braccio, indicata da 
quel che ne resta, può avere degli altri moùvit 
Uov' è però una figura isolata , e che sì regga 
tutta so dì se stessa, rappresentataci dagli antichi 
ed braccio rìpiegato sul capo? 1 mptti Bacchi 
e i pochi Apollioi che 9000 io tal positura, ap> 
poggialo poi il torso, o r altro braccio reggent* 
il torso, a qualche sostegno, altrimenti la situfr- 
tioDe Teriùmìle non sarebbe né naturale , ma 
assai forxatb: e in vece d'esprìmere quieta e ri- 
poso , non darebbe idea che d' una incomoda 
di^KMÌzione di membra , d* un gesto affettato , 



(i) M.r Harìett» Delle note a)U Flta ài lUitheiOngelù 
icrìtu <U Condivi, Dou 47t elice d'aver veduto nelU 
gallerì» di Firenze nn modello in cera, lavoro di Mi* 
chelangelo, rappresentante il Torso dì Belvedere lup- 
pliio. Ercole itava in atto di tiposarai appoggiato alla 
clava. 



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7* 

d'una pontura ineomposta e troppo lootatia dalla 
«luteEza , dalla semplicità, dalla sobrietà dello 
greche iaveozioDi Ugualmente improbabile nià 
sembra il pensar cbo WiDckeltnano che il capo 
fosse rivolto all' in su « e 1' eroe ìa atto di fis- 
sarsi al cielo. Può Dell* atraesso rame compreif ' 
dere chiunque ha cognizione, benché leuue, del 
giuoco de' muscoli nel corpo umano , che dall» 
andamento del collo e dalla curvatura del dorso 
il capo dee giudicarsi essere stato ìncliuato, e 
piuttosto tendente al suolo, o ad altro oggetto a 
se inferiore, che fisso al cielo. 

Molto più dilHcile però .sarebbe il determi- 
Bare un' attitudine a questa insigne frammento , 
che non sia stato il rivocare io dubbio una opi- 
nione piii dal credito dell'autor sostenuta, che 
fondata sulla ispezione del monumento, né io 
pretendo d' averla colpita. Lascio a supplirne il 
disegno chi conosce la .natura e l'arte, ed h« 
con qualche profondità conudèrato l'ammirabil 
semplicità del «omporre antico. Non farò altro 
che approssimarvi un* idea pur dagli antichi mo- 
unmeniì somministrata, della cui analogia colla 
nostra figura lascerò la decisione agi' intendenti. 
Il superbo inuglio di Teucro nella Dattilioteca 
Medicea , che pe' rami e pe' solfi è divulgato 
per tutta Europa, sembrami che possa additare 
alla immaginazione l' antico stato del Torso di 
Belvedere. Dico additare, perchè la sola traccia 
dell'azione, non la completa composizione, pos- 



Do,:,7cdDyGoOglc 



,s 

BÌam ravrisinì (i). L'Ercole vi (li gruppo con 
una doosà ignuda o sia Jole , o sìa Gufale , o 
£b« medesima , di slaiura assai minore dì lui , 
la quale sundo io piedi h dall'eroe, che siede, 
abbracciata. Anche nel nostro mamio il braccio 
liaisiro stringeva forse l'altra figura, e così Te- ^ 
slensione de* muscoli che lo reggono , come lo 
aporgìmento e il girarsi di tutto il corpo >veiso 
qael lato* sembrano confermarlo j il volto dovea 
piegarsi a contemplare la Dea della Gioventù; 
la destra o si appoggiava sulla clava, o reggeva 
il nappo della immortalità mioistraiogli della sposa 
celeste, o si stendeva ad accareizarla , azione 
che sembra indicata dall' allontanamento dell'an- 
golo inferiore della scapala dalla spina del dorso. 
Alcuni attacchi non oscuri che sono da quella 
parte e verso il fianco, e verso il ginocchio, 
sembrano persuader l' esistenza io antrcu d* una 
seconda figura : il travaglio stesso meo terminato 
da quel fianco mostra che un* altra figura ad- 
dossatavi o lo rendesse meno esposto alla vista, 
o meno comodo allo scalpello- Forse l' incisor 
della gemma Medicea avea in mente un simìl 



(i) Museo Fiortntino, Gemme, tom. II, tav. 5. Le 
membn dell'Ercole nelU gemma hanno lHtt*attra dispo- 
risione da quelle del marmo. Non lascia per& quell' in- 
taglio d'ajalare l' immagi nasìone di chi voglia rappre- 
leniarii il Torto come un ft^jnmento di gruppo di si- 
mile argomepto. Dì pib, unitamente ad un medaglione 
del Museo de Campa, pag. aS, prava eh' esiste vano ao- 
ticamente de' gruppi d'Ercole in tale asione. 



bg„„.J.yG00glC 



74 - 

grappò Della eomposizioDe del tao intaglio, ch« 
però ha egli adatuto alla Ggura e all' tuo delia 
saa gemma , caDgiaodolo io molte parti , aeoxa 
perdere aflaito il seotìmeoto foDdamantale del 
•no archetipo. Simili imitaBÌoDi io parte alterate, 
non sono strane nell'arte antica (i). Nel sasso 
su cui siede l' Ercole è inciso il nome dell* in- 
signe artefice Apollonio, eoo là segueote epì- 
grafe : 

AneAAONlOS WESTOPOS 
AeHNAl02 EnOIEI 
Apollonio figlio dì Nestore ateniese lo Jaceva, 
o piuttosto, ^o Jèce. Chi ha pratica dell'uso pro- 
miscuo che faceano i Greoi de' loro tempi* odo 
vorrà molta souilìaare sull'imperfetto -invece del 
passato,' lo ohe pure' ha meritato l' aueozioDe 
degli antichi e de' moderoL Winckelmann ha 
fissato l' epoca di questa scultura beo posteriore 
ad Alessandro, a motivo della forma dell' o, U 
quale peraltro, come rappesentanie i due OU 
uniti invece dell' U o dell' O lungo , mostra ud 
origine hen pili antica , quantunque non ne rì- 
mangano tanto aiitìcbi i monumenti. I caratteri 
segnali dagli scultori , forse di propria mano, 
siniigliavauo per avventura piii la scrittura cor- 

(0 Butano a provarlo le repliche dell'Ercole Fame- 
■iano notabitmente diverte dall' origÌDale , particolar- 
mente nella dispoaiaione delle articolacioni inferiori. 
Anche il Discobolo da noi riferito nel I tomo, tav. A, 7, 
inciso >a di un' antica corniola , varia in molte parti 
dalla lutna cha ne dovè ewere l' originale. 



.„Cooglc 



75 
rente che quella delle pulibUcbe lapidi Qu«8to 
ApolloDÌo è diverso dalPaUro cbe con Tauriseo 
travagliò il gnip(M> del Toro Faraesiano j il no* 
atro e' intitola Ateniese , l' altro cì dice Plinio 
eh* era di Rodi. Sarebbe perita la memoria del 
|ùii grande statuario cbe conosciamo , se non 
■«esser rìspetuto Ì secoli questo fi-ammento. Gran 
cosa che Apollonio, Agasia e Glicone, autori 
delle più insigni opere di scultura , ci siano ignoti 
nelle memorie delle ani antiche. E che saranno 
mai sud i Prassiteli, gli Scopa, i Lisippi, de^i 
elo^ de* quah ridondano luiii i classici? 

Osservaùoni delTautore pubblicate nel tomo VII 
delV ediùone di Roma. 

11 rìsiauro di questo insigne frammento quale 
io l'aveva proposto alla pag. '^^ indicando per 
una idea generale della disposizione \& gemma 
di Teucro rappresentante Ercole con una eroina, 
h stato eseguito in marmo dal valente scultore 
inglese signor Gio. Flaxmann , rapito non ha 
molto alla sua patria e alle ard. Aveva egli mo- 
dificala alcun poco la composiùone della ciutta 
gemma , ed aveva vestita 1' Ebe , dando alle due 
figure l'adone -da me proposta. Ignoro se questo 
lavoro eseguilo dall'artefice in marmo nelle stesse 
dimensioni del frammento originale, sia stato 
posto in isiampa , e dove sia collocato- 

Ho terminato la spiegazione di questa tavola 
con un atto di meraviglia suU* alto grado (fi ec- 



Do„,7cd,yCOOglC 



,« 

celleiua cbe doverano avere «rau le opere pef' 
dute de* Prassiteli e de' Lisippi » te di al alta 
perfezione aoo le opere degli Apolloo) e dei 
GlicoDÌ , artefici igaoti nella storia delle arti 
greche. M' avveggo però che questo ragionameoto 
non è interamente giusto; ì Prsssiielì, gli Scopa, 
gli Alcameoi giunsero a si gran fama non solo - 
per Teccellenza delle opere loro^ me altresì pei 
tempi e per le circosianie in cui vissero, e pei 
luoghi ove ì loro lavori fnrono esposti : onde 
poterono, anà dovettero essere ricordad con lode 
da una infiniti di greci scrittori ed esegeti ^ dagli 
scritti e dalle memorie de* quali hsn tratto spesso 
notizie e altusiooi e Plinio, ed altri scrìttoli la- 
tini e grecL Apollonio, Agasia , Glicone ed al- 
cuoi altri sono stati impiegati io Roma, dove ai 
pregiavano bensì e si compensavano grandiosa- 
mente gli artefici ; ma non se ne parlava tanto 
come in Grecia , laè passavano i lor nomi in 
tanti scrìtti di prosa e di versi. Apollonio ha 
lavorato probabilmente a' tempi di Pompeo* presso 
le ruiae del cui teatro questo egregio frammento 
tornò alfa luce. Quantunque a forza di conget- 
ti.re l'epoca della introduuone di certi caratterì, 
come dell' a di questa forma , possa rìspìngersì 
ìoitietro d'alcuni anni, egli è però certo che il 
monumento piìt antico su cui si trovi è un ci- 
stofuro di Pergamo col nome del proconsole 
Pulcro cbe governò l'Asia verso l'anno 700 di 
Roma. Kon mancò dunque il merìto ad Apollo* 
ùo per giungere alla lama di Eufranore o di 



,y Google 



77 
Fidia } ì tempi «olo eran cangiati : e Roma in- 
tesa a soggiogare il moodof non distribuiva tasta 
~^ona agli artefici , quanta già Atene e Corinto : 
e noi possiam lusingarci die i capi d' opera che 
ammirìaino ancora dell' arte greca * non sìen 
punto inferiori a quelli che pili ammirarono L^ 
Greci ftewt. 

TAVOLA XI. 

Vittoria *. 

Questa difinità allegorica (i), propagatrice e 
tntelare per ondici secoli dell'impero romano, 
fu quella altresì che riscosse più lungo culto 
fralle deità del paganesimo, non essendo cessati 
i suoi pubblici sagrìfiz) che verso la fine del 
quarto secolo con tauta resistenza e indignazione 
del senato , quanta la storia e gli scrìtti dì Sim- 
maco ci rammentano. Rari ciò non ostante sono 
^ suoi ùmulacri d'una ceru grandezza (a). O 



* Alta palmi cìnqne e once dieci ; col plinto pklmi 
tei e once dne. 

(i) È per& nella Teogonia d'Esiodo , ove ha per ma- 
dre Stige, nome che lignifica odù>, per germane la 
Fona, la Violenu e l'Emulacione. 

(3) Si troTano (peuo ne' Muiei d' antichi bronzi dei 
piccioli timnlacri della Vittoria da lospendersi (alle in- 
segne. Sono per Io pia Tolanti, e co' piedi mottfano di 
non reggersi tu d'alcun pavimento : 

Nuth suspensa pede; 
Pmdeiuio; lib. II j, coatra HjjrmmaeH' 



Do,1,7cdDyGoOglc 



perchè fos&ero per la maggior patie di Bronzo , 
disirulù perciò dal bisogno e dall' avarizia ; o 
perchè perduti i simboli distintivi che la dea 
suole aver nelle mani e sugli omeri , sìeno stali 
«d altro significato addetti \i)} o perchè la per- 
secuzione degl'imperadori cristiani si accendesse 
dalla resitenza del senato romano ad abolire ogni 
monumento di questa idolatria. Fra i pochi che 
ce ne restano in marmo , se picciolo per la 
mole, assai stimabile per T invenzione ed ele- 
gante per la maniera è il nostro. Esprìme una 
Vittoria navale coli' appoggiar d«l piede su d'un 
rostro di nave , ad esempio di quella che si , 
vede nelle medaglie. Non perciò è priva del suo 
trofeo , quantunque da alcuni possa crederù pih 
«datuto alla Vittoria terrestre , come inventato 
appunto a segnare il luogo della fuga de* nemici. 
J'orse la Vittoria , alla quale spettava il nostro 
monumento , fu riportata per terra e per mare , 
o forse ancora il trofeo non indica uno di quelli 
che sì ergevano sul campo di battaglia , ma uno 
di quegli altri de' quali i templi, i portici, gli 
archi, ì fori, i palagi sì decoravano. È tanto 
proprio della Vittoria il trofeo , che un greco . 
autore non l'ha altrimenti definita, che per Tot* 
tenimento del trofeo medesimo: N/xj^ ^ rpoxan'- 

(i) T>Je io creéo quello della vilU Albani, ipiegito 
dal dotto ab. lUffei per Oiimone cbe scende in Lenoo^ 
Otservaxiani sopra alcani monuwtenli Jtlla villa Albani, 
pag, 17. La liniigliaBBa colla Vittoria è stata av^arlilt 
dall'autore atesao^ pag. 18. 



Do,:,7cdDyGoOglc 



79 
jC}OL. La Potoria è la possessian del trofeo (i). 
&«De a proposilo F artefice del nostro marino ha 
dunque preso il partito di farla riposar sul tro- 
feo , per indicare la sicurezza prodotta dati' aver 
volti in fuga e disarmati ì. nemici. A questa 
«spresflìone di sicureua, parrebbe che possa air 
ludere la situazione del braccio sinistro sul capo, 
se una statuetta simile trovata posteriormente (a) 
e in questa parte piii intera, Tion ci apprendesse 
che la sua vera atrìtudioe era di coprirsi il capo, 
qtiaà per giuoco dell' elmo sospeso alla sommità 
del trofeo. 

La nostra Vittoria non è qual la descrìve Pru- 
denzio (5): 

T^mtidas fluitante sinu inpestUa papiUas ; 
ma qnasi nuda: cosi ce T offrono qualche volta 
le arniche monete , così suole osservarsi in quei 
hassirilievì e in quelle gemme , nelle quali la 
Vittoria sacrifica un toro o presso all' antro di 
Mitra , o per denotare le vittime de' uionfi. Le 
ali 80D npiegat^ e non fanno sospettare la sua 
ìncostanaa. La corona moderna éhe ha nella de- 
lira è imitata da' vetusti esemplari. 

Queiu stataeua era' forse destinata all' orna- 
mento di qualche architettura con altre similit 
L' occasione non è facile a congetturarsi. Dopo 



(i) Hotcbi^aliu. 

(9) Era ^QWeduta dal lig. Tonuiuto ^cdLìi», gentil- 
«^ iagiese, gma coaoscitore- 
(5) CiC lib. II , cantra ^mmach. 



,y Google 



8o 

la Vittoria Àzìaca non oflre la storia altro co 
battimento navale ne* tempi in che fiorirono le 
arti in Roma. Pure nelle monete di Vespasiasio 
e di Tito si vede la Vittoria sul rostro di pavé- 
Chi sa che non fosse una semplice imitaùooe 
di quelle tante immagini che tiell' auge dell' ìob— 
pero d'Augusto avranDO rappresentata la Vittorio 
Aziaca? 

TAVOLA Xri 

FORTCHA*. 

n àmulacro inciso nella tavola che osservia- 
mo, ottiene dalla integriti quella consideraiione 
che non può meritare per 1' arte. Comunissime 
SODO le immagini in bronzo di questa deità , 
come anche in gemme e in medaglie; non cosi 
però in marmo, e parbcolarmente col corredo 
assai conservato de' suoi attributL La nostra dis- 
sotterrata nello scavo aperto pochi anni sono 
sulla piazza di S. Marco , non lungi dall' antico 
Foro Trajano (i), ci presenta tutti qne' simboli,' 

* Alta palmi cinque e once cinque j col pliiito palmi 
•ei. 

(i) ITello «cavo medesimo, oltre una statuetta «creata 
Ai Blarte, si trassero alla luce due basi con tre singo- 
lari iicritioni. Le baii appartenerano alle statue di broin* . 
di due personaggi della famiglia degli Asterj nobili»si- 
BU io Roma nel qainto secolo" dell'era cristiana. Lapri- 



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de' quali la retusu supentizioiie caricò questo 
nume ignoto alla teologia d'Omero e d'Esiodo. 



ta alquanto fremmenlau presenta la tegnente itcritione : 

• • ■ AE • PATERHiE 

• • • NOMIAE'<:- M- V (clarìsiìTnaememoriaefemùiae 
•VXOHI ■ OPTVMAE 

ET ■ MERITO 
DILECTISSIMAE 
L. TVKCITS • SECVSDVS 
ASTEKIVS • V. C. EX ■ AEBE 
STATVAM ■ DEDIT 



1^ seconda ha verso la sommità scritto A5TERI1 



pa- 



rola denotante al consnelo di citi era la statua per chi 
non Tolera leggere la pit Ibnga epigrafe, la quale è. 
aciitta sul troneo della base oome siegue : 

L- TVRCIO ■ SECVHDO • C- V {dantsimii vira 
paio L ' TVKCl • APIONIANL' C • M • T ( cjsrùri'- 
COHSVLI ■ PRAETORI QViESTORI Laana- 

COMm • AVGVSTORVM ■ CÒRRECTORI morìae 
PICESI • ETFtAMmiAEELOQVEHTIAl ■»>» 
rV'STITIA ■ INTEGRITATE • AVtTORITATE 
PHAESTAHTI ■ IH • OMNI • DEIIIQVE 
VIRTVTE ■ PERFECTO • ORDO 
SPLENDIDISSIMVS ' AMITERHUNAE 
CITITATIS ■ ÓB • raSIGNEM • ERGA • SE 
AHOREM • PATRONO • DIGNISSIMO 
STAI 
POST 
AD • 

£ ttotaliile in questa lapida, che la città d' Amiterno 
avase eretta ad Asterìo una statua In Roma aeusa.it 
permesse del Sanato o delprhioipe: il cret^tD forse d' A.< 
sterìo medesimo assolveva gU Amiaenàni , ^i dalli Atnjó 

Museo Pio-Clem. Tol. II. 6 



Don«d.yGoOglc 



«3 

Molti iodagatori delle cose anticbe hanno attri- 
buìlo il* silenzio di ^ue' padri della mitologia sa 



temiani, da ogni formalità. 11 easso è d'una mole die 
non pnò «opporsi trasportato da cosi lungi. Dalla parte 
di dietro v' i un'iscrizione piii antica, per la quale et« 
stata lavorata la base } rivolta poi per impiegarla alla sta- 
tua d' Asterie , secondo l' uso di que' tempi di servirvi 
degli spogl} d' altri monumenti. Quest' ultima iscritione 
i la seguente: 

DIIS ■ PBOPITlS 

CLAVDIA • TI ■ F • QVINTA 

■ G IVLIO • HYMETO AEDITVO 

DIAKAE • PLAUCIAMAE 

PEDAGOGO ■ SVO • KAI 

KAeWHTH ■ ITEM 

TVTORI ■ A ■ PVPILLATV 

gB • REDDITAM • SIBI 

AB • EO ■ FIDELISSIME 

TVTELAM ■ ET • C. IVLIO 

EPITYWCHAMO ■ FRATRI 

EIVS ■ ET • IVLIAE • SPORIDI 

MAMMAE ■ SVAE ■ F 

LIB • LIBERTABVSQ ■ POSTER ■ EOR 

La Diana Plancìana era quella , la cui edicola stava nella 
casa o preuo la casa de' Flancj. Sì vede l' immagÌDe 
dì questa Diana nelle monete battute in Roma dalla fa- 
miglia Plancia , quando alcun dì loro presiedè alla cecca. 
Ha per. di (tinti vo un pileo venatorìo sul capo. DaalcBui 
i spiedata per la Macedonia. Il titolo di KAOHTHTHZ , 
y*l' ^receitùn ; cosi Strabone per dire che Atenodoro 
SlAMo:fu.jiL- precettore 41 Cesare, dice KaìffapOi xaSf^- 



Do„,7cd,,CoO'^[c 



83 
ia] proposito id idee pib giuste di qaelle che 
sì ebbero nelle età susseguenti , come ftltra Foi^ 
iDDa DOD avessero ravvisata , che la volontà e il 
decreto di Giove. Io però sospetto che m voglia 
COD tal divisainento far onore a que' due poeti 
d* Qoa filosofila che non han mai immagÌData. 
Esiodo dà alle Parche tdoìpat , Moerae , tutù 
quegli uffiij di che i posteriori filologi hanno 
iavestiu la Forruoa Tv;);*^, Tyche (i). £ presso 
Omero quel Fato più forte della volontà dì Gio- 
ve, non è molto consentaneo all' esattesza di 
nozioni che in questo particolare se gli vuole 
ascrivere. Sembra anzi che il suo Fato molta 



•fiiawxù (lib. XV ). È distinto dal titolo di pedagogo, ch« 
vale ajo o pedante, piuttosto che maestro, come ha 
provato il Harlorelli {Th.caì, lib. I, cap. 7, n. 16.), e 
com« conferma la nostra i seri lioBe. Sì noti, che la paro* 
la è Kritta in greco per non far toriq eoa un elleuismo 
alla paresta della iscrizione. Tantoppiù sicnramenie pos- 
■iam ricevere la voce pupiUaifis che non incontra* 
vamo ne' lessici. L'altra di mamma è ìa signiCcasione 
di nutrice. 

(0 Theogort., V. ai8, dice delle Parche: 

*&i te $poroìm 

Ttmfùfoun diBovaw èj(iiti> à/fa^óv te komóv re. 

Estt ai mortali 

Dtstinan dalla culla i beni e i mali. 
Quetlo fu poi l'uflìcio della Fortuna , il cui nome Tt^jj^i; 
i un verbale da TVVyaa>0 , avvenire , accadere , sortire. 
Questo verbale fu in appresso personificato o da poeti, 
o dal volgo, e poi diviaizcalo. Pindaro credè la Portnoa 
nsa delle Parche: Pausati., Jchaica VII, a6. 



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84 

relauooe abbia a quella Necessità 'kvdyxrit A- 
nance , colla quale ì filosofi pagani circoscrive- 
vano la possanza del loro dio , e con cui si 
lusingavano di apiegare l' orìgioe del male; ne- 
cessità che i poeti delle età posteriori non ban 
«apato disgiungere dalla Fortuna (r). 

Comunque ciò sia , rìserbato alle Parche il 
-dominio delia vita e della morte , tuuo il resto 
delle cose umane fu permesso ali* arbitrio della 
Fortuna. Quindi è nominata in alcune lapidi 
prima di Giove (a); quindi il suo simulacro 
Preaestino sosteneva fralle braccia in forma di 
due bambini il re e la regina degli Dei (3} 
Questo dominio è indicalo nel timone, simbolo 
di governo t e nel- globo. La ruota , altro suo 
distindvo conosciuto come i precedenti , ci ri- 
corda che 

Le sue permutauon non hanno tregue (4). 
Il cornucopia che ha nella manca, ci dà l'idea 
dell* abbondanza che scende ad un suo volere 
a bear le naùoni, le città e le famiglie. Bupalo 
ta il primo a fregiare la sua Fortuna Smiruea 



(0 Orazio, Carm., lib. I, ode XXXV, dice alla For- 
tuna : 

Te semper anteit saeva necessàas. 



[•i) Oraler., LXXIII, 9. 

(H) Cicer., de DivinaL, II, 4i. 

(4) Dante, Inferno, VII, 88. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



85 
di qaesto attribuio (i); altri prima di lui Is avean 
collocato io braccio Fiuto bambioo (a). 

Ajiche d'uD altro simbolo adomò Bupalo qu^ 
sto sDO sìmalacro, e fu il polo che le rtpOH 
sai capo (3^ Àlcuoi si coateniano d' iotéodere 
per questa voce il cielo « senu curarsi di tapere 
sotto (^e forma e io qual guisa posava sul capo 
della Fortuoa (4)> Gli altri spiegano questo polo 
pel modio o calato, fregio cooMieto di molte 
anbcbe divioilà (5). A me sembra che la parola. 

(t) Fansan., Messenica, sive lib. IV, cap. 3o. 

(a) Paniau., Boeot. , lib. IX, cap. i6, ove rammenta 
elle CeGiodoro aveva in Atene posio in braccio alla Pace 
lo «tesso Plnlo dio della rìccheisa per un simtl mvtivoi 
Da qaesto pauo ti dee correggere qHcllo del lib. I ^ 
dove si legge al capo 8, che la stàtua della Pace in 
Atene teneva in braccio Platone. Fa d'uopo restituirvi, 
in vece di Plutone , Pluio. 

(3) Pansan. , Uessen., TV, cap. 3o. ^ovìretXoc 3è , . . 

Mai T^ iréptf Tttpì TÒ '»a^ov^ivQ9 ' A.(iaXSteiai m- 
pa^ iixò '£Mf^ei>. (>^to( [iév èm toaovvf iS^Xoffs 
T^C SteoS rà Sftya. Bupalo che lavorò periiue' dì Smtrnt 
la statua delta Fortuna , primo fra quanti eonosdamo, la 
Jècé col polo sul capo, e col corno, che i Greci dUamaaa 
dAmahea , nella manca. In tuttoc&> dkhiarò questi h 0- 
pere della dea. 

(4) Buonarroti , Ostervasioni sopra alcuni Meda^tonà 
Fra quelli che iatendono pel poh della Fortuna il cielo^ 
SODO da ' contarsi gli espositori de' bronzi £rcolaneSi ^ 
L V delle Antichità, I de'brooti, pag. a65, n. 54- 

(5) Vedansi le note del chiarissimo sig. abate Fea al 
lib. IX, cap. Z, $ 5, deUa Storia delle arti di Win- 
ckelmann. 



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86 

aróXof mal sì tragga ad ud simile «gnificato. 
Questa voce non ci dà altra idea presso gli 
scriltoiit seanon dì qualche cosa dì concavo; 
quindi fu tratta a denotare il cielo , che soKdo 
e concavo sì Bguravan gli amichi (i), il cranio 
deU'uomo, e fino l'oroLogìo solare (a), il quale 
da una concava superficie di segmento sferico 
venia fumiatOf e vien perciò comparato da Pol- 
luce ad una specie di scodella o di conca. Come 
dunque si vuol questa volta appropriare ad uq 
corpo, che piuttosto simiglia un cono troncato o 
un cilindro? E seppure questo valore della voce 
wó'Aix; è ragionevole , perchè non se ne soo ser- 
viti gli antichi per denotare il calato della Diana 
Efesina , quello di Serapide , quello della Diana 
Pergea , e tanti altri che situili al raodio della 
Fortuna torreggiano sulle teste venerate <ìi tanti 
Dii ? lo per me non credo dovermi allontanare 
dal senso piii naturale e piti certo di qnel vo- 
cabolo, quando vedo che ì mooumeatì non mei 
contrastano. Intendo per itóXoi;, polo, una specie 

(0 Varrone'j de L.L., lib. IV, ove lo prova con due 
paisi d' Ennio , in uno de' quali il poeta rassomiglia il 
cielo ad un clipeo. 

(%) Pollfice, Onomast., lib. II, fez. 38 e 99, appari- 
■ce che siccome ^oAoc è ancora una parte della lesta, 
non dee matariì Ìl luogo d'Esichio, v. vòXoi, ove si 
ha TÓXOi xopvtp^iìa TVitOi XOpvgiiji, come alcuni pre- 
tendono, e fiagH altri Winckelmaon , Starùt delle ani 
del disegno, lib. IX, cap. 5, § 5, dove spiega il polo 
per nn nimbo: a ragione perciò censurato dall'editore 



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& odau o di pileo,-^*lé apjniDto'osKrto' AiI 
capo « molte immagim della PortDAa (r). Là 
nostra n* h ferniia-f le Fonane Anziattoe ne son 
coperte, e sembra dd elmo (3), in altre ìmma- 
(;ini simtglia qaasi ad on pileo frigio (5). Ecco 
adunque quella specie di callotta che copiiva la 
testa della Fortuna Smimea , forse per indicare 
roscntìlà delle risoluzioni di lei (4), o quella 
della ma origine (5); o per imitazione de' ve- 



(1) Coli nel gabineltu Stoschiano le gemiae al n. 1818 
« i8ao , CMÌ no' altra fralle gemme del Caasseo. 

(3) Morelli, ffum.faitiU. Rustia., a. a. Delle Fortune 
ADsiatine effigiate ne' rovesci della gente Rustia, ona 
sola ha la celata cai capo, che è uoa specie d'elmo senta 
cimiero itvfif àipaXoi;. Cosi forse l'avea la Minerva di 
Erilia, Pan*., ^cK., sen VU, S, e la Venere di Co- 
rinto, M/em II, io, che tutte e due ci si descrivono col 
polo- La Venere armata vedeasi parimente a Corinto « 
a Sparta , iàem II, 4, e III, 16. 

(5) I>e la Chansse, Museum Rnmanum , iay. SU. 

(4) Dovette aver certamente nn senso allegorico, ciac- 
chi ci dice Pauaania che così Bopalo èìf^XeoB r^q heov 
rà tf^fa , ci' denotò ìe opere o la maniera iF operare di 
fuesia dea. Cosi forse si volle additare, come dite Dan- 
te, Inferno, Vili; 

. . t • U} ff'udlcói di costei, 

Che è occulto , com' in erba V angue. 

(5) L'oacnrit^ della «dk origine fece dare alla Fortuna 
Preneitina ìl titola di Primigenia, qaasi riconoscewero 
in una certa fatalità il principio dell' nniverso. Questo 
titolo era sì proprio della Fortuna Prenestina, .che sem- 
^n le itcrisioni ve l' aggiungono. Assai curiosa i una 
scritta su due lati d' una piccola hase : 



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a» 

pifà wwlfcrì «4<Vati io Ascio* ncn .4ìwp>ì|k 
per «TTentuTft d» #ltrì cQotecraù ne' gr«co-it«lie& 

li> u^o ha 

PBO SALVTE 
C - CAES&KIS ATG 

GERM e Germanici 

ET REDITV 

nell'altro 

F ■ P - PR ( Fortunae Primigeniae Prenae- 

THESIS ( sUaae 

Q • COSmiVS TERTIVS 

D D 
Sembra che la parola THESIS sia qui posU per espri- 
mere che il donario, il qoale dovea sorgere su Cfueììm 
base, ai depositava nel tempio prima d'aver oltentla la 
grazia, per lascìarvelo attenendola, e non olteaeidola 
ritorlo. In questo senso 0££l£ era un vocabolo del 
Foro Àttico, sinonimo di vapaxarapoAii , come avverte 
lo Scoliaste d' Aristofane in Suh. , e_ provano ancora 
Suida alla voce Ìéai<;, ed Esicbio alla voce nrpVTaveTa 
e ttatuipOA.il , che significava il depositarsi che si facea 
presso il giudice d' una certa moneta , la quale si per- 
deva, perdendo la causa. Asci, come osserva Boddeo, 
Comment. G. L., pag. 9, significava il danaro stesso 
depositato. Cicerone ha detto il medesimo colla frase 
sponsioM lacessere. N4 questo traslato dalle formule gii^ 
disiarle alle votive dee parere strano ; quando era co- 
munemente ricevuta la frase twf' damnaiut, perfeltunente 
analoga alla nostra. Una gemma del Museo Borgia a Vel- 
l«l«ì offre pare la parola o piatlosto le lettere 0ECI 
intorno ad una Iside sedata su d'una cista mistica « 
col siitro in mano. Il lavoro petb non i di stile egizio, 
quautonque la gemma siesi trovata in Alessandria. Sem- 
brami an misto di religione greca ed egiua. Iside sied^ 
■alla cista mistica, come la dea de' misterj , detti 7W- 
moforie , i quali si crcdenno venuti dall'Egitto in Gre-' 



,i„vj:„Coo'^[c 



«9 
ttDttmi. Questo apice (i), se coti TogUam cbia' 
marJo , divemito sàmbolo -proprio della FortuDa» 
ci (bri nna chiara apiegazioDe di qaelle espres- 
aioni d'Orazio (a): 

hinc apìcem rapax 

Fortuna cum stridore acuto 
Sustulity kic posuisse gaudet. 

£<preuiooi, )e quali noe ci offrooo altrtmeoli 
che una immagìoe asMi fredda e iodetemùnata, 
DOD degna perciò dì quel aommo lirico fir» 
quanlì ci loo restali. 

FiDalmcDte il solito oroamento del calalo non 
znaDca alla Dostra statua : i però d' una figura 
90D molto comune, e che sìinigtia quasi alle 
lotti , delle quali >■ vede coronata la Fortuna 
io pili monumenti, e che gli otteanero forse da 
Pindaro il magnifico ùtolo di ipepixoXK, pke* 
repoUs , poruiiìce u ancora sostenìtriae deU« 
«iuk (5> 



cia^ « {stimili da laide, tradotta da' greci, t particolare 
n««te da Erodoto, per Cerere. Tengasi la *aa Euterpe. 
Le lettere quando non fossero Appartenenti ■ nome pro- 
prio,, come mi par probabile , potrebbero spiegarsi 0EC- 
fÈO^pOi; \tni y Jtide Tetmojom. La geatileisa del cblti- 
■iMimo ed enidìlÌMimo moniig. Borgia mi ha comnnicat» 
1* impronto di questa mriMa gemma cb' agli ha riposta 
nel suo Muteo Velitcmo pieno d' insigni monameaii di 
mai I generi. 

(i) Andie l'apice de' Flamini e d<' Pontefici era nna 
•pecie di callotta. 

(a) Oraiio, Caria. I, 34. 

(3) Paotaoia, IT, 3o. Siccome per& loggiunge quello 



bo.i..vJ^),CoOglc 



Osserfationi dell'autore puhbUcate nel tomo VIT 
deW edizione di Roma. 

Ho proposto alla pag. 86 una nuova spie^»* 
Clone del polo , oroamento posio sul capo alle 
immagini di parecchie divinità. Ho detto che la 
voce greca ^óXo<; doveva sìgniGcare una rotOD» 
dità vuota. Questa definizioDe non mi sembra 
esalta : la voce xóXo); viene dal verbo icoXéo che 
significa -tìerto , volto , giro : quindi è T equiva- 
lente del Ialino vertex , e può ammettere tutte 
le applicazioni di questa voee latina. Ffen è per* 
ciò impossibile , come mì era sembrato , che 
denotasse qualche volta un vertice rilevato a 
forma di modio , calato o torre ; e se non sì 
trova nominato il polo nella descrizione di si- 
mulacri che portano il modto o calato , come 
sarebbero quello della Giunone di Samo , della 
Diana Pergea ed altri ; ciò può essere addive- 
nuto perchè nessuna descrizione di questi simn> 
lacri 8Ì trova presso gli antichi. 

Alla pag. 88, nou (5), ho spiegau la voce 
THCSIS che s'incontra in una iscrizione Ialina 



epiteto dito da Piodaro alla Fortuna a inttocib che an- 
tecedentemente ha narrato del polo postole eal capo da 
Bnpaloj bo soipettato che non >i avesse a legger (pepà- 
ttoXoc, phertpohs, portatrice dipolo: ovvero che lopra 
invece di xóXov dovesse leggersi vróXlV , vale a dire 
cbeBnpalo avesse figorata la Fortuna colla città incapo, 
ossia turrita, qnale spewo la reggiamo. Il confronto dei 
manoscritti potrebbe risolvere ogni dubbiex^a. 



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9» 
come se iadìcaise no voto con anathema. La 
voce JtoXvOsffxt che si trova nell' inno di Calli- 
laaco a Cerere, v. 48, e che indict un figlio molto 
desiderato , ossìa oiteoulo da' genitori per mezzo 
di molti doDÌ offerii agli Iddii^ pare che con- 
fermi la spiegazione proposta. 

TAVOLA XIIL 

Nemesi *. 

Quando la penna dell' anùquario ha da ver- 
sare sull'esposizione d'un argomento interessante 
e sicuro, acquista egli allora una piii viva coo- 
fideaza nella sua facoltà, e sì dimentica deUe 
laccìe di frivolo e d* immaginario che soglionsi 
dare da' belli spiriti a questo genere dì lettera- 
mra (i). La bella sutueUa della dea Nemesi che 



* Alta palmi cinque scarsi. 

(i) Uno de' pi il forti motivi pe' quali il pubblico faa 
minor estimatioue per questa facoltà è quello d'Oraiio: 

Scrihimus indocti doaique poémata passim, 
Sapponendola una «cieiiEa dì congetture, bau creduto 
molti che bastasse una tal quale immagìnaeione per po^ 
tersi spacciare antiqnarj. Il pubblico non è sempre al 
caso d' esaminare i foadamenti delle congeUure , e spesso 
confonde quelle cavate da una fantasia poco istruita, 
colle altre cbe tono il fratto di una giudiziosa lettura 
de' classici, d'una diligente, combinai ione di monameuti, 
d' un gusto sicuro delle belle arti , d' una profonda co- 
gnizione de' costumi, delle leggi, della religione e del- 
l'indole de' popoli antichi; cogniMQDe che non va dis- 



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9> 

presetttumo in i|uealo rame , ht per l' appunto 
i «uriiferìti earatteri per ìnooraggirtie l'espositore. 
Le figure di IVcmesi sono assai note nelle gre- 
che medaglie, specialmente di Smime, ove eran 
venerate due rfemesi in un tempio che gareg- 
giava ìd magDÌGcenui ^d. in riccbezM coli* Efe- 
sino. Queste immagini, parùcolarmente ne* me- 
daglioni (i), oos\ ben si distìnguono, che ri 
ravvisiamo tutti que' simboli che gli antichi at- 
tribuiscono a questa dea nemica de' superbi . 
ed avuta per la persona allegorica della divina 
indignazione, e della giustizia distributiva dei 
numi che persegaìlava i delinquenti sin anche 
nella quiete 4^ sepolcro (a)- 



giunta dalla filosofia. Sinché perii le arti della favella 
e del disegna , i capi d' opera delle quali rimangono 
negli scritti e ne' lavori degli antichi , avranno qualche 
onore in Europa, non mancheranno de* giusti estimatori 
a' veri antiqnarj. 

(j) Veggansi i Medaglioni del ré di Francia, turai, a, 
69, 148 e aio. 

(a) Rei sentimento d' indignasìone che la prepotenza 
eccita negli oppressi, sembra doversi rintracciare l'ori- 
gine di questa dea, ^uae nimiù ohstat vou's, secondo la 
frase di Claudiano, e che da Pausania SteSy (là^urrn 
àaiòpóirou; v^ptarM^ daeapahtiTot: , fra lutii gli Dei ia 
pia implaeahile contro i toverchialori, vien datta. Quindi 
veggendosi talora nel mondo prosperare ilvisio, facr«- 
dala peraegnitare gli scellerati anche di là dalla tomba 
( Timeo, de anima mundi ), e fu confusa colla divina 
ginitÌEia. Il suo none greco vale indignazione, se sì de- 
rivi da ptfitffóay e vaia diitriiuxione o ditiriiatrice , ss 
al derivi da fémi, I Lati») per non perdere questo dop* 



,y Google 



.9' 
La misura del cubito era il primo e il più 

caratteristico de' suoi siniboli , col quale noti 
solamente la giustezza indicaTa della retribu- 
sione , ma acceDDava a' felici la giusta misura 
code nOD abusar de* lor beni e del lor pote- 
re (i)- U freno le pendeva dalla manca, sim- 
bolo di moderazione specìalkneute nelle paroi- 
le (3): alle Tolte stringeva un ramo di fras- 
sino , inteso pel flagello onde percuotere i 
delinquenti. Tutti questi distìntÌTÌ s* incontrino 
in -varie medaglie j ma la situazione del brac- 
cio destro , colla quale espone appunto la 
lunghezza del cubito , è il simbolo piii costan- 
te , onde argomentò Spsuemio che a queste 
gesto si riferisse ciocché disser gli antica ad 
cubito di Nemesi , dalla maggior parte de' cri- 
tici spiegato per una misura o una verga che 

pio «enw (jprcMivo df' caratleii éelU de» ne] rkevcrlit 
fra'lftro numi, non ne vollero uadurre A nome per /n- 
digiìotio, che grammaticamente corrisponde al greco A'e- 
7n£sì. Perciò scrìsse Plinio che il simulacro di Nemesi 
m CapitoUo estf ifutamis Latìniim nomen non sit ( ff. N. 
XXTIU, 5 ). 

(1) É noto r epigramma 73 del lit>> VI, cap. 13, AtV 
Y Antotogia, dove Nemesi così parla ■- 

n^in ìcapo/jfyiAAo /ii^èép èxfp rò (tètpov. 

Le*om Nemetf 3 hraecìo. A che? élrai. 

Uomini, annunzio a voi misura in tutto. 

<a) Anihologia, Itb. TV, e. 13, ep. 72. Questo freno 
i Hata prcM dal Baonnmtì per ntu froml>oU { Otterrai, 
fopra alcuni medaglioai, p. 9i3 ì, n^a dilla fromlwl» uoa, 
parlano gli aatkhi, b«nfì dtl freno. 



Do,:,7cdDyGoOglc 



94 

U simulacro della dea auiogessè ìa mano (i). 
Il dubbio di Spaaemio parve , a ragione , a 
Wiockeltnana una certezza , o egli stesso , senza 
riflettere alla cODgbiettura di SpaDcmio , cosi 
pensò e scrisse ; lodevole ìd questo , ma non 
ugualmente nell' applicare U sua osservazione 
ad una statuetta di villa Albani (3) , la quale 
solleva , è vero , il manto colla sinistra , ma 
forse per accogliervi nel grembo alcuna cosa , 
non già per presentare la consueta attitudine 
di Nemesi cognita dalle medaglie , dalle gem- 
me e da bassirilievi> Quest' attitudine caratte- 
ristica è quella appunto che nella statua os- 
serviamo, la quale combina colle indubiute 
6gure dì Nemesi , e fralle altre colle piU certe 
elle sono in un medaglione del re di Francia, 
ove sì rappresenta 1' apparizione delle Nemesi 
Smirnee ad Alessandro, mentre il conquisU- 
tore sotto d'un platano prfyodea riposo ; appa- 
rizione o, a meglio dir, sogno , a cui dovette 
Smirna la sua nuova edificazione C la sua 
grandezza (5). Lo scultore qualunque fosse dì 
que' vetusti simulacri inventò quel gesto, onde. 
il destro braccio rimane sporto in maniera ad 
offrire allo sguardo 1' intera misura del cubito. 
Sembra però che il braccio delle Nemesi di 
Smime restasse affatto isoiato , né reggesse 



(i) Spanem, ad. CaUimach, hj-mn. . 
(3) Winckelmabn , Monum. ined. , 
13J Medaglioni del re di Francia , r 



bg„„vJ.,COOglC 



95 

bIchu poco il peplo o l'orlo della sopravresta, 
come nelle immagiDÌ di Nemeù , ne' bassirì- 
lievi e nelle gemme osserviamo- Gran cose han 
detto i filologi su questo sollerare del manto 
che fa Nemesi tutte ingegnose , ma che non 
hanno nell'antica tradizione verun appoggio (i). 
Se ardissi avanzare su dì ciò la mia opinione, 
direi che invano si cerca il mistero in un ri- 
piego dello scultore f che non contento di quel 
braccio isoiato della Pfemesi di Smirna , come 
dì un* attitudine secca e forzau , ha pensato 
ingegnosamente di dare al braccio stesso una 
azione che lo Bssasse nella positura caratteri- 
stica , nel tempo stesso che la facesse apparir 
verisimile. Più naturale azione e più adatuta 
per quella necessaria mossa del braccio non 
potea pensarsi della presente y nella quale sem- 
bra che la dea si racconci il peplo sul petto. 
Quindi appena ideata , ebbe una folla . d' imi- 
tatori che la replicarono in varj generi dì la- 
voro , ed in Tar) tempi. Così è rappresentata 
Nemesi nel bel vaso del palazzo Chigi (a) ; 
cosi in un raro cippo riportato dal Begero , 



(1) Pittura itErcoIano, t. Ili, tav. X, n. 8. 

(2) Queito vaio veramente singolare è stato pubblicato 
nel foglio periodico intitolato Notitie (T antichità « betie 
arti di Roma per Panno 1784* al meie di Mano. Un 
Amore brucia naa farfalla (tilla sua' face fcv'le Aue fi- 
gure di Ntmesi e della Speranza. La Nemesi ha un 
braccio nella solita atlitadine, nell'altra mano ha no 
ramiMcello. 



,y Google 



9* 

ore assai atrmimeiite Tiene «ctmiuau coll'Àii-* 

rora (i)j così » raoltiasime gemme aoticha (>)• 

Questo bel simulacro fu trorato nella villa 

Adriana, mancante però d'un braccio, il qo»- 

le è stato ristaurato con un ramo di fraMino, 

simbolo di cui ci danno 1' esempio i monn- 



(i) Becero, Spidleg,, pag. 84- In questo cippo vede*! 
da una parte la Speranui, dall'altra Nemesi, qui la dea 
i alata oom'era inUmirne, olire il sedito gesto ba qnal- 
che coM Della sÌDÌttn che ani akuni ì sembrata aaa 
palma, ad altri ona Terga, ma k ben probabile che si* 
il ramo. Ha a' piedi la rota e il grifo, simboli della F«r- 
lana, colla quale fu talvolta confusa Nemesi, come di- 
■tribuitr ice ancor e»a de* beni e de' mali. L'opinione di 
Begero, che la denomini Annira , era foDdata sopra ona 
preteM alluione ài nomi della defonta, sul cui cippo 
era scolpita queU' immagiDe. Quella iscrizione , benché 
facilissima , fu tradotta dal Begero con tanta imperizia*, 
che mi sembra necessario il ripeterla, perchè il credito 
di ^ell'adtore non faccia errare chi sa poco dr greco. 
L' IscrìzioBe originale è così : 

©•K 

£AniAi'Eao£ . 

KAI KBN£^ 

PEINA • TEIMI 

tìTATHI • AHEAETOEPA 

ANE0HKAN 

Begero tradvctt : Dis subterraneis. Eipùii Eoi JiUiu , et 

Cttuonhat konoratitslmme Liberta posuìt. 
Htt indarn : Pii suiierraJtais. Etpi'A's Eoat , et CentO' 
rùM L^riM hantrmtUtSmae poauénat. 
ta> Tedsui 1» ^AMm S4o«biaw dal nnm. iSóS al 
i8i%> Winckelmann, Deseription etc- 



bg„„.d.yG00glc 



9? 
BAenti e die ci acceoiuiDO gli scrittori. Ud' al- 
tra simile fu parimente trovata nello scaTO 
medesimo , dal tempo meo rispettata , che com* 
bioaTa n«U' attitudine essenziale d'un braccio, 
ma ohe parimente era mancante dell' altro. A 
qaest' altra sarebbesi doTuto riporre in man» 
il freno per imitar le due Nemesi di Smima, 
«na delle quali nella mano sinistra ha il freno, 
r altra il ramo di frassino. La perdita però 
de' simboli secondai^ non ci si rende mtJto 
sensibile , attesa la conserrazione di quel gesto 
eh* esprime il cubito e la misura. Questo è 
Y iudttbìtaio e sicuro distintivo di Nemesi (i), 
che ce la fa riconoscere in questo unico si- 
mulacro , certificato a tal denomìnasioae di^li 
autori, dalle medaglie e dalla combinazione ^ 
tutti i mODumenti che ci rimangono. 

Pìii non chìederebbeM ad una tal quale e- 
fposinone di questo stimabilissimo marmo « se' 
non dimandasse -qualche periodo la descrizione 
lasciauei da Pausania della famosa Nemesi di 



(i) Credo perciò clie la pittura Ercolaneie, tav. X, 
t. Ili, ove. li pretende effigiata Nemesi, eiprìma piat' 
tolto im musa tragica. Il geito non i il solito, e l'attì- 
-tadiae di lerare il panneggiamento non è, come abbiamo 
«nervato, relativa a queiu dea. La ipada i simbolo di 
Melpomene , come pvA vederli in an' altra pittura del 
primo tono, tav. XII[, e come gi^ si è dimostrato nel 
lonut prinsodiqaeit'opera,. tav. XIX. Anche il geito pab 
■saer tragico, e i «alsarì sono appunto limili a quelli 
delle Doatre mnie. 

Museo Pio'Clem. Voi. IL 7 

Do,:,7.dDyGoOglc 



Ramndòte , borgo dell' Attica , rìmulacro per 
la dÌToaioae e per l' arte memoraiido y che da 
Varrone Teoia preposto a quanto «ino a' suoi 
tempi aVea s^uto effigiare la greca scultura', 
saliu dal piti bello della natura utoaDa all' i- 
dealc' della divina , tempi ' cbe avea gi^ pTe- 
ceduto il secol d' oro dell' arte. 
, Àgoràicrito Pario , discepolo di Fidia , n'era 
stato r artefice , e unta eccellenza riluceva 
Del lavoro , cbe spesso g)i ' scrittori 1' banno 
attribuito al maestro: o ebb' egli la disgrazia 
comune ad altri discepoli d' uomini insigni, 
cbe se qualche opera grande producono, l'in- 
vìdia non vuol darne loro tutto il merito (i). 
II uiarmo in cui fu scolpita la superba statua 
era suto destinato dal re Dario per travagliarvi 
un trofeo .della vinta Grecia. Disfatti però i 
Persifini dal valore ateniese a Maratone, venne 
qqe^ marmo in manO dello scultore Agoracrito 
cbe Io -prescelse ad effigiarvi una Tenere , 
soggetto tìhe volea rappresenure in concor-" 
renza d' Àlcamene suo condiscepolo. Il favore 



(i) Ecco tntu lanoria colle parole di Pliaio, XXXVI, 
4- Eiiusdeni ( PhùUae ) dùa'puUu fuit Agoracritus Pania . . . 
Cenavere aiuem inter se ambo disa'puU £ Akamenes et 
Jgoracritus ) in Venere facìenda ; vkiufue Akamenes , 
non opere , sed civitatis^ saffraf^ contra peregrùium suo 
faventit. Quare Agoracrùus ea iege signum suam vendi- 
iUsse traditur ne Atkenis esset, et appeliaae Nrnnesìn. M 
posiimn est Rhamnunte pago Attkae , quod M. Vamt 
omnibus tignis praetuliL 



Do,1,7cdDyGoOglc 



99 
e la passìooe di Fidia per f{Besto secoado, 
I^IÌ procùraroDO il soccorso della mano maestra.. 
Non avrebbe soccombilo perciò al paragooe 
l'opera d* Agoracrito , se al /pubblico ' d'Atene , 
parziale pel suo conoitiadÌDO , per .un iu^^ in- 
teso -patriotismo nati ne "aTesM preposto il' o- 
peraa quella del forestiero. Sdegnato L' artéfice, 
dì Paro dell' ingiusta, prefea-enza , capgiò il 
some della dtà delipiacere in quello della dea 
dell' nidigt)aEÌone'.(i)v che sperava ultricé de\ 
suoi torù , . e tale inCatù- la rese la perfezione 
colla quale avea condotto questo iuimitabila 
lavoro. ■ I . ■ . 

Tion fu stcanò il cangiamento,' né 'assai, difr 
ficile, non .avendo' ancora lo Iscalpellp di Pcas- 
sitele osato di rapprcaeiitar 'nuda -la' dea della 
beiti, e di iniscbiar la lascivia alta . religione. 
Ebbe però il simulacro di Nemesi Ramnusia 
sìmboli tali , che poco felicemente alla dea si 
appropriavano , e che a Pausanìa «tesso ', non 
iaformato della precedente narrazione , parvero 
inesplicabili (a). Il confronto degli antichi 

(i) Di Nemesi, come dea dell' iodigaaMone, e di Giove 
li fiiue cb' Elena fosse figlia. L'origine di questa favola 
lì dee ad nu» fantasia poetica, di riguardar come figlia 
dello sdegno degli Dei una donna , per cui si eran 
bili tanti orfani e tante vedove, e distrutte tante città. 
Quindi sella ba»e della statua clie descrìviamo, Fidia, 
o pinltofto Agoracrito, v'avea scolpila Leda non come 
madie, macome nudrice d'Elena, in atto di consegnarla 
alla Bui^e Nemesi. Pautan, 1 , 33. . 

(a) Pausa nia , Attica, sen lib. I, cap. 3^. . Xovnw 



:.y.COOglC 



|O0 

scrittori ci pone ora in istato di rischiarare ì 
dubbi che non seppero dileguare in Pausanìa 
i pih colti Àttici di quel borgo : tanto ' la ser- 
TÌtii de' Romani ayea già degradata la Grecia. 
Il timnlacro area in una mano iin ramo ói 
pomi che alludeva alla vittoria d'Ida, e che 
poi fii confuso col frassino di Nemesi. Dall' al- 
tra reggeva un' ampolla , sul cui corpo erano 
rappresentate delle figure d* Etìopi. Qui è la 
maggior esitanza di Pausanìa : ma non i questa 
ampolla che una fiala di preziosi unguenti 
tutta propria di Tenere , su cui sono scolpiti 
gli Etìopi , non per la loi'O giustìzia , come 
Tanno ideando i commentatori di quel classi- 
co , ma per indicare o la Libia o 1* Arabia , 
confbsa spesso coli' Etiopia , patria de'pììirio- 
<^ balsami , e pih ambiti dall' antic^ lusso 



^tiSiof TÒv X&òy eìpydaaro , àyaXfta ftèp tìvat 
Vé/unoi, tf xe<paX^ 9è axiffrt r^c ieoS etépa>- 
voit èXà(pK è%09 noi Wui^i; àydXfiara ov ftefoXa- 
tati 9è xtftfft ej(Bt , T^ ^èv tekàSo» fiijXéai; , ti? 
9t^ 9i (pidXjiv Aiòioxei; 9è ìjci t^ ^lóXti ire~ 
SKi^vrai. 'Lvy.BakiaSsai 9è tò xepi tov^ Ai^ioxai, 
evre àvmg eivop^ ovn &xe9ej(p^fi9 top avviefo* 
xeiSso(ti*e». Fidia lavorò t/uet marmo (qaello^cioè, de- 
stinato da' Persiani per un trofeo ) ad enere una statua 
éi Nemesi. La corona ì sui capo della dea , con cervi « 
flcctole figaro della fìitoria. Nemesi Ha nelle mani u» 
ramo di poma , e nella destra t ampolla sulla quale so» 
lavorati alcuni Etiopi. Su questi ni h sono stato capace 
di formare veruna congettura , ni ho aderito a coloro che 
at lusingarono di spiegaili- 



Do,:,7cdDyGoOglc 



101 
muliebre (i). La corona if oro che cìogeva U 
capo alla dea si conveniva pure a YéiiAre * 
che presso i poeti è talora denominata euste- 
fhanos , dalla bella corona. Le Vittone intii- 
Kvi son qu^e riportate sulle dee rivali y e i 
cervi che le frammeszano indicano abbastaosa 
che non tono le vittorie de' forti. 

TAVOLA XIV. 

PoDICtXIÀ *. 

Questa statua * tutu spirante greca elegafazà , 
Iti gii pnbUicaU dal Maffeì (a) fralle prin- 
cipali di Roìna col nome di Livia y secondo 
r nao di quel tempo di ravvisare in ogni mo- 
numento la storia o i porsonaggi romani. Qua* 
Innque però fosse suu la simiglianza del volto 
col creduto di qnell' Augusu , cjuale s' incontra 
n^e monete coli' epigrafe Pietas » non dovea 
servir mu di fondamento a veruna oonghiet- 
tara , essendo ristauro moderno , benché . di 
non ordinaria maestria. Osservando eaatumente 
i caratteri che somministra l'antico per deter* 



(i) Ch'Etiopi li diceuero gli Arabi prewo > greci 
^iii vetusti «critiori , è provalo da Cellario , NotUla or- 
èu antMfuiy lib. IV, cap. 8, tei. i3, § i3, n. 5. 

• Alu palmi nove e mtzto ; «ensa il plinto palmi nove 
e lut' oncia. 

(a) ì/USttìVaoìoAltanaÒTo, Statue di Rama, tav. CVH. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



minare il soggetto àeì simulacro , riti parvero 
da prÌDcìpio assai notabili i calceankemà^^clie 
per r> altezBa molto ragguardevole • dell» lor 
sola , possOD chiamarsi coturai. ' Quimti . .non' 
sembrava lungi dal vero il ravvisarvi la muaa- 
della tragedia , quaìe appunto la veditàaa nel 
bassorilievo altrove lodalo dell' apoteosi d' O- 
mero coturnata e velata (i). Il contegno serio, 
aazi tristo della figura ' 

^d talos itola demissa , et circumdata palla , 
non ìsnietitirebbe la denominazione , che tal' è 
da soddisfare con molta apparenza dì proba* 
hìVìtk chiunque si faccia ad esamìfiare la statua. 
Mi rìsolfti però di non alleni tanarmi dal 'senti- 
mento di Venuti (a), e seguire piuttosto la 
scorta delle medaglie che ci presentano ^ assai 
volte siffatte immagiat di. donna velata e-' rav- 
volta nella sua soprawesta, coli' epigrafe re- 
plicata Pudicitia. Tanto meno ci:idà luogo ad 
allontanarci da una così facile e fondata, (^no- 
minazione r altezza, del coturno ,i'sfuggitovalla 
cousiderasioDe di Venuti non abbastanza cuser- 
vatore. Alziamo altrove. notato che. il' oocumo 
tragico ha la sola: più. alta in altri monumenti, 
e che questi son propriamente i calcei tirre- 
nici descritti da Polluce , uè addetti privati- 
vamente al teatro, né alle muse (5). Eppure 

(i) 'Vedasi il primo tomo di quest'opera, lav. B, n.a, 
pag. 386. 

(2) Monum, Matikeior., lav. LXI. 
Q) Vedasi il primo tomo, lav. XXV. 



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.io5 
sare1>l>er questi l' unico segnale per riconoscer 
-.Melpomene nella nostra 6gura. E quando s'in- 
sista a dar loro 1' appellazione di coturni , 
r abbian pure ; ma piuttostochè nel' Testiario 
deir antico teatro , si ripongano fragli attrezzi 
del mondo donnesco , senza de' quali nOQ'Solea 
comparire al pubblico una matrona , 
NuUis adiuta cothurnis (i)> 
Che se taluno si opponesse con 4ire che 
non abbiamo greche iilimagini di questa dea , 
soltanto impressa sulle medaglie latine ; onde 
non' convenga attribuiile un simulacro , che 
opera sembri di greca scuola : assai facile sa- 
rebbe il ribattere 1' obbiezione. Primieramente 
perchè la Pudicizia è divinità riconosciuta 
dalla greca teologìa sin da' tempi d' Esiodo , 
OT* è appellata 'AìSóì , Aedos , e data per com- 
pagna di Nemesi (a) : onde possono averla i 
greci artefici rappresentata , e dalle loro im- 
magini averla imitata i monetar] romani. In 
secondo luogo , perchè fiorirono le arti greche 
per bene un secolo e mezzo del romano im- 
pero , e in quel tempo non isdegnarono talora 



(i) Giovenale , sai. 6- 

(a) Heaiod., Opera et àies, v. 196. LaPudicisia ebbe 
anche, un altare in Atene, Pauaan, 1,17, ed una itatua 
a Sparla, la quale dovea euer velata, eMeodovi stata 
eretta io memoria di Penelope , che fatta arbitra di se- 
guire lo sposo o di restare col padre, dimostra la sna 
valontì coprendosi il viso, Pausan, IH, ai. 



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'"i 

impiegarsi a rappresentare soggetti della reli- 
gione de' Romani e i fatti de* loro Cesari. 
Tanto pili che la bella scultura che conside- 
riamo è più vicina a quella grazia e finezca di 
atile che precedette la decadenza delle arti , 
che a quella semplice ed austera bellezza che 
ci richiama ai tempi della maniera sublime e 
della libertà della Grecia. 

Siccome .però nella Pudicizia rappresentata 
«ulle monete romane si è voluta per lo pìU 
adulare qualche Augusta , cosi non sarei lon- 
tano dal credere che se e&istease ancora la 
testa antica del simulacro , ' non ci of&isse i 
lineamenti di qualche illustre ritratto. U ùgnor 
Uorìson ha posseduto in Roma una atatua si- 
tuile t quantunque di minor merito nell' artìfi- 
sio , la cui testa antica era il ritratto di una 
matrona- Gli omantenti femminiU che non si 
sono omessi dallo scultore, dan forza allacon- 
ghiettura; giacché oltre i calcei tirrenici rha 
espresso ancora un braccialetto iu fonua dì 
aerpe, che traspare sotto la sopravveste e cir- 
conda il braccio destro della figura (i). Fare 



(i) Abbiam vedalo altrove de' braccialetti chiamati 
tpintheret che >Ì portavano al solo braccio «inistro, tom. I, 
tav. X; qui peri non ti vuole inferirne che si portai- 
•er talvolta siflalti abbigliamenti al lolo braccio destrck 
Il linistro nella autua è moderno. Qaeft'armilla , «ìmile 
a quella della Venere , tav. ci(. , mi fece dubiure se non 
potesse rapprereptar Veoere anche la nostra sUlua: It 
Venere per6 deiu Archiiide , f antica , simbolo della 



Dow.d.yGoOglc 



ro5 
cbe lo scultore abbia volato losiogare quél 
geoio agli abbigUanienti , che nel bel sesso 
domina luicor le piii saTÌe : e questi abbiglia- 
menti appunto mi han fatto lasciare 1* opinione 
di creder nel nostro marmo effigiata la Sa- 
pienza , o Sofia , espressa pure in atto e in 
abito similissìmo nel bassorilievo dell' Omerica 
apoteosi; e poco divenameote rap'presenuu 
in compagnia dì Socrate in una delle fiancate 
del bel sarcofago Capitolino', sulla cui fronte 
sono scolpite le muse. 

11 nostro simulacro ci oflìre un panneggiato 
«la poter servire di scuola ' a chi volesse ri- 
calcare la buona ' strada , insegnandoci come 
si può unire la rìcchezsa ddla - drapperìa ool 
savio accorgimento di accemiare le parti prin- 
cipali del nudo , e sino a che segno si può 
combinare ne' panneggiamenti la varietà e la 
moltiplicìti de* partiti colla naturalezza e eoi 
vero. La figura forma un bel tutto; rimane so- 
lamente alquanto scanna verso le spalle ; di>> 
fatto che si deve probabilmente al ristaur* 
dell* omero e del bracì:ìo sinistro. 



f «Berasione del mondo , il cui «imoUcro si venersvs nel 
Libano, capite obnuto ... faeton manu lama intra aml- 
cium susu'itens. Macrob, , Sai. I, 3i< 



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io6 

TAVOLA IV. 

Roma* 

I simulacri di Roma lavorati nel buoo secolo 
sono assai rari. Forse la domiDazìone degli Au- 
gusti fu un niotivò per dqd ostentare tanta ve- 
nerazione' ad una dea. 4be poteva riaóceadere 
ne' cuon 1' antico amore della liLerlà ^ e della 
patria. Questa nostra statuetta , se non è scolpila 
ne' primi tempi dell* impero , è cerumeute una 
copia di qualche nobilissima immàgine della ca- 
pitale del móndo, vedendosi.. la figura medesima 
nelle medaglie di r!feroue io gran brooso. la 
quelle, come' auòora nelle altre di Galba e di 
Vespasiano ^ Roma si osserva effigiata io abito 
d' AmsEOne succinta , e colla destra mammella 
ignuda , abito 'in cui vediamo sovente parec- 
chie ancora delle città greche dell' Asia (i). 
Roma , come la città guernera per eccellenza , 
è come quella abe ha preso il nome dalla ro- 
bustezza e dal valore (a), ha sempre l'elmo in 



* Alta palmi due e once sette j senza il plinto palmi 
due e un terzo. 

(i) Segnino, Select. Ntan. , pag. 3i e 338; Vaìllant, 
Hum. Graec. in Antonino Pio ^ pag. 4> t "- '^- Così sono 
■colpite ancora le Provincie nelle basi del Panteon, ora 
in Campidoglio. 

(3) <Pó^t^ , e doricamente '■Vòf/M. Bhoma vnol dire 
fona, roiusietta. Quindi S. Girolamo, adv. lon'nian. , 
lib. II , così r apostrofa : Roma urbs potens , urbs domi- 



Do,:,7cdDyGoOglc 



ÌOr] 
capo ( () iovece delle torri che caprooo U teste delle 
altre città i ed' è io' somma indisiìota ne' simboli 
dAÌÌa deità allegorica del valor nuliure , cbia- 
■nata da' latini Firtus (i), cbe nello stesso ar» 



na .... interpretare vocabuìam tuum, Roma aut forti- 
tiidmh nomaa npud Graecos est , aul sublimitatis ap'id 
Bebmeos. Allude all'ebraico flin RatmU. Ecco perchè 
non mancarono scrittori greci che di stero estere così 
stala detta Soma da' colon) greci che tradoasero il nome 
di f^ aleni ia , già proprio d'un piccìol borgo sul Pala- 
tino. Vedasi Fasto alla voce Boma, e Dionigi al lib. I. 
Fralle molte notieie ammassale da Pesto in quell' articolo 
una è Ja ossenrarsi , perchè ci d& la spiegaiione d' nna 
rara medaglia de' Locresi , il cui tipo ci rappresenta 
Roma sedente coronata da un' altra figura colle epigrafi 
niZTIS PÌ2MA, Fldet, Boma, Magnan., Brut, num., 
tab. 6p, 70. Il tipo allude all'alleanza de' Locresi coi 
Romani, ma l'allusione ti rende assai piii fina dalla tra- 
dizione, che Roma fosse stata così denominata da una 
Roma nipole d'Enea, la quale sai Palatino, allora dit^ 
abitato, avea creilo un tempio alla Fede, Fetto, 1. e. 
Ascaniì filiam nomine Bomam, primam omnium consa- 
crasse in PalaU'tì Fidei lemplum ; in quo monte postea 
cum conderetitr urbs, vìstim esse iattam vocabuii Bòmae 
nominis cauisam eam, quae pn'or eumdem locum dtdica- 
vàset Fidei, Tnttocìik lo ricava dalle storie Cìcicene dì 
Agatocle. I Locresi adunque vollero significar con quelle 
immagini la fidacia che avevano nell'alleanza di Roma, 
città fondala, per dir così, sul tempio della Fede, ed 
eponima dell' eroina cbe ve 1' aveva eretto. 
- (i) Eccetto in qualche moneta di famiglia. 

(3) f^irtns deriva da viivs, e denota la forza del corv 
pò. La stima che in qae- primi tempi delle nascenti so- 
cietà si ebbe per questo pregio reale, fece- che il valore 
sì riguardasse come U virtb per eccellensa. Gisì anche 



i,a,.,Ajj,C00glc 



io8 

Dcse io tante medaglie è rs[^ésenutt. Sea^m 
«he poslerìoMneDte-'araasMro piuttosto, di rano* 
migliarla alla dea Minerva (t), vestendola dì 
lunga tonaca , e dìstiogaendola soltanto colla va- 
rietà della siluazione , efììgìaDdo Roma quasi sem- 
pre assisa , Minerva per lo pih stante. In abito 
però d' Amazone è rappresentata due volte sul- 



in greco *A^<Ti7, ft'ftà, deriva da Ap^Cy Marte, onde 
«ignifica primitivamente la vinii militare. Così ne' tempi 
del goveroo fendale l'uso di decidere le liti co' duelli 
fa vedere che Ìl piii forte t' avea ancora pel più vir* 
tnoso e veridica. - 

(i) Non mi pare cbe Winckelmann abbia detto con 
molta etatteEia ( nel lib. V, cap. 3, % io della Storia 
delle arti del disegno }, che la testa di Patlade alle volte 
signìficbì Roma- La dea Roma è tutta diversa da Fal- 
lede; piuttosto è la stessa c<Jla Virtù, siccome si è ac- 
cennato. In fatti Pallade non si vede mai né succinta, 
né COR nna mammella nuda a guisa d' Amasone- Le 
Rome scolpite posteriormente possono bensì simigliare a 
Pallade,- ma sono sem]^e distinte da quella dea o dal- 
l'attitudine, o da' simboli. Così l'egregio busto di Roma 
in villa Pinciana ha sali' elmo la lupa con Romolo e 
temo. La pittura Barberina per la ricchezu dell'abito, 
pel trono e per le aquile, ci pretenta Roma niente equi- 
voca con Minerva. Quella di profilo sulla fontana del 
Campidoglio, e l'altra nel cortile de' Conservatori, si di- 
stinguono ancora da una cert' aria di viso più franca e 
meno divina di quella di Pallade , come benissimo ha 
riflelluto Winckelmann: questo carattere di volto mi fa 
■Itribaire piuttosto a Roma cbe a Pallade una superba 
testa colonale d'uno stile greco cbe sembra anteriore 
all'etJi d'Augusto, Uovala dal signor principe Chigi nei 
■ooi scavi di Pordgliano. Questa avea l' ebno riportato. 



Dow.d,yCOOglC 



109 

V «reo di Tito , la prìn» in atto di rioendurre 
U trìonfaDU ìd uDo'd«' baasirilicvi Mito l'arco^ 
la aecODda sola, quasi di tubo rilieTdi sulla roeD-< 
sola, che forma la chiave dell'arco stesso verao 

V anfiteatro (i). 



(i) Nella stessa guisa che sei bassorilievo dell'arco dì 
Tito, Roma' gaidà fl cocchio <lel vincitore, sì vede in 
un bel carneo aulico preuo l'abate Brasci ( CbmnwnU' 
ria Je aiUAjuis su^iorihus, tav. XVI ) un capitano gr^o 
vincitore che toma ini carro accompagnato dalla Vitto- 
ria, e incontralo da una donna che gli presenta una 
corona , la quale io credo che figuri la Patria. Questo 
capitano, che forse i un Pericle o un Ci mone , per es- 
ser har&aio è dichiarato harbaro dall'eipotìtore di quelle 
gemme e credulo un Hassinissa: quando il vero ritratto 
di quel re, che li vede in una pilbira inedita a Portici, 
aimiglìa piuttosto un moro ed k imberbe. Ritornando alla 
Roma scolpita nell' arco di Tito sol modiglione , ^ ài 
notarti che nill' altra mensola i scolpito un Genio col 
comncopia: siccome gli manca la testa, non può giudi- 
carsi se sia quello del senato del popolo'romano, figu' 
randoaì imberbe il secondo, barbato Ìl primo. Ne' bassi' 
rilievi dell' arco di M. Aurelio , che sono per le scale 
del palazzo de' Conservatori , si vede Roma in forma df 
«n'Amatone galeata che viene incoDIro all' imp erado re. 
Sono in sua compagnia H senato e ti ' popolo romauo, 
ossia i loro Genj. Quel de) senato ha lunga barba, alla- 
dendo all'etimologìa del nome Senato a tenectute in la- 
tino, come Fepvffia àxò tov yéparof in greco. Quello 
del popolo è giovane, ambedue lon coronati. Il popold 
speiso è ritratto nelle greche medaglie coli' epigrafe AH- 
M0£ , Popolo : il Genio del senato i in una medagRà 
d'Antonino Pio colla leggenda; &ENIO 5EHATVS. KcRè 
medaglie greche i per Io piii in Agora ftmmtnile, w ca- 
|i<me de' nomi greci che lo significavo ^yXi^ , ff'éniXtf' 



U^,.cJ:„COOg\C 



no 

- Là sUtaa che osserviamo siede m d'una eo-^ 
razza (t), come nel citato rovescio Neromano^ 
posa la sinisira su la spada, oella destra avest 
forse la Vittoria, ora le s' è data la lancia, ar- 
nese proprio d' una guerriera e che diede a* suor 
cittadini ì) nome dì Quiriti. Quantunque sedente, 
come conviene ad una città e ad una regina, 
inoslra pure nell'aileggiamento svelto e vivace 
la prontezza dcH'aniiuo bellicoso, e à ravvisa* 
come l'appellò la poetessa Erinna, per figlia di 
Marte. 

Osservaùoni deWautore pubblicate nel tomo y II 
dell'edizione di Roma. 

L' allusione ^ella medaglia de' Locresi Bruzj 
(della quale ho parlato a pag. 107, noia (s) ) 



fOC, ¥eJ>S(Ra.^' genere femiuinino. Da queste inunagitii 
potea inferìrBÌ^. che nell'altro bassorilievo eh' è per le 
■cale del Museo Capitolioo, appartenente allo stesso arco, 
e riportato nel t. IV, tav. II di quel Museo, la figura 
■eminada è parimente il Genio del popolo romano , non 
sik un uffìziale .0 un Mauro, come vogliono il Montfau*.. 
eoa e il Sevcroli. Riassumendo il principio della digres- 
sione, Roma nella stessa forma d'Amazone è scolpita nel 
bellissimo bassorilievo di Trajano sotto l'arco di Costan- 
tino che assiste l' impcradore coronato dalla Vittoria. 
Talché dal complesso di tanti monumenti resta fisso che 
fn questa la maniera più usitata di rappresentar Roma 
m' buoni ten>pi dell» scultura. 

.(0 in juut . ia«daglu di Vespasiani Rom» siede Sai 
•atte colli. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



Ili 
•1 tempio della Fede o, per dir meglio, della. 
Fedeliìtf antichiuimo sul suolo romano, ood e-. 
4clude la' couoessione-.di questo tipo colla stoHa 
della secooda guerra punica, durante la qaale^ 
il tempio di -Proserpina in Locri fu espilalo dal 
romàno Pleraminio; e il Moaio punì i colpevoli 
e cotnpensò' del duìno i Locresi ( Diodoro ne^ 
^i £xceipta, tom. Il, pag. 670, ed. di Wesse- 
lìogio ). 

TAVOLA XVI. 

Sacerdoti Egizio^ 

Alibiam già scorsa la greca teogonia , ed os- 
servate le divÌDÌUi che popolavano le varie parti, 
dell'universo. Abbiamo aggiunto agli Dei le im-, 
magiui degli eroi che merturono apoteosi, come 
Esculapio ed Ercole .- ohbiam terminato fitulmeoiA 
colle divinità iantastiche ed allegoriche. Ma le arti 
antiche « conaenrano pur le ìnunagini di altri culti 
e d'altri numi, che peregrini da* romani, barbarici' 
in Grecia sì nonùnarooo. I monumenti dell' E- 
gitto che ora soggiungiamo , per la copia , p» 
l'arte, per l'antichità e per non so che di ^-. 
stico , meritano la maggior attenùooe : lira* qtuU 
per la conservaàooe e pel lavoro dee riportarsi 
il primo quello che inciso nella presente uvola. 



* Alto palmi «putito e uà terzo; i«Dta plinto palmi' 
quattro. 



,y Google 



ria 

appartenoe gtfc «1 Uoseo Blagnioi ftolandi vef^ 

scritti del Caosteo celcbratissimo. 

Ud Sacerdote egizio colle iuegne del colto 
d* Oro tembramì rappresentato in qaesu raris- 
sima sutua della più antica e più siogolare ma- 
niera di quella Dazione. Gli scriniorì d'aouchitk 
egoiane sogliono rìcoDoseere il distintiro del 
dio Oro ìd quel filo di barba che si comjnae- 
cioiio di chiamar fronda di persea, il qurìe 
vediamo pender dal mento di molti ìdoli egi- 
ziani d' ogni materia e d* ogni mUura. Quan- 
tunque non accordi loro molto volentieri che 
quelle barbe posticce aien- fibre della pianta 
accennata, sembrami pure fìior d'ogni dubbio, 
«he queir ornato del mento sia veramente un 
simbolo dell' egiuo Ora È noto ob« qne' po- 
poli veneravano il Sole io quésta deiti, e nel 
tempo della sua maggiore efficacia; come in 
Arpocrate il Sole stesso rinnovato nel solsuùo 
jemale (t): b noto che per ciò qneste due di- 
vinità a molti riguardi si confondevano, come 
ha dimostrato il Coperò (a). Ora qualunque fi- 
gura egizia siasi mai dissotterrala con lai segno 
al mento , porta con se de' chiari dìatintivi che 

(1} Vedasi il Panteon Egàìo di Jablonskì, lib. II, 
c*p. 4 B 6 , opera dotta e piena d' ingegnoM conabiiia- 
xiosi. I# coooicenia ch« ha l' autore della liogaa copt^ 
gli ba dato maniera dì riicbiarare alcune tradi&ioni O- 
^uriulme^ si è lasciato soltanto trasportar tro^O AmÌ 
fiuto dell'etimologie. 

(3) In Hwpocrate. 



,y Google 



>i3 
per Oro o per • Arpocrtte la manifeMtao (i). 
Sudo cosi barbaci moltissimi idolatti egùi che 
«ermiiuino in ^uaioa , e appajoDo come avvolti 
io ftsce : eà è par questo uo - altro ciratiere 
d'AYpocrate, eòo che denotavano i lenti avan- 
aamenti del Sole , che divieoe apparentemente 
•taiàoDario sul caprìcoroo. Nella Mensa Isìaca 
del real Museo di Torìao hanno quel fil dì 
barba due Ggure cosi fasciate « quindi per Oiro 
o per Arpocrate riconosciute (3). Ma il monu- 
mento pifa ragguardevole che veramente provi 
appartenere ad Oro Nmìli simulacri barbad * A 
quello rìponato dal conte di Cactus nel tom. Ili 
della sua Raccolta (5) : egli non sa come spic^ 



(■) L'hanno ipesio ancora i Canopi. Cìh peraltro noa 
osta alla mia proposizione. Oltre che ha provalo Jablon- , 
«Li che Canopo non era una deil^ particolare, ma qual- 
che altro nume egizio veneralo nella cìttli dì Canopo: h 
cert» che in frnma di Canopi veggoiui elogiate delle 
altre deità relative all'elemento umido o al Nilo, coma 
anche degli animuli. Ora i Canopi barbati non sono *en- 
BoDchi immagini d'Oro, come autore dell' eicreicenza 
del Silo. 

(3) Pignor., Menta hkMtu, Sf. S.R e TT dell' e^iuM« 
di Friaio. 

(3} Planche II, n. i e 9. Nella tavola segaentf ( Re^ 
eaeit. Ut, pi. IJI; n. i ) è un «acerdote d'Oro nella 
medesima atiitudìoe. Cou presso a poco dovea essere an- 
cora prima ehe fosse rittanrata la statua d'nn ahro M' 
«erd<«e s villa Alh«|ù ', ripwtata in rama nella SloriM 
ielle arti di Winckelmann, edis. rom., tav. XIV. Simile 
atteggiamento non fu fgnoto ad OrapoUine che ne' suol 
(crogliGci lo spiegJ> per fiodMlo della coaliatllta' 

Museo Pio-Clem. Voi. Il 8 



Do,:,7cdDyGoOglc 



>i4 

garlo , ma lo spiega , anù lo descrìve per fu 
Snida (i): Tò àya^fta tov Tlptàxn tot) Oipv gro^' 
'Ajvwctìok tea^itin M^poxoutèèq xinowm^'i» «^ 
3e^ OM^XTftov imÌm;5» ..,èf9é rp èvenìjM Mptt- 
Tov» TÒ (ùioiov àotov èfTeratiéfOf , 9iÓTt m au- 
ìipéfiiUKi èv T^ y^ axépftara pampa MCbSsùn^mr 
xà 9è xtepà «)?v Taj(ye^Ta Ti?c ttof^atoi 9riXoÌ , 
Tavròp fàp TÓ tiXio 9ol,à4ww. Simidacrum Prio' 
pi , guem flontm Aegjptu vocant , humana 
forma Jìngunt , - dextera sceptrum tenens .... 
laeva 'pero tenens veretrum suum intentum^ 
propterea quod semina quae in terra occulta- 
bantur educat in apertum , et manifesta reddat. 
Pinnae vero additae ceterìtatem _ motus indi' 
cant. Eumdem enim ac Salem esse arbitran- 
tur- 11 manoo riferito dal Caylus sembra l'orì- 
gìnale della descrÌEÌoae di Suida, solimeoie in 
vece dello scettro ha il flagello, a cui gli eru- 
diti nelle cose egiùane danoo il medesimo ù- 
gniflcato. Ma se ooofronta . quell* idolo colle 
parole del lessicografo , confronta ancora negli 
oroameoti del petto e del capo, e specialmente 
nel filo di barba , col nostro marmo : onde la 
r*J||ione di questo con Oro sembrami dimo- 
strata.' Quello però mostra la barba nainrale; il 
nostro all' incontro la fa vedere rìporuta con 
un laccio che va ad unirsi colla berretta. Que- 
sta diflcrenza mi fa credere che .noD il numek 
•lesso, ma uno de* suoi sacerdódsia effigiato nell* 

Do„,7cd,,CoOglc 



ii5 
xK>Btra sutuà. Tale diversità in molli moDumeuii 
e^zÌADÌ si può osservare; altri, cioè, ci mo- 
slraoo quel fil di bftrba come fiuizìo , altri come 
vero. Rifereodo i primi a' sacerdoti io abito di. 
Bume, i secondi alla deità medesima, non sem- 
brami errare : vedeado che le Dotizie perreou- 
teci dell' idolatria egiziana sostengono .un tale 
avviso. E cognita la diligenza e la superstizione 
de* sacerdoti nel radersi perfettamente : non po- 
tevan dunque nudrìr la barba per imitare le 
sembianze dell' idolo , come in molti casi, era 
no famoso costume loro, ma piuttosto se l'ag- 
giungerao postìccia nelle occasioni. Qnesto ri- 
guardo non comprèndeva però le immagini del 
nume stesso; e come non offendeva la lor re- 
ligione il vedere idoli con una ciocca di ca- 
pelli , colla quale lo stesso Oro eflìgiavano, ed 
anche A''?***^''')'^ (')> ^^^^ ^^° rìcusavano £ 
rappresentarli ancora . con :tin filo' di barila. 
Quindi Osiride nelle ,sue piii certe rappresen- 
tanze , nelle qoali h^ avuto da* recenti, aqtiquaij 
il nome ; di Bacco £gidi{o(à), si vede fornito di 
barbale capeHi , come a suo luogo farò meglio 
osservare. Dunque se' la figura del nostro marmo 
ba la barba posticcia., riguardiamola pure per 
nn sacerdote e non per un dio. 

(i) Le immagini d'Arpocraie con quella ciòcca di ca- 
pelli lono ottìc. OrO'l'ka'panmeBle ndla Menu Isiaca, 
fig. DD , non otfierrata-» iaì Pignociò , ni dal Jablooiki , 
che lo riconosce per Oro da* leoni che ha lotlo il tton"- 

fa) Caylns, tom. Ili, pi. lY e V. . )' 



Do,i,7.d.yGoOglc 



ii6 

Che ft* aacerdoti egiziani si ergessero simn- 
lacri nou è contrastalo « ed Erodoto che ne 
descrive de* colossali , che i pontefici di Tebe 
viventi si alzavano , leverebbe ogni questione (i)* 
Né la poMtura sedente è men propria alla statua 
d'iH) penona^o che non sia re , giacché sedente 
anéora é la famosa statua detta di Mennone, 
che gli Egiziani diceano esser d' un {urticolare 
per nome Famenofi (a). Dall' altra parte 1* esser 
privo il capo della nostra figura dell* ornamentò 
de^ serpi , o delle corna del toro, o delle spo- 
rte del leone , insegne della regal dignità (5) , 
mi fa preferir 1' opinione di crederlo un sacer- 
dote 'egi»anoj all'altra, di considerarlo per un 
re dell' Egitto , quan(un<![ue , «1 dir di Fiutar-^ 
co (4) , fossero iniziati al sacerdozio anche i re. 

Determinato con qualche probabilità il sog>- 
getto del simulacro^ consideriamone I^ abito e 
gli attributi. Ha sul capo una berretta non dis- 
sìmile da alcutie usate in secoli da noi men 
remoti, la quale se ha qualche simigliaoza 
con uu moggio , non dovea però col moggio 
o calato confondersi , come ha fatto il Pigno- 
rio (5) , non osserrando che viene contornando 
il c(^t> e le orecchie , come un modio o ca- 



ci) Erodoto, in Euterpe, Gap; (43. 

(3) Fausaa., Auka^ ara lib. I,.e«)>. 4s. 

(5) Diodoro, lib. I, c^. 6ft, ef WesMl»gv 

(i) De Jtide, et Oar^e. 

(5} Menta Isiaea, &«. IL 



,y Google 



117 
lato tir non potrebbe. Simil berretu , . propri* 
de* sacerdoti , da . Diodoro ci TÌ«n descritta , 
che e' istruisce essere suu di color purpureo ' 
e piemita di penne di sparviero , come ap- 
puDto vediamo esserlo ^ella del nostro simu- 
lacro ((). Sul piano superiore solleva forse 
qualche altra simbolica decorazione , di coi il 
tempo r ba disadorna » come pnò far sospet- 
tare qualche orma di rottura che in quella 
parte apparisce. I due lacci che dal pileo 
scendono intorno alle, gote e si congiungono 
dove s'unisce al mento il Testigio della barba, 
sono suù creduti da Winckelmaon i lacci del 
pileo stesso; opinione raddrizzata già dal suo 
perspicace commenutore , il quale owerra non 
vedersi mai tali coreggiuole io simulacri poq 
barbiti, quantunque adorni di simil berretta; 



(i) Diodoro I, 87; Clemente Alesiandriiio , lib. VIj 
Stromaton, c«p. 4- Siccome U parola gtrtpÒV pn^ >r>- 
Aunì per penne e per ala, alcuai baa eredato che non 
penne, ma ali fouer quelle che adornavano i berrettoni 
e^2j. Da' Dionnmenti perjt sembra che piatt«it» foM|l> 
penne, per «pianto U roue^ta dell'arte p U poc» veritk 
dell'imitazione ne laiciaoo giudicare. Chi ta che daque- 
ite penne o alette., per lo piii al numero di due , non 
alibian derivato i Greci le ali al cappello del lor Mer- 
curio e «Ha celata di Perteo , venerati tnibeda* fragU 
Dei cgitiani ? Ved. Erodoto ùi Euterpt. Dal coprionta 
perUnto del passo di Diodoro con quello di Clemente 
Aleisaodrino, si deduce che a gran torlo ha preleso il 
Manorelli correggere ìn quest'ultima xiapa per %xtpé. 
Theca, CaL I, 8. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



Ii8 

osserraziofie che li dimostra deatiaitti n règ- 
gere quella finta barba , come ha' ricoooseìuto 
ancora il dilìgente Caylus. La barba peraltro 
si, è perduta nel simulacro insieme col memo; 
ne rimane però il puntellò che la reggeva , e 
che 'giunge ora daUa testa al pet-to , non es- 
sendo stati soliti gli Egizitmì- di -traforare le 
loro sculture. Questo dando ci trattiene dal 
poter osservare come fosse rappresentata quella 
barba posticcia : sebbene ' soho - molti i mCma- 
mentì che ce ne ofB-on la forma. La maggior 
parte, e forse tutti» ce la pt-e^etitano tiome 
intrecciata j non però T esprimono in guisa che 
ne poasiàqio rintracciar la naatena.- lo crederei 
che di filamenti papiracei fosse composta , 
piuttosto che di persea, come voglion comu- 
nemente : giacché quest' ultima pianta - ere in 
Egitto recente, e portatavi da Cambile dall'E- 
tiopia, come attesta Diodoro (i). Non è veri- 
simile che gli Egizj , attaccati molto alle loro 
consuetudini , volessero così presto ricevere 
ne' religiosi lor riti una pianta straniera e. por- 
tata da un re abbominato , distrattore de' loro 
templi e de' loro dii. Se fu ricévuta la "persea 
nelle sacre cerimonie « com' è indubitato , pen- 
so ciò avvenuto quando le religioni egiziane 
si erano alterate ; e perduto a poco a poco 
quel carattere d' immutabilità che ne faceva la 
più nobile prerogativa , non solo abbracciarono 

(i) Diodoro, lib. I, cap. 34, ed. Wcsseling. 

Do„„-cd.,Cooglc 



■■9 
'nuove immtgim ' e nnovì usi, ma sì taieseola- 
fono co' riti e colle superstìzioDÌ. straniere. 
Siccome perb ' de* monumenti antichissimi' tali 
barbe posticce oi rappresentano , uno de* quali 
è quello appunto che consideriamo , non m' in- 
durrò senza una prova diretta a crederle tes- 
sute di persejL 

Col mento cosi ingombro . si: assomigliava il- 
■ostro Sacerdote alle immagini del suo nume,- 
Bel quale indicavasi dal mento barbato o l'elb 
Tirile relativa al. Sole nella state, di cui em- 
blema era Oro , detto quindi Apollo da' Greci, 
e che perciò ebbe il leone come suo simbo- 
lo {i); o anche la forza produttrice e genera- 
tiva, non male simboleggiau nella barba; virth 
che pretendevano rieonosiiere anche nella cioc- 
ca de' cappelli d' Orò stesso e d'Arpocrate (a). 
L'ornamento del collo e del petto non esige 
particolar menzione. Era questo di rado om- 
messo nell' ^bigliamento egiziano, come dalla 
Mensa Isiaca apparisce , dove pressoché tutte 
le Bgure virili ne' sono fomite : i monumenti 
dal Caylus pubblicati in altri esempli ne som- 
ministrano; e se ne tacciono gli autori profa- 
ni , lo rileva però la Genesi , ove narra che 
Faraone a Giuseppe: collo tortjuem auream 



(0 Horapolla, Bierogfy-ph. titt., e. 71, Pignwr., Mensa 
Isiaca, pag. ^^. A questo alludono le Sfingi barbale. 
(3) Macrob., Sat> \, 3i> 



,y Google 



«30 

àrcumpostìU (i). .Nuda ii«Ua persona è. la. no- 
stra sutUA, seonoQqaanta un grembiule listato y 
secoiido il cOQsneto , lo copre piuttosto ci» il 
Testa. Nude aocora sodo le gambe ed i piedi « 
ugualmente che le braccia; guernite son per^ 
queste iutorno a' polsi d'una specie d'armille, 
che altre immagini egizie portaoo sul più alto 
del braccio. Gli scrittori che danno a' sacer- 
doti tuniche lintee e calzari papiracei , hanno 
parlato forse di quelli del ba»so Egitto , cUnui 
più temperato : e le statue còsi nude , forse 
all'alto Egitto appartengono t che situato 

Sub curru nimium propinqui ~- Solis (3), 
non usaTa altre vestì che quelle volute- dalla 
decenza. Fra queste meriu cpialche osserra- 
zione quel grembiule cosi lisuto , ohe suol 
dirsi tessuto di foglie di palma o papiro , 
senza buòno afgoinento che mi aia noto. H 
lino e il. bisso veggìam contati per gU usi 
dell'egiziano. Teatiario; il papiro per le cinture 
solo e pei calzari. Nella Tavola Isiaca yeg- 
gonsi ugualmente listate le tonache di quattro 
sacerdoti intenti al culto del bove Apis (5), 
uè credo che tonache di papiro li leggano in 
Tcrun claasim (4). Sembrami che un luogo di 



(i) Genes. XLI, 4^. 
' (3) Oru., Carm. I, od. 33. 

(3) I dii« segnati lettera S, e i due preMo i) bue no* 
tato HB. 

(4) Plinio, H. K., XIII, 33, fragli lui del papiro mcn- 



Do,1,7cdDyGoOglc 



Tlnurco, npD. inteso nelle- tnidwioni che ha 
letto, ^ie([hi a meravigUa le liste onde eran 
dutinti gli abiti sacri e sacerdotalL Dice egU 
■el trattato de Iside, et Osiride (i), che 
a strisce bianche e nere eran variegati quegli 
aiuti per denotare che mt^te nozioni degli uo- 
mini intorno alla diviniti son chiare e certe t 
e moke oscure e dulAiosc. TSon cerdiisì adun- 
que più di .spiegare cotl^ intessitura della pal- 
ina o del papiro, le liste segnate in tutti, i 
gremlùidi e nelle cuiHe delle figure egiziane* 
La diligente osserrasione di questa scultura 
aptichissima mi ha fatto rilevare un' altra parte 
del sacro vestiario , non. badata sinora dagli 
etpoMotì di simili monumenti. L* incisore l'ha 
omessa nel rame: è però assai chiara e di- 
stinta nel marmo. È questa una specie di corda 
della grossezza presso a poco di un dito del 
simulacro, che pende sul sedile e vedesi di- 
«tintamente Beli' interstìzio delle due gutihe 
della figura » che iocomiqciaiido dove finisce 



untt vesiam etiam s&agtilam, parole cbe lignifÌGano tpA' 
eie di (tnore o copertoni, non nui sbill, coitae credono 
slcani. 

(i) Plutarco^ <£• Itide, et Osiride in princ: Tà lÙP 
yiÌM,9it Ko* muód^ y tà a <patepà> xaX ÌM^pit 
T^ xtpì òtòv vmiriXovrrat òt^nee , ota ttai xtpl 
■ TÌif èffà^a T^J» Upèw òmoipaipeTa*. Indica ( la tacra 
doUrma ) alcune cote nere e tenebrose ; altre aperte e 
chiare circa le notioni nguardanti i numi: come appari- 
tee ancora dai sacro vettiario. 



,y Google 



US 

Il paHe posteriore d<al grembiule , térmioa ia 
boa certa disuazà dal piano ove posa la sta- 
tua. In somina comparisce situau come lo sa* 
Tebbe la coda di un animale. Ho detto che 
sembra un cordone,' non poteodoBene giudi* 
care la flessibilità j ma avendo ritrorato la stes- 
sa, cosa in otto 6gure della Mensa Isiaca (i) , 
TI apparisce piti consistente ed elastica' ^ 
quello che possa esserlo una fune. IfeU' oscu- 
rità in cui sismo di que' costumi apltcbissimi , 
il meno inverisimile divisamenio che mi si sia 
presentato al pensiero è quello di crederlo un 
giunco nilòtico papiraceo , di cui si cingessero 
in Egitto e *1 cui capo lascàasser pendente nel 
mezzo della posterìor parte della cintura. A 
questo forse vuol riferirsi quel verso di Gio- 
-venale (a): 
Succinctus patria quondam Crispine papyro. 

' In appoggio della- conghiettura potrebbe ri- 
ferirsi la descrizione, che fa Plinio d'un giunco 
egiziano detto sari, nella forma nella gros- 
sezza assai al nostro corrispondente (5) : po- 



(0 B sono le segnate A, D, H, R, N, O, e le alut 
dde dopo le figure notate TT e TT. Nella D si vede 
che quel giunco resta propriamen(e nel mesta delle dne 
gambe , non da un lato , come per difetto d' arte po- 
trebbe apparire nelle altre. Nelle due ultime figure sem- 
bra che termini in due foglie come di canna. 

(2) Sai. IV, T. a4. 

(5J Plinio, a.rf., lib. XIU, cap. a3: Fruticosi generù 



,y Google 



I3S 

irebbe rifletterai che <pi«9to giuncò era ns em- 
blema del ' Pmo ,' da cui avea tratto . 1' egìzio 
antichissitno nome di Siti (i) , e da* poeti 
greci r epiteto di giuocoso (3): che finahneote , 
adatuto ai rnuni d'- Egitto (5), potrebbe indi- 



ett Sari, eìrea fìStm naicetu ditorum fere cabitorum at- 
tùadùte, foUkari cràaitudùte /comtt papyi- Anche Teo- 
fruto , B. P,, .lib. [V, c«p> 9, lo riguarda conifi Ha ge- 
■ere ói papiro>f Oucrvisi cbe la gr<taxttA dì quel cb« 
sappongo il «ari i veramente poUicaris, e che la lua- 
ghexza, M lì prende a proporaione delle ligure sì nella 
McQM Uìaca, che nella nostra sculbira, è di dne cubiti 
in circa > ouÌa di tre piedi. 

(i) Cmì cdla solita «ita emdiuone si bTofm dì provare 
JaUonilU, /'ani. Aegxp*-> lib. IV, cap. 1,^6. Il Sel- 
deno però, de Dia Syris, dà un'altra etimologia di quel 
nome. 

(2) Ateneo, lìb. I, pag. 10, riporU il seguente verso 
di Bacchilide: 

T^ dj^eiftarm te Mep^ mtù SofaxóBea ìiùXoì'. 
E Mtitfi. $»axa Mvemo , e M.NU giaacoso. 
Quiikdi adcbe- Ovidio , Metamorph , XV, 753. 
Paa)ue_ papjrrìferi septemfiua flamina Nili. 

(3) Tln pregevolissimo bassorilievo ìn legno di sico- 
moro varialo dì tre colorì biqnco, rosso e nero, ch'è il 
c«Ur Qatnfale del legno, sì coiMerva nel Hoaeo Borgia 
a Velletri.' Questo ci rap^^senta Oro j,n profilo col fil 
di barba al mento , sedente , e. tiene colla destra uno 
icettTo o battone aratriforme. Qifel che lo rende singo- 
lare è Hna pianta scirpea, ossia una specie dì giunco 
colla sua fioritura che gli «orge fralle gambe , e conferà 
ma con ciò la mia opinione pur ora avanzata su quella 
specie di cordone pendulo osservato ìn varie figure egi. 
EÌane. La figura e la piii esatta detcriiione del monu- 
mento veggansi nelle tavole aggiunte. ' 



,y Google 



ia4 

care o V ioflaesM lovo sul Ifilo ,- épecialmeiite 
tutu propria d'Oro^ Q la loro nilotica ori^tDe 
non taciuu nelle memorie egiziane (i). Ma il 
lettore si sunea in sì tenebrose liMrche; ed 
io son pago solo di non lasciare inosservata 
questa particolarità del simulacro eh' espongo^ 

Ho sinora taciuto del simbolo che regge ÌI 
nostro Sacerdote nella manca , e che posa sul 
suo ginocchio: tutti posson riconoscerlo pel 
notissimo Tau egiziano , e ciò basterebbe « 
chi si contcDU delle antitpiarìe nomenclature. 
Aicercame V origine e il significato è impresa 
difficile , donde per la contrarietà de' pareri 
non può uscirsi senza offensione. Io non Tor<* 
rei dichiararmi per un partito, ma non debbo 
nascondere al lettore le riflessioni che mi por- 
tano a riconoscere la maggior TerìsimigUanza 
d* una opinione. 

Prima d'accennare le varieipotesi proposte 
dagli eruditi per 1' interpretazione del Tau , 
dee premettersi che la figura essenziale di tal 
geroglifico è solamente il Tau, cioè il T, 
che il circolo da cui pende è veramente un'an- 
M f nn manubrio , una impugnatura , ne* prìmi 
tempi almeno estranea al significato del gero- 
glifico (3^. Ce lo potea far pensare il vedere 



(0 Dìoioto , lib- I, pag. 13. 

(a) Dì qu«iU opioiane fii anche Goropio , il quale nei 
SDoi Geroglifici, lib. XVI, pag. ajj), cosi si spiega: In 
obelisco item qui tst ad ponam ColUnam exdtam vtanum 



Do,1,7cdDyGoOglc 



•oVente il Tan «eaiCa qnesto accessorìo; ce lo 
indicaTano alcune figure della Tavola Isiaca j 
ove sembra piuttosto un laccio , che wa cer- 
«Ilio (i): ce lo dimostra poi chìarameote il 
nostro marmo , dorè quél manubrio ha una 
JB^ra oblongata , come se fosse di giunco ó 
■^ altra cosa flessibile « cui il peso del Tau 
agginntori aTCSse fatto prendere quella forma, 
che dalla parte della mano resu circolare ì 
^alla parte del peso va a diTeuir rettilinea, e 
si pe^de quasi in un angolo acuto. Ciò posto, 
diasi rapidamente un* occhiata ai varj parerL 

1/ opinione di molti (a), cfae ora 6 in voga , 
riconosce in questo segno una chiave che sì 
-dà come simbolo del Sole ; o per V apertura 
delFanno, o per quelle misteriose porte delle 
^■li le Mitriache colonie &cean ricordano 
sa (5). Che però ìl Tau ansato non sìa una 
chiave , può dimostrarsi : primo , perchè quel- 
ito simbolo stesso si osserva a capo d' un ba- 
stone in più monumenti egiziani, dove non è 
poMÌbìle ÌDunaginarsi una chiave (4) } secondo ; 

mUmu, ^nae TaufunKuIo, sàe ansm compKhemsum i»- 
jMf: et f uo dare perspicùu aa$am adpartes Tau non pei- 
tàtav , aaàtiaditertas 6i eadem taxea mole Tau etiam ci- 
*w antam ef^tum. 

(!) Sono le Mgnate K., MM, TT. 

<3i) L'autore de' St^lem. ai Cactus.; Raflei, Oiserv. 
aopra alcuni monOm. , pftg. $7. 

(3) Teda» appreuo Is UT. XIX. 

(4) Così fra gli altri pB& TMtenl BeBa Mmsn triaca . 
•Us lei(«H KK. 



Do,i,7cd.yGoOglc 



136 

perchè simili Tau, senza- però -il' mannbrto , 
che non è , come abtnam dimostrato , essen- 
ziale , vedonsi ne* medesimi rappreseritati sulla 
sommità delle Idrìe destinate a coosenrare e 
a purificar 1' acqua del -Nilo , sito egualmente 
improprio per una <^iaTe (i).j terso ' finalmen- 
te, perchè la liiJea 'trasversale che. fcMisa il X 
e che si dice servire d' impugnatura] per ri— 
volgerla piti facilmeme , alle volte si vede 
sino triplicata (3) e quadruplicata/, lo che boo 
può avere' in ' questa ipotesi nessuna ra^jione- 
vole interpretazione. 

Coloro (3) che voglión pinuosto ravvisare 
in questo simbolo la forza del Sole sparsa ne' 
quattro elementi, ad^^nbrata quella nel cerchio 
« disco \ e questi ndle quattro estremità della 
croce , non riflettono che il cerchio , come 
ahhiam luogo di replicare , non ò parte ' del 
geroglìfico , ma solo uh manubrio , onde non 
possono -spiegare que* monumenti- che ci of- 
frono' il Tau senza il cerchio (4)- Di più nella 
maggior parte degli esempli che ci ha con- 
aervati il tempo , quel simbolo ha più «imi* 
glianza ad un vero T , che ad una -croce (5) , 

(■) Vedasi pirimente U Tamia ìsiaca Del fregio n. a3 
«' dopo il 33 , e r Agostini nette Gvmma , tom- II , uv. 83. 
.' (1) Triplicata è nella sUms Mensa, lettera TT-, ^a- 
Jmplicata preuo il Cajlns, tom. IV, uv., L 

(3) RafTei , 1. e. , pag. SQ. 
V (4) Veggansi i monumqnti ciuti. Menta blaca-, KR, 
a3, e altrove, Ago»UnÌ , tom- II, Uv. LXXXIII. " 

(5) E nou U questiona fra i Crittiani e i Gentili in- 

bo.i..vj.,CoO'^[c 



"7 
onde non quattro , ma tre soli elementi potrebbe 
esprimere , siccome tre sole , e non quattro , 
«ODO l'estremixà separate delle linee che lo eom« 
pongono. Di 'più coavien soggiungere ciocché 
dcvea dirsi, prima del reato « che non damio 
gli antichi scrittori a tale interpretazione verun 
ibndamento. È Vcco cHe una croce o una X, 
cioè due linee intersecate e , come diooaer ' r 
Latini , decussate dentro d* un circolo forma- 
vano il gerogltico di quello spirito animatore 
chevir^ca r uiùverso (i): ma quésto segno 
è ben everso dal nostro Tau , e lo possiam 
veder ripetuto in assai luoghi della Tavola 
Isiaea (a). 

Resu r opinione di De-lit4>oxe e di Jablon- 
sLì (3), i quali han credito non altro esaere 
questo Tau, che l'emblema del Fallo; opinio- 
ne, che non ha molto è stata acremente ìhl- 



jorta ani lignificalo ài qneato Tau riferita da Socrate , 
lib. IX. Bist. trip. , « da Soiomeno , lib. VII , Ecc. Intt, 
Pretenderano i primi che fo»e an aìmbolo della yìu 
ciema, Tcnetato in Egitto per una specie di tradizion 
pairiarcale. Naiceva forae Tm^uÌtoco, perdio pasaavt 
qael aegno fra i pib iatniiti per nn aimbolo della vita 
propagata nel mondo per la forsa del Sole. 

(i) Proclo; in Tùnaeum, lib. Iti. 

(3) Preaao lo fignt« G, H, I, N, O^ fra' geroglifici^ 
ed in nna apecie di featOne altcmaiiranienM coli' occhio 
«lato sopra il bue Apìi, lettera R. 

Ct) De-la-GcDU, Bau àu. Chriitiaiiisme daiu hs fndei,, 
lib. VI} JabloBiky, PmtheonAegyp, lib. n,-cap. 7,$.^. 



Do,:,7cdDyGoOglc 



pugnata da un erudito scrittore (i)^ E ven^ 
mente » se altro appoggio non avetse cbe iinK 
certa uniformità osservata fral Tbu e U Lin- 
gam dogi' Indiani , simbolo certo della gene- 
rasìone , non potrebbe dirsi molto probabile. 
A me però sembra, che piò si approfondisca 
lo Atndio di quelle poche reliquie che soprav- 
TÌTODO dell' egiaiauo sapere : più si renda que- 
m' ultima ipotesi verisimile. Fa d* uopo ammet> 
tere sulle ripetute ed-uóirormi testimonianae 
de* più gravi autori ^ che V esistenza ed il culto 
di questo emblema è ceru , ed era solenne ìb 
Egitto (3). Inoltre t^ tutti i sacerdoti egiziani 
fossero per la prima cosa icixiati ai misteri 
Fallici è ugualmente indubitato (3). Un rapporto 
oscuro bensì, ma qtiaato basu ad indicarlo 
•enzà impudenza. fra il. simbolo e il simboleg- 
giato, non può xteganti. Altri oggeui ritratti 
De* caratteri ^eonsecrati , non sono piii di eoe! 
nmìglianti ai loro orìgiuali (4)> U non vedersi 

(1) Raffei, Osservazioni, toprnalcwti monionettti, p. 53. 

(a) Plutarco, da l^de *t Oiiriàa , dice; T^ ìf\sn$ 
wa^upòaat ròy ^óXXov o x<ù mt iopróieiif tov( 
*Avv3triìK. Che tside consacrò il Fallo, a cui tino a* tA 
nostri Jan festa gli Egì^. 

(3) Diodoro Sic, Ùlk I, e. 88 > dove dopo aver ram- 
Bwiitàta l' universalità del colto prestata all' organo della 
gcaetaEiòna , logf iuage.eMcm stato costume taf mnpótK 
kfMta^fac xapaka^ùtka^ vot^0 r^ ò^ wpovMi ftvti- 
tfdtM , cA« colon} «A« ai patta sacerdo^ ti dedicavano , 
ftid d" ogni altra cosa-, 9 fuetto nuikt ^ Mkùttler». 

(4) L'occhioj per esempio ^ alle volte doo è indicato 



.„Cooi;[c 



'^9 

uè* geroglìfici e negli attributi di taDtì mo.* 

ntunenti dell'egiziana idolatria alcun altra ìteJ 

gno suscettibile di la) senso (i) è un argomenta 

negativo , ma di qualche peso. Piii urgente è 

quello di- Jablonsky (3), dissimnlato , anzi ta-r 

ciuto dal suo oppositore, il qunle è fondata 

suUa immagine del Tau con tre linee trasverse ; 

imiiuigine , che eccome distrugge le akre ìpo*- 

tesi , dà una forza mirabile alla sua opinione: 

pel Fallo tiiplicato rammentatoci da Piutarisa 

nelle festa Pamilìe , che solennizaaDdosi io; 

«piella stagione appunto, in cui, secondo I{t 

frase egiziana , il 'sole era ancor bambino , ci 

spiega perdbd il Tau triplicato noti .«i. osservi' 

che /ragli attributi d' Arpùci«t« in laace , *i»- 

Ucma del sóle )emale. Ora se T ósaerrasione 

che fece il De-la-Croze sa la simif^iaosa Àtà 

Tàu col Lingam, eh' è il segno f>illico degl'In^ 

diasi , a tuUoqiò si soggiunge , acquisterà iMoltor 

pih forAa per argomentarne la simigliapw del 

sigimficato di quella, che itila ed isoljtta jnon:^ 



elle da un Kmplice segmeoto di circolo. Caj'lut, tom. Ili, 
pi. Ili, n. 3, ove si vede anche Ìl Tau coli' ama oblon-, ' 
caia. Più al caio nostro è ci& che e' insegna Ei^ebio , 
Praep. Ev., lib. II, cap. 8, che un triangolo era Ìl ge- 
roglifìco della parte muliebre. 

(i) WincLelmann , Description àa cabinet de Stoicft , 
n. 3, dimoitra che i te«et oculati veduti dal Pìgpqrio, 
non sono sennonché un occhio alato. 

(3) Jablonsiy, Paiheon Jegxp,ìib. VII, cap. 5, ^l 

Museo Pio-àUm. Voi. II. 9 



Do„,7cd,yCOOglC 



i5o 

otteneva. Ma ho detto che le ulteriori riflea- 
bìodÌ- snlle antìchitli egizie soccorrono questa 
ipotesi : convieoe che io le proponga fJ lettore. 

Potrà questi io primo luogo osservare quanto 
hen couvenga l' emblema fallico non solo alle 
figure egisiane che ne sodo insignite, ma an- 
cora alla sommità di quelle ampolle o idrìe * 
destinate a contener le acque del Nilo. Sarà il 
simbolo della virth fecondatrice e generativa, 
attriboita a quelle acque dalla persuasone del- 
l' aaticò Egitto, e dal consenso degli scrittori (i). 
Quel segno ia altro sistema sembrami ine^thca- 
bile. 

Dovrà volgere la seconda sua riflessione ai ca- 
ratteri astronomici : alcuni de' quali son d' aoti- 
chissima origine , alcuoi ancor d'egtsiana (2) : 
e vi troverà il nostro Tau colla sua ansa o ma- 
nubrio così delineato ^ , servir di carattere dei 
paocu di Venere (5). Checché sia dell' antichità 
di tutti gli altri caratteri usati dagli Arabi e ri. 
tenotì nell'astronomia, questo è sicuramente ve- 
tustissimo, giacché ce l'offre una gemma nel 
Museo Romano (4), situato appresso al sole, e 



(i) Dktdoro, lib. I , pag. 9 e io; Teofrast, ap. AAc' 
itMum, p. 41 fin-. Plin-, B. N. , VII, e. 3. 

(S) Ved. la Diuert. di Goguet dopo la II par. dell'O- 
r^me delie leggi, ec, 

(3) Kircher mcdeiimo lo confeiM, ma Io spiega arbi- 
trariamente in altra gniaa , ObeL PamphU. , lib. IT. 

(4) Cnuco , Miueum Romanum , tav. XXXVin » 
'GfDURae, 



,y Google 



t5i 
lo ranUismo ìq compagnia del dio ' Àpis in uoa 
rarissima moocu egiziana (i). Uo rapporto «ori 
deciso sembrami accrescere la probabiliiìi della 
significazioDe fallica del nostro Tau. 

Finalmente , se leggerà i geroglifici d' Ora- 
polline, troverà questo stesso segno usato pel 
geroglifico delle nozze ; e tanioppiù sicuramente 
lo riconoscerà in quel significato , quanto l'oscu- 
rìA dell* espressioni di quell'autore mostra ch'e- 
gli parla, secondo le antiche memorie > senza 
ioteodere ni le immagini , né ì rapporti. Dice 
egli che il circolo o disco del sole unito a 
mezza -Stella significa la nuova sposa (3). Che al- 
tro è questo cìrcolo del sole sennonché il lua- 
Dabrio del Tau , giact^é l'emblema del sole era 
solamente un cerchio , quale osservando Orapol- 
line in quel geroglifico dove rappresentava il nu- 
nubrìo , 1* attribuiva al sole senza comprenderlo. 
La mezza stella non è che il Tau , non tanto 
perchè si esprìmessero gli astri in Egitto colla 
figura di un .+* ma perchè lì vediamo sovente 
indicai» con . cinque linee che partono dal ponto 
stesso , tre delle quali formano due retti , - ossia 



(1) Veda» riportata nel Gaale del cap. 4» !>!>• IT, 
Jeìl' edixioDe romaDa della Su/iia delle arti del disegno, 

(3) HorapoUo, lib. IL TvfMxa eyyvof ffvXóuewM 
^Xóatu ^Xiv MvxXov <rv9 àarépi (ina, i^yl/'v d'imea 
A';);» TeTii^(téff tru^amn. ^gg» Tetftfiyinf , « «"<>n 
ter^^uéfoi} ^ percbi «e li riferìiM al disco del' wle^ 
l'vrtebbe detto nella prima parte -del perìodo, don dice 
aodotamente ^^k mW^i'. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



un Tau , e le altre due sovrapposte tre angoli 
di 60 gradi I appunto come se un V sì sovrap- 
ponesse ad un T io questa figura ^ , ovrero 
capovolgendolo in quest* altra -^ (t). Oi'a se 
questo era in Egitto la cifra , per dir cosi , delle 
stelle, che meraviglia che Orapolline non inten- 
dendo l'allusione del geroglifico (f-, e avendo 
riferito il disco al sole, indichi il Tau colla 
frase d* una mesza stella ? Inunto il signìficatd 
nuziale che attribuisce qiietl* autore a tal geroglifi- 
co , veggano gli eroditi he non debba dirsi una di- 
mostrazione della ipotesi La-Croziana. Sarà adun- 
qué il Tbu ansato nella nostra sutiia un emble- 
liia dblla' foru del sole vivificante e generativa 
propria' d* Oro , ossia del nume , di cui ricono-' 
sciamo in questo marmo rappresentato un mini- 
stro ; sari ancora un segno della fallica inizia- 
zione dal nostro sacerdote solennizzata , secondo 
ì'riii antichissimi della sua patria. 

Ma 'è tempo di lasciare queste dubbiose in- 
3àgit)i sugli arcani di nua vecchia nazione , le 
'iità opÌDÌooì si son pòi propagate nelle scienze 
e nelle religioni delle età seguenti: e vediamo 
le resia a considerare altro su questo vetustis- 
umo simulacro. 

Noù dee tacersi che sul piano della pre> 



il) Nella Tawla Iliaca lutM le stelle che M(on»»Q U 
figure. che aono a centiiittja mh rappr«tentate a lai Ìt>g>; 
«w ^ A'edsnéi le figure G e NN. Q««st'nlthna ha «di 
stella sifTatta ancora fragli oraamenti del »f- 



Do„,7cd,yCOOglC 



i55 
deQa è una lÌDea sola di geroglifici ; caratteiìì 
^A misteriosi , ed ora iuiateUigibili , che si ri^- 
porteranno in una delle tayole aggiunte tu fine, 
per seguir 1' esempio de' più accurati. 

n. marmo scuro nel quaU è scolpita la su- 
tua è conosciuto dagli artisti per una breccia : 
ha del color verdognolo, ma pili del nerìccio. 
Marmi cosi oscuri furono adoperati p^r lo più 
dagli Egisiani , perchè qi^qo s* aUonuiiAT4n<» 
dalla imiuzione della natura ehe i oasdidi , esp 
sendo bruno il color naturale degli Egiziani « 
ni avendo altro significato la voce stessa d' E- 
gUto (i). Quindi si son serviti gli egiuanì ar-^ 
tefici di marmi nericci , piuttosto ohe del bello 
e doriaùmo alabastro che pur avevano. Il nor 
hil frammento di statua alabastrina sedente che 
conservasi sella villa Albani , dovea ristauparu 
co' sinbolì d' Oro , il color del qtiale , secondo 
le tradizioni sacerdotali , era bianco (a). 

jiddizione deW autore. • 

La medaglia riferita da 'Winchelmaoa per egi< 
Eia, della quale si i parlato a pag. i5i, nota(i), 
da' più accurati scrittori di numisn^tica oredesi 
greca, anzi iulica 4i Crotoue. L' avea già av-r 
rertito il eh. sig. abate Fea alla Storia dplle 
irti, ec. , lìb. 3, e. 4* S ^^> '^- '- ^^*^ ^ 



0) Selden-, de DUs SjtÌs, symagm. I, t. 
(a) Plutarco , de Iside et Osùide. 



,y Google 



eh* essa appartÙDe al genere de' VarìcL L* ao- 
licliitk però del questionato segno ne rimane 
egualmente provata. 

Osservatiojii deW autore pahbiicate nel tom. VII 
deìS edÌÈÌone dì Roma. 

La collezione Borgiana di Velletrì, l' open 
eccellente del sig. Zoega De origine et de usu 
obeUscorum , i monumenti ed i disegni recati 
dall' Egitto in Europa per mezzo della conqui- 
sta francese negli ultimi anni del secolo scorso, 
hanno dissipato molte false ipotesi che si erano 
introdotte nella spiegazione di. monumenti egiE). 
La lunga e^Kisizione che ho data del simulacro 
inciso in questa tavola Bon va esente di molti er- 
rori. Primieramente il nastro che circonda ilmen- 
to della figura può bene essere quello del piteo 
o tutolo , e non quello che ho supposto ado- 
perato per reggere una barba postìccia. Quindi 
la statua può rappresentare un nume, forse Oro> 
e non un sacerdote. 11 Tau ansatum che ho 
creduto un segno fallico non lo ravviso più per 
un emblema di questo genere., dappoiché tanti 
falli non equivoci ho veduti ne' monumenti 
egiziani e perfino 'ne' geroglifici. Quel simbolo 
o ' quello strumento non sarà dunque se non una 
chiave , «mblema che i Greci ancor essi haa 
posto in mano di parecchie divinità. 



,y Google 



i55 
TAVOLA XTII. 

Agatodbhokb Egizio *. 

Fralle statue , delle quali dopo tanti secoli 
F idolatria egiziana popola ancora i nostri Mu- 
sei , nessun soggetto è pìU ripetuto di quello 
che si espone in questa taTola alle noatre con- 
ùderaziooi. E insieme una delle più semplici 
figure inventate dalle arti egizie , conservando, 
secondo i primi stili, le braccia attaccate ai 
fianchi, i pugni chiusi, con qualche cosa di ci- 
lìndrico nelle lor cavità, e le gambe separate 
Lensl l'usa dall'altra, ma nel movimento con- 
soelo d' aver avanzau la sinistra d' un mezzo 
passo , senza però che né la gamba , né la co- 
scia resti isolata e staccata dal massiccio del 
marmo (i)- B capo coperto della solita cuffia 
non è soTraccarico d' ornamenti , ma solamente 
fregiato d' un picciol serpe , che forma di se 
stesso nn gruppo, e trionfa sulla fronte della 
figura : i fianchi son recinti del consueto grem- 

* Alto palmi cinque e nn terzo. Fn trovato presso il 
lap» di Torre Psols, non lungi dagli antìclii Cìrcei. 

(0 Qa«u i l'attitudine pia osata delle statue egisie. 
JKodoro, per dirci che l' Apollo di Samo era lavorato 
ni gusto egisio, c<uà Io descrive, tib. I, e. 98: EfWU 
,y aerò Àéyvm xaxà tò stXeìorof ìtaft(Kjtepèi roic 
AqfvxtloK ói òr tà^ ^ %etpà.^ évov xapaxetafihaQ 
Ttt (ùv ffitiXn iui&e^n'ióta. Lo dkono timile ad una 
ttatua esilia, distese le mani e te gambe in atto dicane 



,y Google 



i56 

biule a liste^ Tali ve^gODii- Jegrìdoti egizj nel 
Museo Capitolino e nella villa Albani ; . taH 
60no tfnche nello stile d'imitazione l' Antinoo 
~ £gìzio del Capitolino e quello di marmo rosso 
nella medesima villa. Tali n' esistono in ptc- 
'cioli bronzi in varj Musei , e specialmente 
nella ricca collezione di cose egizie nel Ma- 
seo Borgia in Velletri. Chi ha dato loro il 
nome dì sacerdoti, ha interpretato que' capi 
di bastone, come signìfìcaDti le verghe colle 
quali vicendevolmente batievaasi , o quelle che 
tenevano, come si pretende, gli editui de' tem- 
pli. Altri le ha spiegate per le stanghe di una 
edicola che dovessero in due sorreggere a guisa 
di portantina: ma non era questa la foggia, 
nella quale i ministri de'templi egizj producevano 
al pubblico i talami de' loro Dìi ; né è verisi- 
mile che tali fìgure formasser gruppo; e nem- 
meno che fosse scelta simile azione per un si- 
mulacro d' Antinoo divinizzato. Altri ha lor dato 
il nome di Dii Averrunci , che stessero quasi 
a guardia d( Ile reggie e de'templi colle verghe, 
per discacciare qualunque cosb di sinistro avesse 
tentato d' avvicinarsi. Questi, al parer mio, non 
vao lungi dalla verità , quantunque d' un nome 
$i servano poco proprio alla egiziana mitologia', 
e non -considerino il aimbolo principale delle 
iìgnre. Io credo di ravvisarlo nel serpentello 
aggruppato sulla fronte di alcuni di sifTatti si- 
mulacri j sel^entello venerato in Egitto, e co- 
nosciuto sotto il nome d'Agalodcmouc o di 



Do,:,7cdDyGoOglc 



«»T 

baoD Genio (i). GU antichi scrittori tesUtuo^ 
Dtaao e il nome, e la frequenza m Egitto di 
cfocsti rettiti: e siccome gli animati erano ii^ 
quel miaterioso popolo emblemi delle diviniti 
e qnaai loro simulacri Tiventì , cosi il nostro 
serpe era la rapf^esentanza di quel buon Ge- 
nio (a) o Dio boouo , conosciuto ia Tebe sotto 
il nome di Coef autore di tutti i beni , o per 
megtio dire y b persona allegorica della bontli 
divina o del buon principio (3). Quel formare 
di se stesso quasi un gomitolo che fa il serpe 
sulle fronti di 'simili idoli, non era senza mistero: 
af»»nnaTano cosi i teologi egiziani quella pò* 
lenza benefica anìmauice della natura, che per 
tutto corrìqtonde a se stessa, e in se stessa 
ritoma, serpeggiando ugualmente nelle viscere 
della terra , che neUe sfere de* cieU , e dando 
vita all' universo, mentre, secondo l'espressione 
del poeta. 

Magno se corpore miscet (4)- 

(i) Lampridio in EUgabalo: Aegjrptios draauicalos Ro- 
mae habuit , quos iiii Agatkodaemonas vocant. Vedaif 
anclie Plutarco ìa 'EpeTUcà, 

(a) Easeb., Praep. Evang. , lib. I, cup. io : iJtoivDteti 
àvTÒf 'Ayaòòv 9ai^ova MaXovai , ò(toioi 9è xoÀ 
Atyvimoi Kviiffi ÒP0(ià4im. t t'cnki chiamano ( quet 
serpe ) jtgatoàemone ì tùmlmenu gii Egiy lo nomana 
def. Vedansì le altre prove ìd lablouki , PoKik, Aegjrpt. , 
lib. I, cap. 4- 

(5) Plntarco, de Uiàe a Osiride; Entebio, Praep. E- 
vang., lib. IH, e. ii. 

(4) Perciò rappreicnUiyuio questo serp« in cercbìo, e 



.„Cooglc 



»58 

n volgo dell' Egitto , seguendo il costume 
d* ogni altro yolgo , non avrà potuto raggiun- 
gere la nobile e sublime teologia de* sacerdoti, 
tebani ; ed essendo di questo buon Genio cosi 
moltiplicati gli emblemi; in tanti rettili della, 
specie stessa, avranno riconosciuto in6niti di 
tali demoni benefici, preside ciascuno delle 
varie parti, e de' Tarj periodi della vita e della 
natura. Quindi forse derivò l' opinione delle al- 
tre nazioni su' buoni Genj custodì delle per- 
sone e de' luoghi , rappresentati sotto la forma 
di serpi ; giacché nulla si dilata cosi facilmente 
sulla terra quanto la supersùzìooe. Ecco il per- 
ché volendo sollevare Antinoo nel rango degli 
Dei dell'Egitto, fu effigiato non con altri simboli 
che quelli dell' Agatodemone o del buon Ge- 
nio, grado a cui salivano le anime degli eroi (i). 

Non saprei per altro immaginare che i pio- 
cioli cilindri chiusi ne' pugQi sieno bastoni per 



lì lervivaiio di questi segni @ o , per dìooUre l' a- 
nima del moodo. Eusebio, Praep. Ev., lib. I, cap. loj 
Proclo nel Tùnao, lib. IH. Perciò Oroapollo ne* suoi, ge- 
roglifici dice che il serpe è segno dì quello spirito anni- 
poteiug ch0 penetra F iminrso. YlafTOHodropob ffijaeUnot 
òipif ^oYpapovrttf OVTO xap' àvroif tov nartòe 
KÓOfiV TÒ 3l^ór ètrtl XftVf/M. Rei lodato Mnseo Bor- 
gia a VeDetii si conserva uno di questi serpentelli in 
bromo, che appunto forma quel gomitolo che è tanto 
frequente nelle teste degl' ìdoli egisj- Il monumento h 
venuto da Egitto. 
(0 Pitugora, Jurea Carmina, ver*, oli. 



Do,:,7cdDyGoOglc 



'^Mtcóare i mali eT«nti. Ili alcune statue è 
chiaro che non sono mai stati piii lunghi di 
quel che ora appariscono. Non sarebbe egli piìi 
probabile che la piii antica scultura egizia la- 
sciasse il marmo soltanto non traforato , e che 
gli artefici posteriori credendo che le figure 
avessero in mano de* corpi solidi , ne abbiano 
rilevate le due estremità ? O non sarebbero ao- 
che queste immagini del Fallo , emblema delta 
virtù produttrice della divinità , emblema tanto 
familiare alla religione egiziana ? 

Lo stile .della scultura è egizio , ma non di 
quello anterioi% alla mescolanza delle arti gre- 
che j i contomi delle membra e del volto, 
r isolamento delle spalle e del dorso discor- 
dano dalle più antiche maniere. IVoa ha nep- 
pure la morbidezza e la leggiadria degli stili d'imi- 
tazione de'tempi d'Adrìanoj la durezza de'linea- 
meuti , specialmente del volto , pare che ne ri- 
mandi il lavoro a' tempi de' Tolommei , e che 
provenga da mano egizia che cerchi imitare 
le greche forme. Il marmo stesso conosciuto 
sotto il ' nome di breccia paonazza , ricco per 
la varietà delle macchie , ma refrattario allo 
scalpello , e poco favorevole a' contorni , pare 
che lo dimostri lavorato in Egitto. Il simula- 
cro ha un forame sulla sommità del capo, dove 
era inserito qualche ornamento di que' che 
sogliono terminare bizzarramente le teste egt- 
zìane. 



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■ 4o 

OsservaiùoiUdeltautore pubblicate nel tom. VII 
deW edizione di Roma. 

Xa sigoìficazione faUica data a' bastoni che 
tono nel pugno chiuso delle figure egìzie dì 
cui sì è parlato alla pag. iSg è del tutto inTe- 
rìsìmile. Quell' accennameuto di bastone indica 
il simbolo o r accessorio intero. Nelle figure 
greche equivale, ad uno scettro o ad una lanr 
eia ; nelle figure egizie, ad un flagello, o ad una 
Terga, poiché vediamo questi attributi interi 
in simulacri dì bronzo , in bassìriJievi , in pit- 
ture. 

TAVO LA XVIII. 

Telahobb Egizio. 

Il simulacro colossale ìucìso nel r^me non è 
solo: ha il corrispondente; e lutti e due «lift 
porta della gran rotonda del AJvseo Pio fao le 
veci di co loone , qual era appupto la lor pri- 
miera destinazione nella villa Adriana a Tivoli , 
della quale possono appellarsi il maggiore e pih 
cospicuo monumento fra quanti ne h^ restituiti 
«Ila luce quella ricca miniera d' arti e di mer 
mone vetuste. Ammirali gran 4empo alla porl4 
del palazzo vescovile di Tivoli , ed esposti «He 



* Alto palmi quindici e mezzo j senza il plinto palin 
quindici. 



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■4t 

ÌDpDrie delle siagìoai, offerti àa qud comone 
^la uaàtà di Nostro Signcn-ej ora nella reggia 
ddle belle arti, sembra che noo richiamino pili 
il genio e la muaificema d* Adriano. 

E dimostrato nella stona delle orti del dise- 
gno, che lo stile dì queste stame non è che^ 
stile d' imitatone ,■ che se l'invennone eia com- 
po^ziooe sembrano egiàe , le forme del nudo 
sono certamente greche (i). Di questa prova ci 
contenteremo, senza confermarla con quella delltf 
nmìgUanza de* volti col ritratto d' Antìnoo. Forse 
Winckelmann quando vi travide la Bsonomia del 
fiiTOnto d' Adriano , non si rammentò che le due 
•tatne Tibnrtìne 'appartenevano all' architettura , e 
servivano, come si suol dire, di Cariatidi. I ri- 
tratti cera di quel giovine dei6cato , non hanno 
veruna simiglìanza colle teste delle nostre sia>. 
lae (3). Ha avuu perciò gran ragiona raccura.i 
tissimo editore romano di quell' opera a ripro-i. 
vame ropinioue in una dotta nota (S). I simu- 
lacri hanno in capo una specie di vaso che dp> 
vea servire di capitello , in ciò più ragionevoli 
del bel frammento Farneùano edito dal Win-i-i 
delmaon (4), il quale reggeva sul capo uo ca-^ 

<i) WìnckelmuiB , Storia éeOe atà M ditegno, lib. II/. 
04». 5, S '<>• ' -. 

(a) Qve>bi linigliaKiB apparlice Jn alcain «Itti Cg^jt 
Dome ncUa autaa del Campidoglio ^i^ indicaRa da 'Winri^ 
ekdmasn, e più ancora nel bel bnsM dalla vHla AttaniJ- 

(3) Ivi nou (A). - [- 

<$ Utnum, tudUi, «. a»8. Io pci4 credo che tvtvÌB$», 

■■■.-■■.) 



i,g,.''j7;è^ooglc 



nestro di TÌnchi ; riporto fioco allattato a soste» 
aer de' grao pesi (i). Questo vaso , unìlo alla si- 

pìuttoslo ad omamenio di qualche giardino , né socle- 
nesse altro che della verdura. CU »a che non apparte- 
nesse a' be' viali con lauri e platani del vicino teatro dì 
Pompeo ? 

(i) Winckelmann ha sospettato che poieue questo bel 
frammento appartenere alle Carfatidi del Panteon , che 
egli colloca nell' interno dell' edifizio, all'attico che I» 
circonda. Ambedue queste opinioni sono inverisimili. 
Primo, non è credibile che Plinio abbia chiamato Caria- 
tidi figure virili: questo abuso è moderno. Secondo, le Ca- 
riatidi del Panteon sembra che dovessero esser dì bronco, 
perchè lavorate dallo stesso artefice che a vca travagliato il 
bassorilievo dèi timpano esteriore, il quale dnTrnnif iirinynta 
esser di bronzo. Ecco le parole di Plinio, H. N., XXXVI, 4f 
Il : Agn'ppae Pantheum decoravit Diogenes Athenìemù , 
et Caryatides Ai columnis templi ejus prohanlur inter pauca 
cperum : sìcut In fastigio posila signa , sed propter abttw 
dinem loci miiuis ceiebrata- Terzo, il Inogo delle Caria- 
tidi del Panteon non mi sembra da Winckelmano in- 
dovinato. La frase di Plinio in columnis, secando il 
laconismo di quello scrittore , dee avere nna maggiore 
giustezza ed' un più proprio significato. L'attico dell'ÌD- 
terno non sovrasta alle sole colonne. Quarto j sembra piìi 
probabile che fossero nel portico, ch'era sicurameote 
fabbrica d'Agr^pa^ pel quale Diogene lavori, e dova 
ai ammiravano altre opere del medesimo statuario. Io 
credo che formassero una specie d'attico solle colonne 
del portico che ne dividono l'interno conte in tre navi, 
delle qnali la media avea , come si vede, il laqneara 
pih in alto delle due laterali , siccome corri^onde alla 
maggior alt«ua del fastìgio esterno, o come sa<d dirai 
del tìmpano. La frase in columnis allora è piii propria, 
perchè alle sole colonne insìstevano le Cariatidi, ^ia,ccfaè 
tu i pilastri del vestibolo: è' voluto un arco. He 1' ^g- 
gipQto templi ^ut pu^ fare ostacoloj i portici eraa tanto 

Do„,7cd.yCoOglc 



.45 
migfisDU della dm figure, ne addka 1* ii«o, e li 
£b rìcbnoscere per due ÀtlaDtì o Telamom E^^, 
£ suto già osservato ehe quesu liceota, se 
fO^iam cosi chiamarla , io archiwUtira , dì ponv 
io vece de soategoi proprj figure umane, lu 
afuto ÌD Egitto i pili antichi esemplL l oostri 
TelaniODÌ nou sono minori , ae non di poco i 
di quelli eretti dal re Psameilioo a regger l' ai- 
trio del tempio d' Api , e forse ne sono le ca> 
pie. Dalle fabbriche dell'Egitto presero per ar-r 
veotara argomento i Greci di adoperare le im- 
mag^oì delle prigioniere Cariatidi a simil uso (i^ 
Fnron però nell' imiuùoDe meno acnsabili degli 
£gi^ , che ne aveaa loro dato l'eanupio. Se giiir 
$lo è il prìneipìo (a) di non situare figure umane 

eweniUli agli anticlti templi, cbe d«l nomerò « daltk 
diipoiitione delle loro coloitne preiide<rBno ì'nomi di 
teirutili , octostili ec. , come quelli d' «utili, picnor 
Mili ce. 

(0 Vitrnvio, lib. I. 

(i) Alcuni pensano che qncsU condiiione non tia ne- 
ceuarìa, e che hasti che le fignre potsanu durare in 
qoclls situazione anche un brevissimo tempo. Le Caria- 
tidi del tempio d'Eretico in Atene dod sostengono che 
il solo arcbiiraye. Il fregio è soppresso , che indica la 
sovrapposizione d' altro legname ; ora un semplice trave 
pn& esser retto sul capo di quattro o sei persone, e la 
copertura pvl supponi leggera, come per esempio di 
pelle , di tela ec. Gì' imitatori piii recenti non ebbero 
questo savio accorgimento, e voltarono talvolta archi 
immensi sulle spalle di Cariatidi o d' Adanti rannic- 
chiati, come appunto son qaelli a Firenze della famosa 
loggia de'Lansi, arcbitettnra dell' Orgagna. L'opera per 



bg„„vJj,COOglC 



i4i 

dove h iinpoeiibye che oootÌDuìuo qualche tempo 
ÀèDza cangiar situazione , male s' iropiegaroDo 
da' Greci delle'idooaelle a. sosteder pesi, <^he 
gli Egizj facevao sosiebece ad ihimagiDi colos- 
sali di demoni', de''- qaaU érft tanto- feconda la 
lor teologa. Qaeau mi reggere gli archiiran 
d'un tempio i incuteraiio in obi .vi accedeva im 
sacro ' orrore , ed imprimevano negli, animi una 
pih forte idea delia- potenza del nume ot^a 
eondaimua ad, uBÌucai-icu servile degli esseif^ 
sovrannatarali. Quésta idea f(tcea'4ornare nel ve- 
flsimile un parlitu d' architettura tasto caprìcr 
cioso. Ma le ragioai e i 6nL dell' originale ' n 
perdorono nrila copta', quando ci vollero SQStil- 
«uire. esseri 'veri. ^e reali , come le donne; dì Ca- 
ria, agli esseri d'immaginazione dagli Egiziani 
impiegati. 

. Meeo irfAgipn«voÌi delle CarLati4i furoo gli 
Adaatl e i- telamoni della greca architettura» 
quando rappresenurono personaggi milok>gicL 



le sue proporsioiii è ' delle meglio intese e grandiose 
produzioni' della moderna arch ì tei tura , ma i membri soa 
di cattivo gusto', e que' meschini Atlanti ofteodewno 
anclie il buud senso dì Dante, che ad essi ha voluto 
probabilmente aTludeie ne' leguentì versi del Piit^a4orÌ9 ^ 
?, ,cr.. i5o. ■ 

Come per tQsteaiof nJofo, o tolto, 
. . . . Per meatoitt ulwUa una figwa 

Si a»de giunger le -ghoficliia.at pei:p , 
Ia qu^^ del iton v«r vera raiicufa 

Saieer a Ai la veda ac> 



Dow.d.yGoOglc 



^Itruvio (i), meotre ha Toliitb ibiagoarn t^ 
atlanti diccaDsi da' Greci quelli che da' Ladai 
X«]aflM>DÌ ippellavaoM , dovea direi pÌMieMo che 
io Italia s'appelUnDO TelamoDÌ quelli che natta 
Grecia orientale dieesosì Atlanti. .1 nomi ton» 
egbalmente greci , e TelamODe vale soatenitope (a) 
o sopportalore , quantunque il romaoo architetto^ 
creda impossibile rintracciare il reriloqaio di 
questo nome. Ma Yitruvio areva già proiettata 
sai bel principio la sua ignorauea in tanociò eh» 
nou M spettava 'alla ma professiooa : e l'-taesat- 
tena del suo esprimerai eziandìo in {(jueala e«' 
r avrebbe fatta loocar con mano ancor aeaca le 
sue proteste : quantunque coloro che fah ai pic< 
caco d'ammirarlo, ohe di legigcrlo o di com- 



(i) Viirnvio^ Ub. I, cap. i. j 

(a) Sì è gii osservato ciii neU' EtimoUgico Ai Vouio 
che ha avnto per scoria r etimologie della greca paiola 
TtXcusòV., che '▼ale mstegìio delta scudo. Si poi ag^na-i 
fere che non «ocarre fignrarsi mn verbo ttXóo fiiioiiiaiv 
di ^lao, perché Telomom è \& unto che «ta^wcw, e«n 
una ipecic di e muta fralle due prime consoDantìf soliti^ 
Kiiversì da'pib antichi Greci in tutti i casi dove Va- 
niscono due consonanti senza vocale intennedia. Ne son 
testimonio le iscriuoni Amiclee spiegate dall' ab. Bar- 
Aetomy nelU Hem. deìTAcad. ieUa iscrixiùmi, t. XXJU/ 
pag. 3g4, ov£ >i legge AMOKEA. per AUtlU., 
KAPAAEPIS perKAPAAPIS, APlSETOMAXOS 
per APtSTOMAXOS , e simili. Si dine poi plntloito 
Teiamon da TÌid(top^ che Talemon da T^/Mlf, perche 
cosi pronunciavano i Greci d'ItaKa^ che qnui dl'ailnt 
dialetto non ti servirono che del dwics- 

Museo Pio-CUm. "Voi. li. io 

Uoi,^d.yGoOglC 



x46 

prefidwio * ne abbiano raoko più TantaggìoMi 
opinione. 

. Tornaniìo ai nostri colossi : eollocaù <jue»ti 
forse all'ÌDgretso del Canopo neUa rilla Adriana» 
ìoeutevanO' nn religioso Krrore j e davano al 
luogo un aspetto dì aito incantalo e pieno della 
pKseoza di ijualefae nume. Il bellissimo granito 
rosso in «ui sono scolpiti , accresce col suo co- 
lor cupo ; refTcUO accennato', né fa torto al ]«• 
voro dell'egregio- artefice, -benché il conte di 
Ca^ns , che non numaginava ' simulacri di que- 
sta mole >fosse'dt opinione che un simil marmo 
non dovesse aver uso veruno nella scultura (i). 
Per non lasciare d'indicar qualche rapporto 
del signifieatc» mitologico de' nostri Telamoni , 
potrei dire che bene a prc^osito i lor capi son 
premuti da due idrìe , dovendo servire di deco- 
razione alt' ingresso del Canopo , il cui nume 
principale è il dio dell* elemento umido , o ù*t 
come altri vo^iono , l' emblema del Nilo ; ov- 
vero , come più stimo « il simbolo di quel fluido 
ch'era nelle vetuste cosmogonie riguardato come 
il principio dell' universo , e dì cui si trovan le 
tracce ancor nella Genesi. I . due Telamoiii sa- 
ran due Àgatodemooi o buoni Geni , come si 
conveniva negli aditi d* un dio benefico , e il 
serpentello che ciascun di loro ha sulla fronte 

(I) Cayliw, Kgcmeit., tom. IH, pi. Vili, n. a: Cetu 
ftnre ( parla del granito tomo ) ingrate pour le travaS, 
nndmU /m pliu btaux ouvrageM Muigréaòta tt eho^uaiu. 



Do„,7cd,yCOOglC 



»47 
n* è U caratierislica , come alla precedente ita- 
toa abbiam osservato. 

Osservasioni deit autore pubblicate 
nel tomo f^I dell'edizione di Monta. 

Nella nota (t) della pag. 14^ ho proposto una 
congeltura sul luogo preciso del Panteon d'A- 
grìppa, dov' erao siiuaie te CariaiidL di bronzo 
memoTate da PIìdìo ; e pensava che potessero 
esser poste sulle colonne interiori del portico 
dove il soffitto era piti elevalo. Meglio conside- 
rato quell' edifizio e T arco sovrapposto alla 
porta del' tempio.» sembrami che qnello spazio 
fosse coperto d'una specie di Vblu a botte ese- 
guita in bronzo, come lo erano ì soffitti laterali 
"pili bassi , e che perciò le Cariatidi non poteano 
avervi luogo : esse saranno state poste sulle co- 
loime della decorazione -interiore , quando dalle 
■uccesnve ristoranoni non era stata ridotta alla 
disposizione che ora vediamo. 

Ho detto alla pag. i^5 cbe Vitruvio si er* 
apiegato male * dicendoci che i Ladni appella- 
vaao TeUtmones quelle figure virili di sosteni- 
tori che i Greci chiamavano AtUintes : doveva 
bmitanni ad osservare che la parola Telamones 
aveva una etimologìa greca , senza pretendere 
«he non fosse parola latina » molte voci di que- 
sta lìngua avendo una origine greca. 

Una vocale inserita fralle due consonanti di 
una natola è un accidente delle lingue che ha 



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t4» ^ 

parecchi esempli ; coiì dal greco Ascìepios m. 
h &lto ÌD laÙDO Aesculapius : quanto alle iscri- 
ùont Amìclce, dove simili Tocali s' iocontraao 
frapposte in molte sillabe « dqd vorrei fopdarm! 
au d' UD esempio tratto da uo moaumeato , la 
cui auteoiicitìi dod è stata ancora rivendicata, 
coDtro i dubbj fondati dal sig. Riccardo Pajne. 

TAVOLA XIX 

Mitra .* 

La religione di Zoroastro semplice e mite 
nella Persia ove nacque, cangiò d'indole can- 
giando dima, e divenne in occidente supersti- 
(ùoaa, aalincooica e crudele. Al Sole, o rigaar< 
dato come l'immagine e il ministro del crea- 
tore , o come al dio vivificatore della natura , 
presuvan otilto i magi, e f onoravano dell'epi- 
teto a Idra, che vale amante o benefico {i); 



* Alto palmi sei e once' dieci e mezza eoa tatto il 
(lobo{ dal capo sino a' piedi palmi cinque e ire quarti. 
La testi è moderna; l'invito peri» della ibedesina i ta- 
tice, dal quale appariva daver esser di leone; le ali e 
l'eitramitk «oa parimente di risiaiuo: ma v'craao dtv 
foT^ni nella scliieaa donde naioevao l'ali; \t altre parti 
•ODO inpplite seconda altri monnmenti che si conservano 
nella villa Albani. 

(i) Da quesU etfanologia prapoita e prarala da Tmb. 
tkjÒJb, et i«%, v4f. Perv,, cap. IV, deduco U vera in- 
teipretaiione d'un laogo d'Erodoto, lib. I, cap. i3i. 



DonzrdDyGoOglc 



•ptteto che pUsò a poco ■ poco pei proprio 
nome di questo dio , le cui peregrine cerimoaia 
figurarono per qualche lempo Del roinaoo im- 
pero salle retoe della greca milclogia. Molto 
panicolariiit di ul quito ridaviaiuo di^li scrittori 
crìstiaDi cbe .lo han detestalo } alcune , dagli 
BCTÌttori gcDtili. Sappiam da Temisiio (i), che 
oltre le coibudì immagìui cbe rappieseataoa 
questo nume in abito persiano , 

Indignata segui torquentem cornua Mitrkam , 

ve D* erano delle misteriose che sì moslravano 
ai soli iniàatL Di queste , una credo sicura* 
menie la presente scultura. 

Che sia relatin al $ole, sembra indubitata- 
Preacindeado dall'assortimento di taoii emboli, 
i quattro segni soUùsiali ed equin^siali che lo 
marcano y ne dimostrano «bb^staoM il rj^p|)ono. 
Al Sole però adorato col nome e colle super'^ 
iiiàoni dì Mitra * piuttosto che ad Osiride , 4 



rediTguìto (inora d'errore o male interpretalo. E^lì die* 
tlie i Feraiani adoravano Venere col nome di MUra. 
Uoasig. della Torre, lUoit. vtì. Antìi, par. Il, cap. a, 
éopo aver annoverate le varie opinioni poco snMJatentì 
^'filologi, per dar conto di qnesto nome, coDciude «he 
Erodoto ha preio un efpliTOCO, ed ha confuto il Sole 
eoa Yenere- Pure niente di pia veriEimile che 1- epitela 
Mitra , neir originale Uihr , cbe significa anumUf «i^ 
tuto dato proprìuimamente alla dea dell' amore, caia> 
ri è dato ancora al Sole per denotare la bencfice|lia 
della «la axione ini sottro ^lobo. 
(1) Tbemist, Orai. %%., in Pan:, p. 23Ì, ed. Har4 



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permeglio dire, ad Oro, secondo il culto eg& 
nftDO , penso che ' a' appartenga : poiché molti 
son gli argomenti che mei pervadono. La teati- 
monianzA di Luttazio Scoliaste della Tebaide (i) 
che descrive Mitra leonis vuUu, è di molto 
peso. À questo s* aggiungono Porfirio (3) , che 
asserisce essere simbolo il leone de* misierj mi- 
trìaci } San Girolamo (5) , che mentova nello 
speco di Mitra i simulacri mostruoù ; le lapidi 
che &n menzione de' Leontici (4) > nome sin- 
golare di alcune cerimonie di quel dio persiano : 
finalmente Tessere sute scoperte delle figure si- 
mili alla nostra in un antro , eh' era la dimora 
appunto e il santnaiìo dì quesu barbarica religio- 
ne (5)> L' obbiezione che potrebbe bascere dalla 
diversità del simulacro dalle piii comuni rap- 
presentanze di Mitra, l'abbiam già prevenuu, 
quando ai è premesso che i simulacri -di Mitra 
eran di due ragioni > onde v' ha luogo di cre- 
dere il presente uno di que* pili reconditi ohe 
melavanu agi' iniziati da* maestri di que* sangui- 
nosi mister). 

Cib presuj^osto, non è difficile seguir tutti i 



- (>] LntUE.> ad Stat. Theh., l, in fine. 
(a).Porphir., de ahsi., IV, 16. 

(3) S. Girolamo in ep. ad Làetamt Gracchum cum 
praefectiiram gereret urhanam , nonne specum Mithrae * 
91 omnia portentosa simulacri suivertù ? 

(4) Grnteroj pkg'. 3o3 e 1087. 

(5) Honifancon, Diar. lud., pag. l^■, Eaffei, Otsen. 

«e, uv. m e rv. 



,y Google 



i5r 
sìmliolì de) simulacro , ravvisandoli come solan 
e nutriacì. L' attributo che sogliono aver costaav 
temeote siffatte immagini quando sono intere, è 
uoa chiave : questa potrebbe convenire od Osì' 
rìde nel supposto solo che il Tao egiùo fosse 
ancora una cbiave ; supposto di «ni si è dimo- 
strata r insussistenza : cooviene bensì la chiave a 
Mitra, ne' cui mislerj cì rammenta Celso (i) le 
sette porte per le quali passavan le anime de' 
moruli. La testa di leone è simbolo del vigore 
del sole , cbe pih si manifesta in' quel segno ; 
il serpe cbe l'avvolge allude all'anno cbe sai* 
l' eclittica va serpeggiando , e così avvolto ad 
una figura alata si vede in piii bassirilievi dt 
Mitra (3). Le ali mostrano U rapidità dell'ap- 
parente giro solare, e son.forse di corvo o dì 
grifo , animali consecrati nelle mitrìacbe super- 
stizioni (3) : il globo sottoposto a* piedi denota 
la signoria del mondo , ed è anche questo nelle 
gemme allusive a quel nume sovente rappresen- 
tato. I segni dello zodiaco solsliziaU mostrano i 
termini del suo corso , e gli equinoziali erano > 
secondo Porfirio (4)» riputati propriamente il 
soggiorno di Mitra. 

Una più euesa interpretazione dì tutti gli ac- 

(i) Celso presso Origene, cantra Cets., 1. VI, p, ago, 
Hjde, op. cit-, pag. 101 e Mg> 
(a) Beger., Spicilegi, pag. 99. 
(i) A. Torre, Monum. vet. Antiì, pan. II. ' 
(4) Porfirio, de aittfo /ij-mpharum, p- 365. ' 



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i5a 

oeDnatì attrìboit pub vedersi presso il eh. abaie 
Raffci (t)> die li rìporu al Sole e ad Osiridei 
•Ila coi interpretaàone dì questo ùmulacro mi- 
trìaeo può adaturai ciocchi disse monsigoor della 
Torre di Guierio riguardo alle supersdaioni del 
medesimo nume (a). 

Lo sàie di questa scultura -è miseraliìle* • 
•petta al terzo secolo dell' impero » quando la 
snperstiaone e il despolismo area sparso uegU 
animi un avrilimeuto che passò sino alla fauiasia 
degli artefici j e quando sembrò che le arti 
greche che aréaoo abbellito l' occidente , non 
BopraTTÌTesscro al discredito delle greche fÀTote 

Osservazioni dcW autore pubblicate 
nel tomo VII delt edizione di Roma. 

n Big. Zoega ne' bassìrìKevi dì Roma* tar- Sg, 
pretende ohe queste misteriose immagini con 
lesta leonina non rappresentino lo stesso Mitra , 
il quale, come Sole, può essere il sìmbolo del 
tempo dell'anno e del secolo; ma il nume Eone 
o Secolo , diverso da Mitra e diverso da Crono 
che è il tempo. Appoggia questa sua congettura 
m molla e scelta erudizione , e crede che lo 



(0 Rafiei, I. e. 

(a] Egrvgiam usdem operam tumavU Guthcrius , cui tao- 
fan aliguid de laude dematy iftutd »d tacra hiéis et 
Osiridù pertinere voluerit. A Tom, op. ciu, pan. II, 



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i55 
Scolùite (li Stazio , che lia dato a Mitra le sem- 
bianze leooioe e che foiioa la ■ miglior prova 
dctU «pìegazioDe da nw proposta , abbia presa 
■equivoco. 

TAVOLAXX. 

GiDHOHB*. 

QaesUt e le t^|;aenti uatue rappresenUBli di- 
tìdìUi del paganesinio , non etsendosi potute ne' 
propr) luoghi inserire o perchè da' posteriori 
acavi restituite alla luce» o perchè nuovamente 
acqnisute dalla sovrana munificenza , st riporuno 
qtii come io appeodice> Il numero di questa 
doviziosissima collezione crescendo di giorno in 
giorno , à troveremo forse obbUgad in appresso 
anche a nuove giunte , non discare al lettore , 
che potrà veder tutto 1* ordine risubilito in un 
indice storico e mitologico da soggiungersi in 
fio dell'opera. 

La bella scultura che presentiamo, 6 nel pan- 
neggiameato presso a poco una copia enàca della 
superba statua di Giunone * riportata nel primo 
volume (i). Lo sarebbe forse ancor nella testa; 
ma quella che le è stata inseriu> spetuva ad una 
copia antica della Venere di Prassitele (a). Il 



* Alta palmi nove e tre quarti i tensa il plinto naT« 
e un quarto. 
(I) Tomo I, tav. U. 
(a) Vedasi il nostro primo tomo, tav- X 



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.54 

fregio del diadema cbe le è stato Aggiunto, U fk 
men disconvenire ad una Giuaooe. Quantunque 
non ripugnerebbe i) deoominarlt una Tenere 
rappresentaU vestita , secondo 1' uso piii antico. 
Adornava questo simulacro le terme d*OlrìcoH(t): 



(i) Le fabbriche dì quetta colonia, cbe non era delle 
pib diitintc, mostrano nelle lor rnioe più mapiificenui 
di qnella che possano ostentare molte delle moderne 
cittk assai più considerabili. Parecchie di queste colle 
lor piarne e spaccati, sono state comnnicate al pubblico 
nell'elegante foglio periodico intitolato: Noiixie delTatt' 
tkhìtà e delia heUe arti diRoma. Inserisco io qui l'iscri- 
zione alquanto mutilata che leggevasì all' ingresso di 
queste terme : 
IMP ■ CAESAA ■ DIVI ■ UADB.UNI ■ FlL ■ DITI - 
TRAI AHI ■ PAKTHICT ■ HEP • DIVI • Nwv« 
PRONEPOS ■ T ■ AELIVS ■ HADRIANVS ■ AM- 
TONIKVS • AVG ■ PIVS ■ PONTIF • MAX • - 
TRIB ■ POTES - ■ • 
THERMASIN-QVARVM • EXSTRVCTIOSEM - 
DIVOS ■ PATER ■ SWS ■ HS ■ IXXl f) POL- 
LlCtVuf faerat 
ADIECTA ■ PECVNIA • QVANTA - AMPLIVS - 
DESIDERABATVR • ITEM ■ HARMORIBVS - 
AD - OHNEM ■ Omatum 

(*} ( vicies centena milUa ) 

Se si confronu quesU itcritìone con un' altra dal me- 
desimo Antonino Pio posta a Poisuolo, e pubblicau dal 
Martorelli, T^A. Cai, )ib. II, p. 5Sa, e poi dal cb. ab. 
MorcelU, de stilo inscript,, lib. I, part. i, e. 4, apparirà 
per una chiara analogia che l'opui promìssum di questa 
ultima i lo stesso che opta guo4 gitis Jiiefai paUUitus , 



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i55 
è coodotto con buona pratica*, e coDserva assai 
beae le idèe priocipaK dell' orìgìoate , quaotuD- 
que non lo simigli nella finitezza , e in alcune 
parti ne ria diverso. 

Questo ' costnme di ripetere le opere insigni, 
invece di ordinarne d' invenàone agli artefici 
mediocri^ era favorertriisrìmo alle belle arti, e 
conservava il buon gusto generale , assuefacendo 
lo sguardo a dqq vedere sennonché il buono. 



contro il sentimento di qnel dotto filologo. Eccola, per- 
chè *e. ne icorga la timigliaaEs: 

IHP ■ CAESAA • DIVI - HADRUKI ■ FIL 
DIVI • TRAIA9I ■ PAKTHICI • MEPOS 

DIVI • KE&VAE • PRONEPOS 
T • AELIVS ■ HADRIASVS ■ AMTONIKVS 

AVO - PIVS • PONT ■ MAX 
TRB ■ POT - H ■ COS • H ■ DE8IGNAT • III • P • P 
OPVS • PILARVM ■ VI • MARIS ■ COHLAPSVM 
A ■ DIVO • PATRE ■ SVO ■ PROMISSVH 
RESTITVIT 

La ragioae per cui si vuole intendere PROHISSVH per 
PORREGTVH, prolungato, è questa: che uon poteva 
Antonino restituire un' opera proniessa soltanto e non 
eseguita da Adriano. Ha la premessa era appunto di ri- 
stabilire il molo, ^\ìt prima dal mare . abbattuto , come 
se si leggesse RESXITVI PROMISSVM RESTITVIT. Si 
osservi cbe la nostra iscrizione Otrìcolana si serve d'uu 
termine pili proprio, qual h quello di poUìcori , giacchi 
le promesse fatte ad un pubblico dicea&si propriamente 
poUidtatUmes. 



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i5G 

OsserfatìOTte delV autore pubblicata 
nel tomo VII delt edinione di Monta. 

Dee osservarsi che la aimigliaoia del paaiieg- 
^o dì i]aesu statua con quello della Giunooe 
Sarbenaa ( tom. I , tav a ) oon è completa. Vi 
•i scorge solamente uoa certa analoga. 

TAVOLA XXI 

GlDROlTE LiiriITIHà* 

Questo nobile mcoumeato adomava l'atrio del 
palazzo Paganica , assai malcoDcio dtil' incnrìa 
di chi Io custodiva e dal tempo ; quando avea 
tratto a se gli sguardi di WiDckelmaun, il quale 
ÌD due luoghi de* suoi MoBumeotì inedia ne 
fece menzione. Non s* ingannò egli nel nome di 
Giunone , che stimò convenire alla dea rappre* 
aeiiiauvi , ma non gli venne &tlo <U riconoscere 
col confronto delle monete romane il proprio 
carattere soito cui veniva espressa. Lo sorpren- 
deva r abbigltameoto formalo da una pelle che 
egli credè di leone , la quale coprendo la testa 
del nume e allacciata sul suo peuo , scende in- 
U>rno alla vita a guisa d un giubbone oltra- 
montano , sino ad esser legau sui fianchi da 
una larga cintura (i)- Uomo^ com'egli en, pìh 

* Alta palpti dodici e once dieci; bcdu pliato dodici 
e ODce Ire. 

(■) Winckelmann , Monur ■%, i5. 



bo.i..vJ^),CoOglc 



■'7 
nelle greche anticlùik vepsato, che nelle romane, 
peosJ^ ad una Giuoone delta Pcióin;, Bilione 
o 'Paóvtit Bhinone, forse da uq cik>)0 che la 
vestiva , tueosioiiaia nell' Etimologico. Quando 
poi «fesse consideralo che ta pelle avea sulla 
tesu le corua d* uba capra , rotte heml , ma ab- 
haaunea evidenti, non avrehbe tardato a ravvi- 
•aria per la Giunone Sispila o Sospiia , cioi 
Mlvatrice de* Laouvioi , rappresentata su tante 
monete romane (i), e colla pelle appunto così 
<nnta e cosi adattata indosso , com' egli mera- 
vigliando osservava. Non ai esitò dunque nel 
rintracciare l' anone e gli ornamenti che dovean 
col rìsuuro supplirsi , essendo mancante di amhe 
le braccia e de' piedi; e se le restituirono lo 
acUdo, la lancia e t calzari ricurvi, atireni aensa 
de' quali, idice Tullio, che neasuno sr vappre- 
aentaVB Giunone Lantivint , neppar «ogoand* (a)^ 
Non si è fatto in ciò altro che eopiaf le me- 
daglie : e r indicazione deHa mossa -delle brac- 
cia così bene si prestava al (Kvìamo riMBuro, 
che non dubitiamo punto ohe ^ale oggi il si- 
uillacro à offre a* nostri Occhi , t«l* antica- 
mente ù venerasse. 



(i) Nelle monete della ftmiglia Gomiiìcia, della Pa- 
|ua , della Procilìa , della Roicia e della Tboria , e in 
quelle d'Antonino Pio. Ketle monete della Procilia ti 
JS& vedere nel Tesoro MoreUìano rapprcientaia tal filale 
il noitro monumento colla pelle coil allacciata e di' 
•poata. 

(a) Cicer., tU nat. Deor., I, 191 Cum peUe caprina ^ 
ewn haua, cum scutuh, cum calceoUs repanttis- 



bo.i..vJ^),CoOglc 



i58 

11 s«rpe aggiuntole a* piedi è stRlo tratto dagli 
stessi esein[^rì. Questo serpe era venerato in 
Lanuvio, e si dicea Minorare in on antro, dove 
scendeva ogni anno una fanciulla a porgergli 
del cibo ; cerimonia dalle monete cornane rap- 
presentata, e da* versi di Properzio elegante- 
ipeD,tje descritta (i)-. La pelle. della capra onde 
è am^ta Giunone , è quella , a mio credere , 
della capra Àmahea , ^pliu difesa de' ouinì , 
onde ì greci poed hanno armati Pallade e Giove. 
Virgilio attribuisce a Giunone le armi ed il. cai^ 
ro (3), dicendo di Cartagine, cÌuà a lei sacra : 

hic ìllius arma, 

Hic currus fiùij 

ed armau (5) sul carro ci olirono la Giunone 
LanoTÌna le monete romane. U cognome dì Si- 
spita può alludere egualmente alle armi che Ja 
dea impugna (4), come per difendere i popoli 
suoi divoti, che al serpe, simbolo della, salute* 
che le strìscia al piede. . 

Lo stile dì questa, statua è stile .d' imitauone. 
Si è voluta rìtenere V idea dell' antica, sutpa lia* 
nuvina , vestendola però di greca eleganza. La 



(1) Io quelle della famiglia Papia. Properz., IV, 16. 
(a) Virgil. , jien., 1, v. 10. 

(3) Quelle della Piocilia. 

(4) Popoli bellicosi armavano le lor deità. Cosi anche 
i Sabioi veneravano la Giunone Curiti, cbe voleva dire 
Giunone astau. Cato., Orìg-, Servio aiVEneùie, I- e, ci 



r,o,:,7i.dDyGoOglc 



disposmone ddla pelle (■) e della tonaca. Taf- 
feitazioDe delle pieghe, ci rappresenuno quello 
aule aolico che tuscanìoo propriamente ai do-. 
mÌDava. La dolcezza de' lìneatpenti del volto , 
la morbidezza dell' esecliuone, ci mostrano un 
tempo ÌD cui le arti aveano già acquiauta tutta. 
la raag^or eleganza e tutu la graùa. Sopo staio 
alquanto dubbioso , se attribuirlo agli ultimi 
tempi della romana repubblica , ne' quali de' per- 
aonag^ ch'ebber Lanuvio per patria, occuparono 
i |inmi posti della capitale (3), onde poterono 
dedicare in questa città de' simulacri della mu- 
nicipale lor dea , la quale inoltre esìgeva ancbe 
nelle cerimonie romane una particolare venera- 
zione (3) : o se abbassarne 1' epoca sino a' tempi 
d'Antonino Pio, che nato io Lenuvio (4) 1. e 
paragonato per la sua religione a Nnma , .avrà. 



ha conservalo nn pezio di preghiera, tratto dalle cerì- 
moDÌe Tibnrtine. Io quello li prega Giunone Cariti , 
coli: Curro, clfpetxjua tuere meos curiae vemulas sane. 

(1) Il bel patelle o ara tonda del Maieo CapittJino, 
ove sono effigiate dodici deità^ presenta aa Ercole colla 
pelle del leone disposta nella stessa gnisa , solamente 
non i ciau, Museo Capa., tom. IV, tav. XXII. D eh. 
■ig. ah. Lanzi, oaservaDdo il marmo greco di qnel mo- 
Domento, ha concluso che tnscanico k di Itile, non 
peri» etrusco di lavoro. 

(a) Marena , console dopo Cicerone e da lui difeso , 
era di Lanario. Cic.,.pro Huraena, 4i- 

(1) limoni SotpUeu omnes Consules facert necesse esc. 
Cleti., 1. e. 

Ci) Capitolino in T. Antonino Pio. 



,y Google 



i6o, 

ODOrato parti coUrmente la paterna deit^ In fallì 
le aue tnooete ci oiostrano impressa la Giunone 
Sispila. Ma queste appunto mi fan preferire la- 
prima opinione, poiché' la deità di que'conj ha 
bensì tutti esatumente gli attributi delle sue piii 
antiche immagini, ma io una maniera pih H- 
sìnvoliat e disposti eoo miglior gusto (■)■ Sari 



(i) A' tempi di Antonino Pio può riferirti la «taUts 
Capitolina, nella cui base è scritto: IVSO LANTMVINA ■• 
la pelle di capra che le attraversa le «palle , Fu paMÌt« 
«enea osaeirarai dall' espoiìtore di qoel.Haaeo, Museo 
Copùal, tom. Ili, tav. 5. Dee rivendicarsi per6 a Teseo 
la pretesa testa giovanile con pelle di toro inccpo, presa 
per pelle dì capra, ed atiribuila dal lìg. abate Bracci 
a Ciunone Lanavina, Commenl. de antùf. s£alpt., tav. {8. 
Comiderata nella impressione di ztAfo quella testa ba 
forma e eapellì maschili, ha ancora un poco di lanagiae 
Ticino all'orecchio : di pia le coma sulla pelle sembrano 
quelle d'nn torello. Stosch, che lo avea creduto Teseo 
eolle spoglie del toro Maratonio, non mal (i è apposto; 
poUebber essere ancor quelle del Minotauro, che nella 
pittura d'Ercolano è dipinto con testa di vitello, ed ia 
un vaso etrusco presso Winckelmann ha bovine ancor 
le sampe davanti. La belleua di quel proBlo conviene 
« Teseo, che fu preso in Atene da coloro die edifica- 
vano il t«rapio d' Apollo Delfinio , per una fanciulla 
( Pansan., I, iq }, e in quell'età appunto in cui ab- 
battè il Minotauro, e innamori) ambedue le figlie di 
Minosse. Se la medaglia di Teseo battuta in Nicea varia 
nelle fatte!» , ciò avviane per la differente età nella 
quale è effigiato. Peraltro non dirò mai che in quella 
medaglia non sì rappresenti Teseo, ma bensì Ercole, 
come fa il medesimo Bracci , arrecando 1' esempio delle 
medaglie co' nomi de' re e con wimagin! di divinitli. 



Do,i,7.dDyGoOglc 



i6i 
dunque pìaltosto laroro di ddo di qoe* tanti ar- 
tefici greci che scelsero sul Bne della repub- 
blica io Roma UD miglior teatro a' loro taleoli, 
Unto pili che i daoui cagionati poco prima ad 
Atene dalle anni <)< Siila avean, per cosi dire j 
^sturhate le lettere e le mni dal loro nido. 
L'aTrà eseguita per qualche personaggio nativo 
di qnel municipio : poiché non mi sembra fa- 
cile che abbia potuto il simulacro appartenere 
al tempio di Giunone Sispìta sul Palatino* sul 
qual coHe possedeva degli orti la làmiglia Pa- 
gintca: non mi aetnbra facile, ho deno, giac- 
ché a' tempi d' Ovidio non rìmanea dì quel tem- 
pio vei-un festigio (i). U simulacro, quasi co- 
lossale , é lavorato in piii pezzi di fluissimo 
marmo greco. 



Ciò non potea cadere in peniiero, Monon ■ chi non i 
al caso d' intendere la difTerenta di signiiìcato cke porta 
l' emigrate in accusatiro dì quella medaglia: 0H£EA. 
!<1K.A1EEI2: : Tketeum Nicaeenset ( honorant), e qùelift 
in genitivo: ANTIOXOT^ nTOAEMAIOT «e-, che 
additano soltanto il sovrano di cui è la moneta- 



ti) Ovid., Fast, II, V. 55: 
Principio mentis Pktygiae contermina mairi 

Sospùa delubris ^ciiùr aucta novis , 
Nunc uhi sunt, quaeris, ilUs sacrata kalendis 
Tempia Deae? longo procuhuei» itó. 

Museo Pio-Clem. Voi. II. 1 1 



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TAVOLA XXlì. 

M I B I fi T A * 

La statua di Pallade che presentiamo è iote- 
reasapie pel movimento e per 1' azione che ci 
espriijpe al vivo il carattere bellicoso e feroce 
della vergine gaerrìeFa, ed insieme reiimologìti 
del suo nome greco di Pallade , e del latino 
di Minerva. Se il secondo ha avuto l'orìgine dal 
fiiror ' militare } o dal minaccioso aspetto della 
dea (i), ninna immagine ci pub meglio rappre- 
sentare Minerva allorché impugna l'asU, colla 
quale rompe sdegnosa le intere ' squadre d'eroi : 
> T^ 3afivif0i tm^àc ày9póv 

^Ufióov otaÌ¥ te xotéaetrai èSp^toìtàrpij (2), 
£ se n prìmo le è suto imposto dal vibrare e 
dallo scuotere ( xa^w palleinj questa lancia 



* Alta palmi ulte scarsi -, senea plinto palmi sci e 
once otto. 

(1) PeitO; 'v. Minava, dice che Coroificio ne derivava 
il nome, tjuod foigatur , pingaiurgus mìniUiru armis. Ci. 
cerone, de naU Deor., Il, la vuol così delta, quod mi- 
nareiur. Forse la vera orìgine del nome Minerva o Me- 
Tterva, è nel greco vocabolo ^*wo{, animi ardor, ùnpetua 
animi concitati. 

(3) Omero , lliad. E, v. 746 : 

prese la picca 

Gravosa, grande e forte, colla quale 
D" uomini eroi doma le schiere, a cui 
Di^Mie padre la /glia ^ adira (Salvini). 



Do„,7cd.yCoOglc 



i65 
£aiale , nessun* altra starna ce V offre in tale 
azione appunto , scorrendo . come dice Omero , 
per gli ordini della baiuglìa (i): 

ava jtToXé^io ye<pvpag. 

La dea ha le sue solite insegne , l' elmo , lo 
scado argoltco(a), nel centro fumboì del qua- 
le è figurata, anzi ripetuta l'egida che ha sul 
petto. L'egida usala da Giove per iscudo sì vede 
ÌD una gemma presso WÌDckelmanD (3) , e di- 
^Ktsta a guisa d'ammanto si osserva nell' insigne 
cammeo della Santa Cappella di Parigi rappre- 
senunte l'apoteon di Augusto . (4)- 

£ da notarsi che rari sono i simulacri degli 
Dei io UD movimento straordinario. Né s'incon- 
tra usata questa espressione quasi in aliri sog- 
getti , fuorché nelle figure di Diaua cacciairice , 
di Minerva guerreggiante * e di Cupido che 



(i) In attiiudioe dì combattente è ancor rappretenUia 
Minerva nelle greche monete de' Mamertiai. Ha^an. , 
Bntttìa ffamitmat., lav. XLIV. 

(a) Che lo scudo di qaeita forma sì diceue icndo h.r- 
golico 1' abbiam dimostrato nel toiào I , t» IX > not. [3}. 
FoTM lo icudo di Pallade ai figura dì quella specie , 
perche le armature lavorale in Argo erano le pili in 
pregio :' OxXa 9' àv' Apyeo(. D'Argo i guerrierì ar* 
mesti dice Pindaro citato da Ateneo, I, aa. Da nn' ode 
Pitica in lode di Gerone si dicon tratte queste parole , 
che per altro in nesanna delle tre compoite per quel 
•ovraao ne' Pitionici al presente *Ì trovano. 

(3) Mmuim. intatti, n. g. 

(4) Montfancsn,-tom. V, part- I^ pi- is;. 



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i64 

scocca il dardo. M'era caduto io pensiero se 
questi simulacri d* una guerriera tanto espressivi 
non s'avessero piuttosto ad attribuire ad Enjroi 
'Evvo , dea della guerra * aou la Furia stessa 
che presiede alla strage : ma l' auiìbulo dell' e* 
gida lu' ha fallo abbandonare tal congettura, 
tanto più che )' attitudine minacciosa , all' idea 
che avevano di Minerva i gentili e ai nomi che 
le dierono così ben corrisponde. 

La statua, di scalpello infelice, non ci con- 
serva che il bel movimento dell' originale. 

TAVOLA XXIII. 

Venere tikcithicb *. 

' Dagli scavi d' Otricoli vidde la luce ancor 
quesu graziosa figura, cosi però mal concia, che 
difficilmente facea. congetturare ti soggeuo. Due 
osservazìooi mi persuadevano a crederla una Ve- 
nere colle armi , quale ha talvolta nelle meda- 
glie imperiali il titolo di vincitrice (i). La prima 
era che la presente sutua aveva la tunica dal 
petto con lasciva negligenza cadente , foggia usata 
dagli antichi bene spesso nelle figure di Venere 



* AlW palmi sette per l' altezza senxa il plinto.^ col 
plinto palmi sette e once tre e mezza. 

(i) Nelle medaglie di Giulia Pia è imitolau Venut 
victrix , in quelle di Giulio Cesare In in mano la Vii- 
torio. T«»or. Merel., Gans luUa, wy. II. 



DowcdDyGoOgIC 



i65 
Tesbu, e partÌGolarmente io quella della Tenere 
TÌDcitrice colle armi, al rovescio delle monete 
dì Giulio Cesare (i). La seconda riguardava quel 
frammeDto di pilastro o di colonuetta, su cut 
Ora tiea posato un elmo, e che suole accompa- 
gnare parecchie di siffatte immagini di Venere 
e nelle gemme « e nelle medaglie, non ad altro 
efTetto, che a sostenere alcub pezzo d'armatura 
di quelli che Venere ostenta (a). Fu dunque 



(i) Sicconie nel muoversi facilmente la tunica potea 
cader ^gli omeri , si usava nel vestiario delle greche 
donne il peplo propriamente detto, o V àft^ej^^óviov, 
amìculam, che serviva per coprire i) petto, e sovente 
avea mezze maniche, le quali ai slringevan con fibbie. 
Maseo il grammatico, negli amori di Ero e Leandro, 
allude al cader dalle spalle che facca la tunica, quando 
ci descrive &ò che parlando con Leandro si trovava 
imbaraziala , V. i6a : 

aì^Oftéft! 9è 

Ilo?^óxti àfKp òfioiotf iÒv ^vpé^pYS jf^irSpa. 

e vergognata 

Hichùimai-n sugli omeri la veste. 
(3) L'uso di posar le armi presso le colonne o su di 
«ste, ci è noto in parte da Omero, Odistea A, 127, e 
io parte ancora dall' epigramma posto d> Pirro svUe 
anni de* Macedoni nel tempio di Giove Dodonco, Pau- 
san., I, i3. Ma siffatti^ pilastrini ove situavano gli elmi 
e gli altri arnesi, ci son mostrati da' monumenti. Veg- 
gasi la Venere vincitrice presso Leonardo Agostini , 
Gemme, tomo II, fig. 46, e quelia ancora delle meda- 
glie di Giulia Pia. Nessuno antico perÀ ci comprova 
tanto bene quest'uso, quanto il grafito intorno della ci* 



r,oi:,7.dDyGoOglc 



risuurau su questa idea, e le fu aggianta la 
palma allusiva al sno epìieio di viocilrìce che 
io pili monumenti si scorge. 

Se la fàvola di Virgilio, il quale introduce 
Tenere che reca ad Enea suo figlio le armi > 
opera di Vulcano , noD fosse di sua inveozioDe, 
ma come parecchie altre del suo poema avesse 
preesislito all' Eneide , sarebbe da credersi che 
questa favola si fosse voluta volgere in un com- 
plimealo a Giulio Cesare stesso, che discendente 
da Venere e vincitore, sì paragonasse ad un 
nuovo Enea, donato daUa madre delle armi ce- 
lesti. Ma è troppo chiara in quell'episodio Vir> 
giliano la imiiazioue d'Omero, per credere an- 
teriore tal favola al latino poeta. Sembra piuttosto 
che gIjOriandosi la famiglia Giulia di questa orì- 
gine, origine anche io certo modo di tatto il 
nome romano, non abbia voluto rappresentar 
Venere come la dea della mollezza « ma in una 
guisa che convenisse ad una madre di Roma e 
d'eroi. Siccome dunque non mancavano già nella 
Grecia antichi simulacri di Venere colle armi ^ 
questi liirono scelti per adombrare la Tenere 
annoverata fragli autori del nome romano. Ce- 
aare stesso che nella pugna Fargalica avea data 
Venere per seguale , non dcTvea in altra maniera 



sta mistica da me rammenlata gib nel I tomo, lXLIU, 
nota (i), pag. 345, ove l'armamentario dì Cisico, in cai 
TeggoDti ricevuti gli Argonauti , i fornito di tai pilastrì- 
> con qualche arneM guerriero covrappoftovi* 



Do„,7cd,,CoOglc 



167 

farla rappresentare > seoDOQ come una dea viuo- 
riosa. Io fatti Yeaere armata era U suo sigillo (i). 
A qaesto aUode Properzio in qael verso : 

yexit et ipsa suts Caesaris arma yenus (a); 

e a questo si riferìscooo tutte le rotnaDe imma- 
gÌDÌ di Tenere colle armi. Non sod però queste 
^ammai equivoclie co' simulacri di Pallade. Ve- 
nere tratta le anni , ma o per adoroame un tro* 
feo come TÌocitrice, o per riporle in tempo di 
pace, allorché accarezzando Marte, sospende il 
furor della guerra e fa si che 

fera moenera mìlitiai 

Per maria ac terras omneis sopita {fidescant (5). 

La colonia Ocriculana avrà venerato in questo 
simidacro l' origine di Roma e degli Augusti : 
seppure le coDgetture che Io fanno attribuire à 
Venere non falliscono. 

Quantunque la figura sia composta con certa 
eleganza che la dimostra proveniente dal buono, 
i poi trattata con molu u-ascuratezza. La novità 
dell* ioveozìone e del soggetto, è quella che le 
dà qualche pregio e non la fa disconveoire ad 
una gran collezione. 



(0 Dione, lib. XLIV, pag. a55, ed. Wecheliana. 

(a) Properzio, fV, 1, 46. 

(5) Lacresio, de R. N., lib. I, v. 3o e 3i. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



i68 

TAVOLA XXIV. 

La Mdsa Clio *. 

Che le scene degli autichì teatri fossero or- 
nate di statue è noto a cbiunqne legge i clas- 
sici. Plinio ci rammenta tre mila sutue che ab> 
belliraoo la scena di Soauro , tutte irasportateTÌ 
a bella posu per decorare quel giorDaliero tea- 
tro (i). Fatti poi i teatri stabili I si fregiarono 
ant^e questi di simulacri, e quello di Pompeo 
n* era oltre modo liceo e fornito. Le colonie 
romane che volevano , secondo le ior forze , e- 
, inalare la capitale , non mancarono anch' esse 
d' arricchire dì simulacri le loro scene. Questo 
ed il seguente facevan la Ior comparsa su quella 
d' Otricoli. Mancavano di testa , dì mani e di 
piedi , eh' erano riportati ancora in antico , per- 
ché forse eseguili da' migliori maestri. Questo 
ripiego medesimo abbiam veduto essere stato 
usato nelle muse della villa Cassia , collezione 
preuosa che abbìam descritta nel primo volume: 
questo medesimo possiamo osservare in tanti al- 
tri simulacri che adornano i pubblici e privati 
musei romani (3). 



* Alta palmi nove e un quarto; senui il plinto palmi 
otto e tre quarti. 

(0 Plin., B. N., 1. XXXYI, e. i5. 

(a) Nella nostra collezione la Giunone lallanle, t. I, 
tav. Ili, e l'Ercole con Telefo, sopra tav. IX, han la 
teiu assai migliore del rimaneote, quantunque non mai 



,y Google 



,69- 
Sutae femmioilì e leairati si è oredmo dtj- 
verle risarcire per lUDse. Esse eran le dee pre- 
sidi del teatro e di quelle arti che nel teatro 
facevaD pompa. Le loro statue colossali adoroa- 
vaoo il teatro di Pompeo , come abbiamo altrove 
accennato e come or ora vedremo ( ■ ) ; aou fia 
veranglia ehe anche nella scena Ocricolana le 
loro ìmma^ni si ammirassero (a). Il (eaifO era 
un silo, ove ognuna di loro avea qualche di' 
ritto. Clio, pter gK argomenli ohe presenta la sto- 
na a' poeti tragici (5). Euterpe , pel flebii suono 
de' flauti, onde licconipagaare I* espressione e i 
gemili della tragedia. Talia e Melpomene sbn 
le maestre della comica e della tragica azione. 
Tersicore ed Eraio dirigevano i teatrali certami 
de* poeti e de* citaredi. Folìnoia, la musa de* 
paotomiiui , T* avea gran dominio , . dacbè l' arte 



separata dal torso. Lo slesso puJ> dirsi d' una Venere 
rannicchiata nel piccolo Farnese, che mediocre nel carpo 
ha nna testa d' espresiioBe mirahile. 

(0 Vedasi Ìl primo tomo, Uv. XXIV., pag. iS8, e 
qai appresso la tav. XXVI. 

{a} Aristide allude forse alle statue delle muse solite 
a vedersi ne' teatri, quando dice che ti Coro d'apollo, 
di Diana e delie Muse, sta sempre osservando sui teatro 
i proprj minislrì. Qye nh> 'AjTÓJUoyof , «ai 'Aptl- 
fudoft «tu MvtTpv j);o/>ò( ovuoTS diaÀeutei Jov( wcij- 
peràu: iv toÌq ^eàxpoti; «aòopSy. Encomio di Roma- 

(3) Non mancano esempli di tragedie greche e latin' 
tratte dalla itoria non favolosa. Tali sono ì Persi d' E- 
ichilo e l'Ottavia di Seneca. Tal era il Cretfonte d*£u- 
iipide> 



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»70 

di Pilade ' e di Ballilo area dispensato la Trage- 
dia e la Commedia dalla favella. Urania etessa ; 
rivelando i secreù delle saeoze, sommÌDisirava 
i miracoli pel iratteDÌmeoto del pop<rio ai Tau- 
natopei (i). Calliope, co* molti e varj caratieii 
che fornisce alla scena drammaticft il solo O- 
inero ne' dne poemi , poteva dirn la maestra ifi 
Melpomene e di Talia. 

TAVOLA XXV. 

EVTEBPB *. 

Anche a questa statua, trovau come 1* ante- 
cedente nelle ruine del teatro d'Otiicoli , si son 
dati nel ristauro ì «mboli e l'espressione d'una 
musa. La tibia che le si è agg;iuota la determina 
per Euterpe, a cui era propriamente consecraia 
la musica. La sua relazione al teatro è per ciò 
appunto assai manifesta a chiunque abbia idea 
degli antichi scenici divertimenti. A quel che 



(■) Questo genere di ciarlatani fn tanto Ìd voga, che 
giunse alcun di loro a meritar delle atatne. Facevan 
talvolta delle meravìglie che farebbero ipecie anche ■ 
noi. Leggiamo in Ateneo che uno di queiti sapeva far 
accendere ti fnoco da se stesso : meraviglia ripetuta ai 
giorni nostri per meuo d' un fosforo preparato dalla 
nostra chimica , le cui operationi si vogliono ignote agli 
antichi. Ateneo, Deipnoaopk., 1. I, e. i6 e >7- ' 

* Alta palmi nove e once due; senta il plinto palmi 
Olio e once cinque. 



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171 
sì h detto stilla conveDÌenES de' simulacri delle 
mose a' teatri , si può aggiungere la testimo- 
manu di Marziano Capelli , secondo il quale 
iralle immagini che adomavan la scena ^ tenevano 
distinto luogo le siatne dorate delle imise, che 
esse , e non altre , sodo , secondo me > quelle 
eli* egli descrive : 
T^trginis harmoniae quamplures auro adslmiìatae {i). 

La scultura di queste stalpe « quantunque assai 
mediocre , dimostra chiaramente che son copiate 
da buoni lavori. Il gusto del panneggialo e 
la disposizione delle pieghe assai vaga ed idea- 
le , ma senza afieuasione , danno a divedere che 
noD è suto capace d' invenUrla chi V ha cosi 
hassameote eseguite. Pure questi simulacri ve- 
dati iu certa distanza appagaqo 1* occhio , e non 
bao nulla di quella goffa^oe o di quella carì- 
caiura che deformano le produzioni di secondo 
ordine di pressoché tuui i moderai scalpelli. 

TAVOLA XXVI. 

MEI.POHEHB^ 

Questo ùmulacro colossale trasportato dal cor- 
tile della cancelleria apostolica alla celebrità del 



(ij Marziano GapelU, tfuptìae PhÌìolopas,\. IX. 
* AJta palmi diciotto e once tre; «eata il pliato pal- 
mi diciaHetle e mezso. 



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'73 _ _ • 

Museo Fio , è il primo nella gran rotoncla pec 
la grandezza , per l'eleganza e per la silnazioae , 
ad invitare lo sguardo e 1* attenzione de* curiosi. 
Rappresenuva sicuramente una musa, come Io 
•ccenna l' abito teatrale , simile a qusUo della 
Melpomene del sarcofago Capitolino , e a quello 
della Urania d' ugual grandezza nel posterior 
portico Farnesiano. Quantunque memoria non 
rimanga del suo ritrovamento, il sito ed il sog- 
getto possono &r credere che adomassero am- 
bedue le statue con altre simili il vicino teatro 
di Pompeo. È suta la nostra risiaurala per Mel- 
pomene , dandole una maschera Erculea , per 
essere appunto vestita <$ome 1' Ejrcole Protago- 
nista neir erudito marmo della villa PaofiU (i), 
il qual marmo finisce di provare che 1* abito 
della nostra musa è veramente 1* abito tragico , 
e quella honesta patta, di cui Esobilo fu l'in> 
ventore (3) , appellata per lo pib trroA^ , stole , 
da' Greci (3). I^a nostra Melpomene, ha inoltre 



(i) Winckelmano , Monum. inedili, n. i8g. 

(a) tìorat. ad Piwnei , seu artis poéticae , v- 1^8. 

(i] Il senator Buoaarroti lia pubblicato nn bastorilie- 
vino di marmo colorilo sulla scultura, appartenente gi^ 
a! Mns^o Carpegna, ora al Vaticano, nel quale crede 
rappresenuto M. Antonio in abito Bacchico, come leg- 
giamo in Dione, lib. L, ed in altri. Il Bellori lo ha 
ripetuto colla medesima interpretazione, Pkt. ant. cryrpt. 
Som. , tav. XV. Avendo osservato diligenteinenie 1' ori- 
ginale , mi sembra poter mettere in dubbio la supposta 
effigie di M. Antonio, per euer la 6sonomia della figura 



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.,5 
ona sopravveste ( è^i^X^fta , epihhma ) , ehe ri- 
presa cou bel capriccio dalla cintura medesima 



«colpitaci joolta dtverift da' noti e coiunni ritraili di 
queir nomo stravagante , e siniiglìandolo soltanto nella 
grossezza del collo, troppo leggero segnale per ravvisare 
un ritratto. L'abito di quella figura è aimilissinio a qiiet 
della nostra statua, e perciò teatrale; ha la stola a lun- 
ghe maniche, ha la gran cìnta, e dippih ha ■ coturni 
ricamati e fomiti d'altissima suola, quali vediamo negli 
attori tragici che da Luciano, th saltattone, si dicono: 
'Efir^órai^ i'^tiXoìi; ivovoéfisfoi , sollevati da altiàsinU 
borzacthiai, ( Vedasi il tomo I, tav. XIX, p. i54 )■ NÀ 
vale in contrario il produrre de'passì, ne'qnali Bacco li de- 
scrive coi colorai. Non son quelli perciò) Ì coturni tra- 
gici {/^Xoi , aiti. La voce greca MÓSropvot; , coturno , 
i generica, e vuol dire que' calzari che possono cattarsi 
indifferenlemente sì all'un piede che all'altro (Polluce, 
Onomatl,, VII, 90 ) , né si servono ì Oreci dì questa 
voce semplicemente per denotare gli elevati calzari dei 
tragici attori, lo lo crederei un attore di tragedia coro-* 
nato in qualche certame teatrale. La corona d' edera è' 
propria à' un tragico , per esser corona Bacchica , come 
altrove si i dimostrato ( lom- I, tav. cìt. }; dippiìi snn- 
bra che l'edere sien dette da Orazio victrìces (I, ep. llf, 
V. a5) appunto per esser la propria corona de'vincitori 
in siiTauì agouL La nebride è annoverala fralle parti 
del vestiario tragico dallo stesso Polluce (FV, ixa), giac- 
ché i tragici certami appunto nelle feste di Bacco solean 
sommeiievii. Lo scettro che ha in mano appartiene al 
medesimo apparato ( Polluce, luogo ciuto, e il uostro 
tomoprimo, t.XXVI, p. 171). 11 velo appeso iWparape-- 
latina ,. o la gran portiera descrìtta nella scena tragica 
da Polluce, IV, 137. Il fanciullo colle tibie anche atU' 
musica drammatica può riferirsi , come a' pantomimi la 
danzatrice che gli è vicina, seppure non i la Vittoria. 



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174 

della tonaca, forma diversi leni e belle cadute 

di paDDeggiamento visu ìd pro6lo. Si è voluto 



Finalmente comparisce io nn lato ona siaiaetla mao- 
cante di tutte le parti laperiori, posata lu d' nna base. 
Questa che il Buonarroti etpone per l'immagine dì Cleo* 
patra o à' Iside, se ben li osserva è aa simulacro trì- 
plice , similìssimo alla Diana triforme del Homo Capito- 
lino, vedendosi chiaramente almen quattro piedi sotto 
quegli abili femminili. Ora il simulacro d'Ecate triforme 
conviene assai alla scena , nella quale si sa che per 
esprìmere la contrada si collocava da una parte nn' ara 
chiamata 1' ^gieo , 'KVVISVQ , per rappresentar quelle 
che sitnavansì ne' capì strade alle deità Agìee o viali. 
Ora la dea che particolarmente ai irivìi e a' capi strade 
presiedeva era Diana triforme, dunque non è meraviglia 
che fralle stalnetle che adomavano l'iposcenìo e episce- 
oio presso l'ara viale, fossevi anche la deità viale. Onde 
quel triplice simulacro , siccome estenua la congettura 
del Buonarroti, cosi conferma la mia. Dì tali are Agiee 
era notabile la figura. Ha osservato il Caylns ( Recueil , 
tom. I, pi. 19 e ao ) che alcune colonnette che han 
quasi la forma d'un cono troncato, e terminano verso 
l'imo scapo in una mezza gola, adoperate spesso nei 
nostri Musei per piedistalli di vati , di taue e simili , 
erano anticamente are. La descrizione che ci danno Esi- 
cbio ed Arpocrazione delle are viali, e della particolar- 
mente detta Agieo nel teatro fatta a imilazìonc dì quelle, 
ci dimostra che le are di tal forma erano appunto quelle 
che si dedicavano per le contrade alle deità Agiee , e 
forse avevano questa figura per non ìrobara»are le vìe 
e per occupar minor sito. Arp ocra e ione cosi descrive 
l'ara Agiea: K(òv èg ò£v X'^ov. Coloiina che àiminui- 
sce verso la sommila. Ed Esìchio : Bo^ò; è» crvnyia/Tk 
UÌO90(. Ara in forma di colonna. Ambedue confrontano 
eoììa figura delle are riportate dal Cavlus. 



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■75 
forse con ciò iodicare il tragico sirftia ohe scen- 
d«Ta eoa luogo strascico a render più maestosi 
gli attori. 

La scultura i£ questo colossal simulacro me- 
riu 1* aitenuone e gli elogi degl' iotelligeuli. È 
mirabile come una figura ai grande abbia po- 
tuto r artefice adornarla di quella gentilezza e 
di quella grazia , che nell' arte , come- nella na- 
tura , sembra fuggire da certe straordinarie di- 
meosioni , alle quali pili confassi la maestà. 
L'aria dei volto è cosi gemile ed ha un'espres- 
sione cosi avvenente , che ho dubitato se [óut- 
tosto che Melpomene non rappresentasse iu an- 
tico la musa de^i amori Erata Quello poi che 
è più notabile 1 una figura nell'azione e nell'a- 
bito assai semplice come questa , da qualunque 
parte si osservi , presenta all' occhio un contomo 
generale , o , per parlar cogli artisti , una sar 
goma j sommamente varia ed elegante ; laddove 
sono assai rare le moderne sctdture soffribili da 
più punti di vista. Questo pregio cosi essemjale 
aDa bellezza delle opere in ambe le arti , qual è 
la bella sagoma del tutto insieme della figura, 
sembra che fosse dagli antichi assai diligente- 
mente studiata e superiormente ottenuta ; laddove 
anche i moderni più accreditati maestri o ne 
sono ({nasi del tutto mmcanti , o restano a gran 
disuma indietro - paragonati agli antichi esem- 
plari anche mediocri. 



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1,6 

Osservazioni dell'autore pubblicate nel tomo P^J/ 
deW edizione di Homo. 

Questa sutua coloss^e k ora a Parigi, e l'ho 
spiegata di nuovo nel quarto tomo del Museo. 
Francese. Ho osservato che questa musa ha Va.~ 
hito teatrale: la sua sopravveste è la clamide 
citaredica, sostenuta sugli omeri da due 6bule 
o borchie , e rigettata iudieiro; la tuoica h 
cìnta da larga fascia , ' come Della Melpomene , 
nella Tersicore e nella Euterpe del bassorilievo 
o sarco&go già del Campidoglio ( vedasi il do- 
atro prioMi volume, tavole aggiunte B, n.** a )j 
che questa tunica estremameute ampia e lunga 
è ripresa dalla cintura , e che può credersi es- 
sere il sirma degli attori tragici } che Boalmente 
la mano sinistra aperta ed in atto di gestire fa 
credere essere stata rappresentala in questo mar* 
mo la musa tragica, piuttosto che le sue sorelle 
Euterpe u Tersicore , alle quali l' abito stesso è 
ugualmente attiibutto da' monumenti. 

TAVOLA XXVII. 



IH alteua colossale e tli nobile, artico è 
ancor la presente staltia , tolta come b prsce- 



Alta palmi quattordici e once due; senta il plinte 
palmi tredici e ud quarto* 



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177 
deoie dal cortile della cancellerìa. La semplicità' 
del disegno sentbra che ne formi il caratiers 
priocipale. Naturale n' è la situazione , poche e 
grandiose Uoee deiermìnaDO la fisoDOmia ; poca 
varìeiÀ è ne' partiti del panneggiamento , e qaeU 
ÌA sola che vi regna » nasce dalla diveruli de* 
contorni del nudo che n' è coperto : basta però 
> cOQtonur l'occhio ugualmente che la rifles- 
iione y la quale non lascia di diatioguervi la 
scelta e 1' ideale. Si può dire che questo marmo 
sia trattalo nella vera maniera in cui convien 
lavorare figure colossali, restandone ì diatorni 
tutù assai distinti ed osservabili ancor di lonta- 
Do 1 e nua ofirendo neppur dappresso puato di 
ròEzo o di Uascurato ; ma essendo quelle linee 
paraleHe ohe formano le pieghe del panneggia- 
TueAK) con tale inielligensa disposte e variate di 
spazj , che al tempo stesso che non cagionano 
veraoa confusione in qualche distansa , anzi fan- 
BO emergere le &rme principali del nudo ; da 
Ticino sembrano un' esatta imitazione della na- 
tura. In somma , se il precsdente fo mostra di 
maggior grazia e di maggiore eleganza , questo 
sembra esegnilo con maggior maestrìa. 

Questa figura femminile prìva delle braccia , 
vestiu d' una semplice tanica ulare stretta e al- 
quanto ripresa dalla cintura, né avente altra so- 
praweate che un peplo senza mtniebe che ìt 
copre il petto sino alla cintura medesima e che 
liegue tutto l'andamento della veste sottopostavi j 
priva ancora nel capo d' ogni omumento atraor? 
d^seo Pio'Clem- Voi. II. la 



boi,cd.yGoOglc 



178 

dinario* che simbolico potesse essere o earaue- 
rìsrìco } sembrava non dar neasUD lume né alfo 
scultore per cODveaieDtemeDte risarcirla, ni al- 
l' erudito per acconciamente denominarla. Pensai 
che qualche soccorso potea trarsi dall' abitadiae 
è dal carattere della figura medesima, persuaso 
che gli antichi così conseguenti in^iuue le loro 
pratiche, come altre forme davano alle membra 
di un dio , che a quelle d' un eroe o di uà 
uomo ; altro a quelle d' Apollo , che a quelle 
di Bacco o dì .Mercurio o di Marte : cosi di 
altre ragioni si servissero per una Venere , di 
altre per una Giuaone o per una Minerva. 
Quindi osservando nella presente figura una 
certa proporzione meno svelu che in altre fi- 
gure > una maggior larghezza dì spalle e mag- 
gior rilievo di petto e di fianchi che I' ordi- 
nario : ho creduto che siasi voluta rappresentar 
Cerere , a cui si compete una* beltà alquanto 
rustica come alla dea dell' agricoltura , e una 
statura qitadrau e robusta, cosi bene espressa 
da Lucrezio eoo que' due epiteti di gemina et 
mammosa (t), che sembrano aver suggerito al 
nostro artefice il carattere generale di questa 
scultura , destinau , come suppongo , per effigie 
di quella dea che fii propriamente cognominata 
alma, e riconosciuta come la nudrice del ge-^ 
nere umano (a). 



(i) Lucreiio, de B. N. , ì. IV, v. ii6a. 

(3) U PigQorui nellft «sposizionc della Mensa Isiaca y 



M,g„,Aj.,COO'^[C 



'79 

Il ristauro è suto eseguito su questa idea. La 

divÌDÌtii nella destra ostenta le spìche, dono da 

pag. i34, ed. Frisii, dopo aver detto che Iside e Cererà 
erauo la slessa deità, e che la Diana Efesina, come non 
diversa da Iside, fosse par la stessa eoo Ceiere, ha cre- 
duto che l'epiteto di mananosa datole da Lncretio in- 
dicasse le molte poppe che vediamo ne' simulacri della 
Diana d' Efeso , e perciò fosse quasi un sinonimo di 
XOJOvuaaTOi; o multimammia. In simili errori cadono 
spesso gli eruditi tonando considerano gli autori a pezzi, 
ed esaminano una. parola fuor del contetto. Lucrezio in 
quel luogo altro non vuole indicare, sennon che gli amanti 
estenuano i difetti delle persone amate , dando ad essi 
il notae del pregio afRue a quel difetto, e che pu& dirsi 
il mezzo di quell'estremo. Eccolo intero (deR.N.f 
I. e. ) . 

Kigra ftiXivpooi est: ìmmunda, et foeiida àxofffto^: 
Cassia xa?,Xd9tor : nervosa , et b'gnta. 9op»a<;. 
Parvuia, pumiiiq raphov la, tota merurn sali 
Magna, altfue immanis MaràatXTl^, plenaque honoris: 
Balia, lodili non quit rpa/V/U^t; muta pudens est. 
At flagrans, odiofa, loquacula XauìrdStOl' Jìl : 
\ffVVOy ÈBauéfloy tum pi gaum vivere non «fuit 
Prae macie: òa9l»ìl vero est ìam mortua tasti. 
. At gemina, et mammosa Ceres est ipsa ab ìaccHo: 
Simula SeiX^t! oc Salyra est: laòiosa tpiXl^(jtai 
estera de genere hoc longum est si dicere coner. 
In questo bel passò Lucrezio ha imitato Platone, ed è 
stato poi imitato da Orazio. Nel passo di Platone Win- 
cLebnann per la stessa cagióne dì considerarlo a pezzi, 
ha detto alcune sottigliezze fuor di propòsito sulla pa- 
iola iwvapK;, grazioso, ( Storia deile arti, lib. Vili, 
cap. 3, % la ), com« indicasse nna proprietà de' nasi 
schiacciati atftoì: quando non è altro che il termine 
co» cni gli amatori esciuavano, anzi volgevano in lodf 



Do„,7cd,yGOOglC 



i8o 

lei fatto alla nostra specie, che pe' »ooi inse- 

gnaDienli 

quel difetto. Ecco il luogo intero ( de republ , 1. V ) : 
H' ovr' 0V1O jcoutxe xpò( rovi KaXov^;; ó iter, on 
aitwQ, ÌTÌx.api<; xXfi^eU, iicatveii^aBtat ixp' vftor 
Tov iè tò ypviròf , ^flwri/lweò» ipaTé siyai- taf Sé ov 
Sia fiéffìi TOVTOV , èfifierpÓTafra e^tw^ ^Ìmvo^ Sé , 
àvdpmovi iSttr Xevxovc 9è, ^eS* voXìta^ thav fte- 
Xtvkópvi; tfè «ai t' ovvoiia ohi tmi; akX's voi^p,a 
mai il èpaffTov v-xoxopl^o(Ur8 re naì èvrtpoQ jtè- 
ponoi t^ ójijiótriTa. , èàv nrt òptf f ; »on trattate 
voi cosi co' bei giovinetti? que^ ha il naso schiacciato, 
e lo lodale come di graziosa foonomia : quet^ altro t ha 
soverchiamente aquilino, e dite che ha l'aria nobile e re- 
già. Un terzo vi sembra bellissimo, appunto perchè scevro 
(f ambedue qae' difetti. Dite de' brani che han carnagione 
virile , de' candidi che sembran JtgU degli Dei. E pensate 
voi che il titolo stesso dì pallido come il mele non sia 
invenzione ifun amante nelle tue tenerezze, che non vede 
di mal occhio il pallore quando è unito colla beltà ? E 
chiaro che il lerminc (U^iafj(Xapvi f^" "' legge nei 
testi stampati, che- vale pallido e nero, né ■pah mai es- 
ser detto perveiio, dee correggersi e muUrsi in fieXi- 
vJiópìK , P^^o ^^c ^' nie/e, che corrisponde al nigra 
ueXivpOO^ est di Lucrezio , e dk luogo ■) sentimento 
espressa da Platone. Aggiungiamo l' altra imitacione di 
Oraiio, onde aempreppiù apparisca, come si pub, es- 
sere originale anche imitando > 1- I ^ sat. 3 : 
M pater ut nati, sic noi debemas amici. 
Si fjuod sit vùiam, non fastidire. Strabonem 
AppeUat paetam poteri et pullum,'maie parrus 
Si cuifiUas est, ut abortivus fait olim 
Sisypha; kuac, variam, distorta eniributg Sbmt 
Balbutii scauram, prantfuliwn male talis. 
Panùu hic vWU fivei 4^»r tK. 



Do„,7cd.yGoOglc 



i8i 

Chaoniam pingui glanéem mutavit arista (i). 

A(^g^ la unifitra silo scettro, ben conTeoìebte 

ad DO dea ch'era fralle dodió deità maggion 

della religion delle genti. 

Siccome il sao colto fii uno de' piti umversali 
« per le campagne , della cottura delle quali erA 
preside, e per le città, delle l^gi dette quali 
Al la prima di«positrice (a) i Boalmenie per ogcn 
looigo , a cagioue de' suoi misterj cbe sembra- 
vano conciliare la filosofia colla Telinone : non 
fari specie che le si ergessero nmatacri colos- 
sali, e che forse nno di questi fosse collocato 
Del teatro di Pompeo, essendo le rappresenifl'- 
cionì teatrali entrate anch' esse per nda parte non 
uitinia del colto greco e romane ; ed essendo 
particolarmente Cerere la compagna di Bacco , 
nuBtc propriamente autore e preside del teatro. ' 

Osservaxioni deWautore pi^bUc4ie nel tom. P^JÌ 
' deir edizione di Roma. 

11 costume di questa statua meglio osservato 
mi ha persuaso che rappreseotava , come la sta- 
tua incisa della tavola precedente, una musa di 
(jnelle alle quali l'abito scenico pub convenire. 
Era forse Gnterpe; poiché non vi ha vestigio 
alcuno di cetra o di cosa che la sostenesse. 
Quello che caratterizza queita^gura è la clamide 
cìuredica diversa dal piccìol peplo che è stretto 

(t) VfvgH., Georg., I, A pritK. 
(i) Qaibdi fu detta ^tf^o^éfiO( , Temofora , e ^r 
ne Tote Tesmoforie. 



„„vj,,Cooglc 



163 

dalla. cintura; questa clamide k rigettata iotieramenie 
dietro le spaHecome nella Melpomene colossale i 
ma ÌDT.cce di essere riienoia da dae borchie sulla 
sommità degli omeri , .come in quel simulacro, 
sembra . attaccata sul. picciol peplo e sul dinanzi 
degli omeri per miezzo di due. estremità raggrup- 
pate, che formin nodo o che piuttosto vi sieoo 
cucite> Il picciol peplo stretto da cintura l'ab< 
biamo osservato nell' abito eiuredico dell* Apollo 
Palatino (T. I, tav. i5 ). Era dunque ' ancor 
questa una musa, ed apparteneva -come l' altra al 
teatro di Pompejo. La diflerenzti delle dimensioni 
di queste due figure colossali doveva dipendere 
da diversi, luoghi che tenevano iu quel grande 
edifiùo. Anche le muse della villa dì Cassio non 
SODO tutte delle stesse misure, e par che si ac- 
compagnino due per due. Queste sono le nuove 
osservazioni da me proposte su questo simulacro 
colossale nel lY tomo del Jlfuieo Francese. 

TAVOLA XXyiIL 



La sorprendente bellezza di questa scultura 
non può rappresentarsi abbastanza né colle pa- 
role , né col disegno : le prime non la dipiogeran 
mai così bene alla fantasia che una giusta im- 
ma^^ne se ' ne faccia : Ìl secondo per quanto va- 
glia a ritrarre la grazia de' coalomi generali , 

* Alto palmi otto e un' oaoìkj lenza plinto paini Sette 
e once otto. 



DowcdDyGoOgIC 



i85 
noD gÌQOgerìi mai ad esprìmere quella' morbidezza 
e quella carnosiii a cui è ridotta la pietra j né 
quella dilicatezza di lioeameDii, che serpeggiaodo 
quasi ioseosibilmeote su quel bellissimo corpo , 
&D sembrare , come per uoa cèrta magia , ce- 
dente il marmo e spirante. 

Questo superbo monumeoto delle arti greche 
in trovato maocaoie di tutte l'estremili; del capo> 
cioè, delle braccia' e delle gambe. Così muti- 
kto com'era, ne fu ricercato il gesso per molle 
coUenoni, ed uno fragli altri divenne la delizia 
del eavalìer Mengs negli ultimi periodi della sua 
TÌu. Quantunque l' eaaere stato risarcito per Bacco 
abbia incontrata qualche disapprovatioDe» princi- 
palmente nelle persone dell' arte, pure questo 
risuuro e questa denominazione mt sembrano 
fondatisùmi e quasi certi. I lunghi e bei capclK 
cadenti sul petto e sugli omeri ne sono una 
prova: il carattere de' lineamenti quasi femminili 
è la seconda. Nou occorre qui ricopiare da'ini- 
tografi né tutti gli epiteti, uè tutte le lodi della 
chioma di Bacco (i)> come cose troppo noie 
e comuni: basta il riflettere che questo forse è 
il più costante degli attributi Bacchici: poiché 
il 6glÌo di Semele si trova talvolta rappresentato 
con lunga barba , non ostante il suo soprannome 
di puer aeternus (a): si trova tutto vestito, non 



(i) titdetonsusque Th^oneus, Ovid., Mei., IV, in prìnc. 
-Vedati Bentfiejo all'epigramma LU di Callimaco. 

(3) Cosi lo vedremo nel simiilacrD creduto di Sarda - 
sa palo. 



,i„vj,,Cooglc 



«84 

ostante la nudità da*milok>gi ttttribaila^i (t)j 
n» aeoipre con luogbe trecce , e per lo più cu.s« 
■parse intorno al collo , agli omeri , al petto (a). 
Xo«C 0oiTTpvxvi hearipo^ef Ma^etfiévoi;. Co' ricci 
pendenti di ^a e di là ^ lo descrìve Luciano (p). 
L'analogia dì leste sicuramente Bacchicfae ct^lv 
chiome, nella stessa guisa disposte che quelle che 
rimanevano attaccale al torso del simulacro, com- 
pisce la dimostrazione. Una leMa fralle altre me- 
rita esaere particolarmente rammentau. È quella 
che si amnùra nella gallerìa del Gran Duca sul 
corpo d' un Bacco appoggiato ad ' un Fanno (4)> 
La testa f benché propria del soggetto, non ap- 



(i) Cornuto, o «ia Fomnlo, de nat. Deor., e. 5o. 

(a) Quindi la statua di bromo della gallerìa di Fi- 
reuEe, C^e dal moderna vena aoicritlovì, 

Ut potiti hac veni Deifihù , et fratre ntkto , 
ai vuole attribuire a Bacco, non puh esserlo, perchè ha 
ì capelli tagliati, neppure un ilio Prestile etrusco, come 
vuol Gori , giacché ha forme greche. £ un Mercurio, 
come Io dimostra la perfetta simigliania del volto al 
Mercurio famoso di Portici, e in qneoto senso il verso 
pu& convenirgli. 

(3) Lucian. , Deor. Dia/. H , luppiter , et Cupido. I) 
taiirico in quel dialoghetto introduce Cupido che con- 
iiglia Giove se vuol esser ricercato e seguito dalle don- 
ne, come lo è Bacco dalie Meoadì, a prender anch' egli 
le sembiause di Bacco, la benda inUa fronte, ■ ricci ec. 
Si noti che quelle ciocche di capelli propriamente sì 
dtcon ^éffTpVTOt , Dome che ì grammatici derivano da 
potoin;, grappolo d'uva, etimologìa che li rende sem- 
pre pili adattati al nostro soggetto. 

(4) Museo Fiorentino, tota. \, Statue, tav. XLVIIf. 



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iS5 
parieoen a qnel grappo , come lo indica il dìi- 
fervale lavoro de* capelli che pendono dal capo , 
e dì qaelli rimanti cougiiinti alle spalla. Preaeotato 
il gesso di quella testa sul gesso del nostro torso , 
corrispondono così bene lo ^stile, gl'inviti della 
trecce^ le propomoni e quasi le comnissure'; 
che pare indnbifato essere suta quella, o simile', 
la testa antica della nostra statua (i). Or quella 
tesu è certamente di Bacco» come la eorona di 
pampini ^e la fascia che stringe la fronte lo 
prOTaoo. 

Ma uu* altra prova non meno certa del soggetto 
di questa statua, è quello appunto dove si fonda 
la contraria opinione, cioè il carattere femminile 
di tutti i contorni, e particolarmente la situazioue, 
il rilievo e la rotondità de* fianchi. Non v' ha 
nulla di piii proprio di Bacco: o provenisse ciò 
dall'uso e dal caprìccio degli scultorì che in 
tal foggia abbiano voluto cappresenure il dio 
de'piacerì e della moUena, il compagno di Venere 
e delle ninfe j o da' dogmi d'un' antica teologia 
rediviva ne' tempi che precedettero la cadqla del 
culto etuico (3) o da un gnio di moralizzare; 

(i) Qneito può vedersi nella bella colletJDne di gCMÌ 
a Pìreose del valente pittore tig. Pacini. 

(a} Attribuiva questa a Bacco i due bcmì , ravvisan- 
dolo come emblema d'uno «pirìto diffuio per U nulerÌA 
cbe chiamavano rovw V>Uxòi> , senza troppo intendersi. 
Jpiwn auiem Libenan pairan Orphaici rovr vÀliiòf <u- 
spkanlur inielitgif Macrob., de tomn. Scipùm., \, it- In 
fatti Orfeo nel)' inno /n IHùen lo chiama : 
Appeva «af ^ijXvp, 9iipv^. 
Maschio e femmina egli è: di due nature. 



bo.i..-cj^),Cooglc 



i86 

che foue da'poeb (i) piiMlo agli artefici, giac- 
ché tutte e tre le opÌDÌooi ban 'foodatuento soUe 
greche e latine antorìti: da qualunque priu- 
cipio, ho detto, ciò proveniase, certo è, che ud 
de*caratteri di Bacco fa quello' d'euere rap- 
preteirtato ^ti^(iop<^i^thèfymoTphos, come dice 
Cornuto, cioè di Awine femminili. Quindi nn 
latino epigramma fwsl lo descrive (a): 

Thihit^ue Bacchus ifirginis tener Jòrmam. 
Quindi Homo presso Luciauo rileva fra i di- 
fetti di Bacco la sua complessione femminile e 
donnesca (5). Quindi finalmente fu creduto es- 
ser maschio e femmina, o, per dir meglio con 
Aristide , area cosi miste Fé qualità de' due ses- 
si, da sembrare fi-alle fanciulle un giovinetto « 
fra i garzoncelli una fanciulla (4)- Se queste e- 



(i) Fomuto o Cornato, l. e, Io vnole di fattene 
feimnÌDee, perchè 1' ebbrietà indebolisce, 
(a) Nella Priape/a. 

(3) Locian., Deor. cane, $ 4: 07og (liv òwTÓc èan» 
ov Xèvo , owfi TÌjf fiirpap , ovrs rr^ ftèàt^f , ovre 
TÒ 0a9iajta- xémei fàp ol^itu , opàxE Ó^ Sf^?,V(: stai 
yweuxetos liiv tpvmr, ^(ii/ta^i^ àxpótv se^er àcco- 
Xféo9. Taccio quai egli sia e nel cingersi il capo , e 
netr uòbriacarsif e nel portamenipi voi velniirate tutti, 
O Dei, guanto è femminile e donnesco nelt ahùadine , 
metto fuori di se, spirante di vino sino dalla mattina. 

(4) Afitiide, in Bacchum: A^^ «<xi St^^s ó àeó< 

èc (potnf tim 9è r^ ipivet xai r^v ftoptpi^v 

stpootomÒQ òfftrtp ^àp SiSvy.Oi %ónvi avrò; icpòv 
iavtóv lim, XOÀ ifàp h ^'iSféoii ( xópri ) xaì «e 



Do,1,7cdDyGoOglc 



'187 

qiresòoDÌ non dipingono la' nostra uatna,.non 
uprei immagÌBarue un pifa evideate rapporto. 

Vero è però che come diflerentì qualità 
<Ìierono i mitologi a Becco ^ come difiterenli 
Ttrtii i fisici al vino ; cod' ancora diverse ìmiua- 
gìoi ^ artefici ne rìtrasBero or figurandolo ar-. 
nulo e vincitor dell' oriente , .ora cornuto per 
emblema della ebbrietà j ora barbato» come- ia 
aria di maestro (1) e di l«gÌ8ktorè.-Da ciò dee 
.ripeterti unta varietà di rappresentanze , tantop- 
piti cfae gli (tatuarj . talora hanno voluto espri* 
jnere in uh sol sìmulacpo ì suoi diversi (Ulribu- 
ti j- titre volte' non ne ban considerato che' utt 
.sola Non tutti, per esempio, hanno esagerato 
come il nostro la mollezia. del nume della vo- 
luttà , ma vi hanno misto o una sveltezsa o una 
robuslessa maggiore, secondo 'le idee che ave- 
vano in mente , secondo i siti dove i simulacri 
si destinavano , i poeù le cui descrizioni segui- 
vano , i sacerdoti a* cui mirterj alludevano , le 
nrie persone alle cui spese operavano. Questo 



nópaii ( ^lìeoi; \ Questo nume è maschio e femmina, 
ed ha la figura aUa sua natura corrispondente : talché 
egU è quasi doppio in se stesso , è frai giovinetti una fan- 
dulia t frolle JaitciuUa un giovinetto. . 

(1) Bacco era un dio anch' egli StetTfiÒipOpOf legida- 
tore come Cerere. Dippiìt maestro dì motte utili iaveo- 
xionì, oltre quella del'viao, e in guerra e ìd pace. Fa 
creduto inventore della navigazione : 

Tu flectis amnes, tu mare barharum. 
( Orac, Carm.f II, 19 )• 



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i88 

appunto aggitingfl a' UDti .pregi del nostro mar- 
mo qùeUe ancora della rarìik ; dod ravvisando 
noi in altro monumento sosl bene espresso quel- 
r epiteto ^ri%ò^^<poi; , fsmminifbrme , che Io 
scrittore della natura degli Dei credeva essere 
UD attributo essenziale del dio del vino. 

11 presente simulacro è un modello impareg- 
giabile per nù corpo maschile bellissimo d* una 
bellezza efFeminaU: questa espressione è ponau 
sino all'ideale, volendo ÌDdicarsi in certo modo 
1 due sesn di questo nimie. I contorni ne son 
mirabili e fuggenti quasi all' occhio e alla mano. 
Taluno ha creduto rilevarvi il difetto che una 
coscia sia più sottile dell* altra. Se si fossero 
conservate le gambe antiche del simulacro, forse 
nella umazione ne troveremmo il motivo; giae> 
che sappiamo che le parb del corpo su cui si 
fa forza e si preme , acquistano in grossezza 
ciocjchi perdono in estensione. 

TAVOLA XXIX 

Bacco mezza ficdri*. 

Un altro carattere, ma quasi una ugual bellez- . 
za, si ammira in questa metza statua di Bacco, 
trovau nel cavamento degli orti Carpensi presso 
il tempio della Pace- Per comodo de* traspor- 



' Alto palmi quattro e tre quarti; senta il plinto pal- 
mi quatu-o scariii. 



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ifig 
ù (i) ti facevan le statue di più pem , e co- 
miuiemenle di due quelle , cred' io , che laogi 
dal luogo della lor deslinaxione à. lairorarano * 
o per uso e per ornameuto di palagi e dì ville 
particolari , per potersi a lor piacimento con 
più facilità trasferire (3). Si crede fondauineate 
che tal costume di lavorare sia stato usato sia 
dagli Egizj (5). A questo però dobbiamo ascrì- 
vere la perdita della metà iuferiore del nostro 
Bacco, come di tre belle statue femmÌDÌli del 
Museo Capitolino, e d* un Adrìano col torace 
Bel palauo Buspoli. Quel che si è conservalo 
ci fa desiderare il lìmanente: con tanta subli- 
mità di contorui , con tanta maestrìa di scal- 
pello è stato scolpito. La testa antica ha un' idea 
bella divinamente , e ben conviene a quel nume , 
a cni sì potea dire: 

tu fonnosissimus alto 

Conspicerìs caelo (4)- 



(1) Chi sa che il rendere S «imnUcri comodi a' Ira- 
tporti noB ptocedeMe negli tenitori da nna vanità simile 
a quella, per cai i valenit pittori non \olean dipinger 
tal murD> onde non limitare ad nn luogo lolo I' ammi- 
raiiane dovuta alle loro opere, Plìn. , B. N., XXXV, 
10. Il lusso de' Romani cbe abbellirono le loro feste con 
stmnlacri venuti sin dalla Grecia , può aver mantenuto 
ne' tempi tegnenti lo at«»o costume. 

(s) Giovenale fragli arredi della .cita d'un ricco noB 
lascia d'annoverare, sau III: 

Nuda et can£da signa. 

(3) 'Winckclmann, Storia Mie arti ce, I. II, e. 4. 

(4} Ovid., Mtiam.f IV, in pnA«. 



Uoi,cd.yGoOglC 



'90 ^ 

Lo scultore non gli ha dato quella femmÌDÌle e 
molle corporatura che ha rìtratu l' arteBce del 
marmo precedente, ma sembra essersi rammen- 
tato , senza tradir l' avvenenza del dio tebano , 
che questo nume al tempo atesso voluttuoso e 
guerriero 

Pacis erat, mediusc/ue b^Ui (i). 

Vi ammiriamo quella beltà che incantò ì Tir- 
reni , non disgiunta dalla robustezza del piii an- 
tico tra i conquistatori. La testa è coronata di 
pampini f e la fronte è fasciata dalla benda Bac- 
chica, chianaata proprìamente xp^^efivor, come 
appresso 'Winckelmano abbiamo rilevato altra 
volu (a). 

Osservazioni deli autore pubblicate. nel tom. VII 
deir edizione di Roma. 

Esiste a Parigi nel Museo Napoleone aa« 
statua intiera assai ben conservata, che era gih 
□el palazzo del duca di Richelìeu. Si vede chia- 
ramente che il frammento già esposto apparte- 
neva ad ima ripetizione della stessa figura , e 
che probabilmente erau tratu l'uno e l'altro da 
qualche nobilissimo originale. La statua di Pa- 
rigi vedesi incisa dal sig. Tommaso Piroli alla 
tav. 7 '7 del tomo I de' Monumens antiques du 
Musée Napoléon.. 



(0 Orai., Carm.i II, ii). 

(a) Tomo I, tav. 'S^\, pag- 192 e >cg. 



bo.i..vJ^),CoOglc 



T A T O L A XXX 

F A O H O *. 

La graùa nell' inveDuòne , nelle forme, cella 
espressioue» è il pregio priacipale di quésto bel 
Fanno, a cui l'artefice ha dato tutu la notiilià 
possibile 1 senza uscir dal carattere medio ed 
agreste, coDveoieDte a sifiatti rusticali semideL 
Effigiato Dell' età pììi propria della bellezza , 
sembra che pur or si riposi dal suono del 
flauto , conservando ancora i seosì e V immagi- 
DJiaone commossi dall' armonìa da lui pur dianzi 
destata. È vezzosamente appog^ato ad un tronco 
col destro gomito , e ripiega alquanto la testa 
sull'omero opposto; la vita che gentilmente ser- 
peggia, fa rilevare il ùnistro fianco , e le gambe 
negligentemente sì sovrappongono , sicché la fi- 
gura tutta forma il piii naturale e piti grazioso 
contrapposto che possa idearsi. La rustica situa- 
zione delle gambe, l'interstizio delle ciglia poco 
spazioso, la chioma pth densa ed aspra ohe 
r ordinario , richiamano insensibilmente il sog- 
getto che ha parti bellissime . alla sua sfera , o 
lo determinano per un nume agreste, anche 
prima che ai osservin le captine orecchie , che 
lo distinguono per un seguace di Bacco , Fauno- 
o Satiretto che voglia dirsi: giacché il primo 

* Atto palmi tette « tre quatti^ col pUnte palmi otto 
t once dne. 

Do,1,7cd.yGoOglc 



19» 

nome ignoto a' Greci non potè darsi al simu- 
lacro quando 1* origiuale usci dalle mani del 
greco artefice (i). Ho detto l'originale, poiché 
se il lavoro del marmo all' iovenzione corrìspon* 
desse , avremmo una delle opere piii meravi- 
gliose delle scuole Argive. ISoo so se avanzo 
troppo le congetture ; ma io soo persuaso che 
l'originale fosse il Lei Satiro di Prasuiele, quel- 
lo eh* egli atìmava al pari de) suo Cupido (s), 
e sopra tutte le rimanenti sue opere , quello 
che iii detto da* Greci, per antonomasia, il Rt- 
nomato» Periboetos (3). Se le molte copie che 



(t] Luciaii.f Deor. concil. , §4> descrìve i Satiri qnali 
noi denominiamo Fauni , e li distingue da "Pan caprino 
dal mezzo in giù. Quelli che ora chiamiam Satiri gli 
antichi dicevanlt Panisci , quantnnque il vocabolo gene* 
ra\t dì Satiri comprenda alcune volte tutta la q>cci« di 
sift'atti numi seuiferi. Vedasi anche Pansan. , 1 , 35 , • 
il nostro lom. I, XLV , pag. a^Q* 

[n) Frine con leggiadro stratagemma scoprì l'opÌDioDe 
Ae ne aveva l' artefice e che celava per non esser for- 
zato' a Aonarle il (imalacro. La avea promesso quella 
iraUe ine opere ch'ella gli avesse chiesta, ma Frine 
volea che Frassitele stewo guidasse U scelta col >uo giu- 
dizio j e siccome in ci& negava di compiacerla, coiiLerth 
col servo che annunziasse allo scultore mentre era con 
lei l'incendio della cas^ dE Ini. Prassitete si chiama per- 
duto, se non salvava dalle fiamme il Satiro ed il Ca- 
pid«. Raificurollo la scaltra douna e gli chìew il Cupi- 
do , Pausali. , 1 , 20. 

(5) PlÌDio, a. ff., I. XXXIV, S 19. L' Arduino non 
Scendo attcBsionc che Plinio parla io questo luogo delle 
■Utue di bronzo di Primitele, commenta le par^, \. e. 1 



Do,1,7cdDyGoOglc 



■ 95 
ci reilano di questo eccellente modello ci ood- 
vìqcodo dell'alta «tìma che godeva presso gli 
aDtichì : se Praisitele fu lo scultor delle Graùe; 
se fra quaad Fauni ci faa lasciato l'arte de* Gre- 
ci , questo è certamente per le forme il pid no- 
bile 1 il piii grasioso per la invenzione : non mi 
•embra £ lusingare gli amatori del bello, vo- 



fecit et Liberum patrem, et Ebrieiaienty nobilem^ue ima S^ 
tjrrum tjuaem Graeci Perìhoetos cognominant : come le 
parlaMc d' una pittnra di qne' loggetti : una eademque 
pictura Ebrieiatamy Satjrrumque dexr^tot fuisse significai' 
Non fomuTano Demmeoo un gruppo , come ^paritce 
da Pausai!., I, 30, bencliè talnno l'abbia pensato. Pan- 
sania , ]. e. , dìi ragione di quella voce tuta di Plinio y 
iDiegnaodoci cbe serviva questo simulacro insieme con 
altri all' ornato d' alcuni celebri Tripodi che davan no- 
me ad una contrada alenieM : dnnqne il Bacco e l' Ebt- 
brieti erano le altre due «tatue eh' empievano iiuieme 
gl'intervalli de' tre piedi del Tripode. Non perciò desti 
credere essere stati que' limulacri minori del naturale ^ 
bnperoccbi que' Tripodi non eran d'uso, ma di mero 
ornato , e quin^ potean esaere molto pi& grandi degli 
nsaali , sollevandosi sulla facciata d' alcuni teippiettì « 
come impariamo dal testo greco di qnell' autore , Noot 
itóv. . . 3UÙ fftp'unp etpeim^atn rpueoSeq. Ciò non si 
trova nelle tradusioni che abbiamo dìPaasania: vediamo 
bensì UD tripode cosi situato in nna pittura edita dal 
Bellori , Pict. antiq- aypt. Rom, , lav. X. Eran collocati 
qne' tripodi come i caodetabrl sulle facciate delle nosUe 
chiese. Tuttociò si può aggiungere a quel che dice dei 
trìpodi il Ca^lus , t. I, pi. 73, e correggerlo dove as- 
■erìsce esser di paragone il bel tripode di bianco marmo. 
del Museo Capitolino. 

Museo Pio-Clèm. Tol. II. i5 



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194 

lendoi! persuadere a crederlo copia d' dd s\ fa- 
moto origtoale (i)- ' 

: Due simili n' esistono per le scale del pa- 
lazzo. Ruspoli ; odo assai bello ne fu dissotter- 
rato Della villa Cassia a Tivoli j uoo bellissimo 
se De ammira oel Museo del Campidoglio (a). 
Le .proporzioni e la sveltezza delle membra ooa 
disdicono allo siile di Prassitele , se si confronti 
col SauroltODo che deriva , com' è dimostrato , 
da queir insigne maestro (3): anzi non mi sem- 
bra immaginare, quando asserisco che sono tutti 
e due inventati ani medesimo stile. Quel ser- 
peggiamento vezzosissimo e non afTeiiato poiy 
ammirarsi del pari ne' torsi d* ambedue i simu- 
lacri, l'incavalcar le gambe per dare una espres* 
sione villereccia o puerile al soggetto senza 
troppo deformarlo o avvilirlo , in ambe le statue 
si oshervt. 

La pelle che pende sugli omeri del nostro 
Fauno è pelle di pantera, com' era quella del 
famoso Fanno dipinto da Antifilo (4)- La fronte 
non ha indizio di coma ; in quello della vilk 
Cassia è coronata di pino. 



(i) Wiockelmaiin che ne cont& fino a Irenu ripeti- 
ti onÌ , fu dello nesio sentimento, Storia delle arti, ec, 
pag. aga^ed. Rom. , benché non ispieghi dì qaal Fauno 
precisamente voglia parlare. 

(3) Museo Capitolino, tomo III, tav. XXXII. 

(3) Wiacktlmann , Monum. ùiedili, n. 4o> « ^ noiir« 
tom. 1 , uv. XIII. 

C4) Plin., B. H., XXXV, 4o-. 



Do,:,7cdDyGoOglc 



195 
TAVOLA XXXL 



AdOHC orTTO IL N 



A BCIS50 ' 



Quanti SODO gli espositoii de' moQumeoli ro> 
inaDi , lutti se^eodoai 1' un T altro,' bau cono- 
sciato e ramateDiato questo bel umulicro col 
nome di Narcisso (i). Credevano averne gli aN 
gomenu nello sguardo atlopito della figura e 
rivolto al' basso, che supponevano fissato nel fonte, 
dove quel mitologico emblema d'un mil inteso 
amor proprio , mirò se stesso , e perdutameuie 
se ne invaghì. Pure coovieu confessare che se 
tale fosse stato Ìl soggetto della scultura , V an- 
tico maestro sì sarebbe allontanato da quella sem- 
plicità e giustezza d' espressione che anìraa le 
opere di que' tempi felici Perchè io piedi Kar- 
cisso , e non sedente o disteso sid margine di 
quell' onda iucantatrice 7 Perchè in mossa di sor- 
presa, e non piuttosto di tacita , fissa e profonda 
contemplazione ? Perchè le sue arucolaiioni in 
moto , e non piattosto le membra , abbandonate 
quasi dall' animo tutto negli occhi raccolto e 
nell'attenzione (3)? Se non mi facea meraviglia 
che i moderni avvezzi a vedere ne* lor quadri 

* Alta palmi nove e once cìnquej «enea ìl plinto pal- 

(1) Tetii, Aedes Barherinae, p. i85, Ficoroni , Roma 
moderna, "Wi nck cimano , Storia delle atti, Vietat. 

(2) CofI i eipresto Narciuo -in parecchie antiche pit- 
tore. Pitture O'Ercolaito, t. V, tar- XXVIU e »egg. 



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' ?-e co. f„„ ,„i,.':,j;™ «"•".«.•o XXIU: dice 



bo.i..vj^),Cooglc 



'97 
A tatù TÌstbili , presso alla ferita atessa alcune 
orme d' altro lavoro , forse del cìbghiale , scol- 
pitovi Dell' atto d' averlo pur diaozi piagato. Osr 
aervai fioalmeoie sulla fronte la benda detta Cre* 
demnon , assai propria d' Adone confuso con 
Bacco da alcuni scrittori, per esser ambedue sim- 
bolo rìcooosciuto del Sole (i). 

Per coofermare questa mia opiuione , che doq 
può non sembrar probabile a chiunque considera 
il simulacro , accorrono i greci soritiori , i quaK 
non solo attestano ferito Adone nella «oscia, ma 
fan comprendere che Tioterna e non l'esterna 
parte ne fu offesa > quando asseriscono cbe il 
sangue che spicciava dalla ferita macchiava il 
seno d'Adone stesso > spruzzandolo fino all' am> 
bìlico ed al petto (a)j lo che non poteva ac- 

(t) Che Bacco si confondesse col Sole l'attesta Virgi- 
lio, Georg, l, in prìnc. 

.... Vos o ctarissùna mundi 
Itumina, laheniem caelo <juae duciilt tmnut» 
Liher et alma Ceres. 
Che poi Adone fosse una immagine del Sole , cbe per 
la metà dell' anno è sull' emisfiio superiore , pei U se- 
conda in«t^ nelt' inferiore , è chiaro dalla sua favola e 
dal ragguaglio che ci dan gli antichi delle sne festa. 
Si rappresentava estinto, e poi redivivo. Si piangeva 
la sna morte, sì riponeva ntrtle principali cittì la ana 
immagine ne' sepolcri, poi si festeggiava la novella sua 
TÌU. Fiutare, in JlcA., Falsold., de festis. Quindi è 
che Plutarco non dnbita asserire in Bacco e in Adone 
venerarsi la siesta deità. Sjrmpos.f IV. 

(3) Bione , Epitapb. Adonidis .- 
*À^f òé fuv ftéXav aì(ta vap' òy.ipa^iiyf ^«yeìro, 
lixaSsea 9' è» (i^pov (poififffftro- ót d* viro^aioi 



bo.i..vJ^),CoOglc 



cadere sopponetido la ferita nella parte esieriore. 
Le belle pitliire trovate uliimamente nella vilb 
Negroni , oÌDcìse su i disegoi ca?aiÌDe dal ca- 
valier MeDgs« oi mostran la piaga d'Adóne nel 
silo medesimo precisameDle : circostanza che può 
riguardarsi come una dìruoslraàone del proposto 
parere. 

Questa figura pub aversi per una delle piit 
espressive lasciateci dall' amichila : ha però sof- 
ferto molto dal tempo, e dou poco ancora dal 
risiauro , eseguito nella barbara maniera del se- 
colo scorso, riioccaudo la superficie corrosa. Per 
huona sorte il uostro simulacro non area d'uopo 
ÌD molte parti di questo ìnfebce rimedio- L'espres- 
sione dello spavento, della sorpresa e dell'avvi- 
limento qual pub immaginarsi nel primo iaunte 
in chi s' accorge d* esser mortalmente ferito , n'i 
veramente mirabile, e proporàoData giustamente al 
carattere del soggetto (i). Sino il tronco riser- 
vato nel marmo a reggere la figura non rìmaoe 
insignificante : è avvolto della clamide stessa dd 
giovinetto, che nella sua costernazione si'è la- 



TLjófeot ToxópoiStiP 'A9óvi9i xopipvpoìiTO. 

A hii sul corpo un rio dì sangue andava , 

E già daljianco rosseggi/ira il petto ; 

E 'l costato che diana' era di neve , 

Di porpora era fallo ai mono Jdone. ( Salvtni ). 

(i) Una teita bellifitinia d'Adone ferito h pretto l'sl- 
tre volte lodato scn tore accadeinico signor Pacetti. Si 
riconoKe dal dolore ritratto nel Tolto, poco diversamente 
dalla nostra sutita- 



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»99 
sciata cadere dal braccio sioìstro, intorno al quale 
solcano avvilupparla i cacciatori (i). 

TAVOLA XXXU 

A D O H K *. ■ 

Se la bella cbe accese la dea degli amori dee 
riguardar» come il carattere del figlio di Ci- 
nira e di Mirra « non sarà difficile il ricoooscere 
in questa bellissima statua uua seconda imma- 
gine d' Adone (s). Questa deDomioazìone almeno 
gli è stata appropriata non con sicurezza d'averne 
indovinato l'antico significato, ma con una certa 
convenienza a tutto quello che ci presentava il 
simulacro d* uu bel giovinetto , senza verun sim- 
bolo o attributo che lo distinguesse. Il disegno 
di questa elegantissima figura circoscrive un corpo 
meno svelto dì quel d'Apollo, meo molle di quel 
dì Bacco. Differisce la statua da Meleagro nella 
fisonomia , sembra più dilicata che le immagini 
di Teseo o di Perseo non sono , e oltracciò non 
porta seco nessuna di quelle decorarioni che 
son divenute segnali onde riconoscer<B quegli eroi. 



(0 Vedali la tavola XLVII ieìY Eiruria regale di 
Dempstero. 

* Alto palmi otto ; «enza il plinto palmi (ette e once 
sette. 

(i) Teocrito, tì/ff. XXX, lo fa per la bellezza para- 
gonare ad OD simulacro: 'AM' Òf à/^aXf^ éoùSov, 



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aoo 

La benda cbe gK raccoglie ìd girtf U rhio» 
ma , può convenire ad un discendente da' re di 
Cipro , qual era Adone : nna [certa robustezza , 
qiianu basu ad unire l'idea del valore con quella 
della beltài ben à confi ad un giovine caccia- 
tore , che ad onta delle teoerezze della dea deì 
piaceri si esponeva ai rischj della foresta. Per- 
chè non sarà dunque o Cefalo o Ippolito (i). 



(i) Le immagini d'Ippolito rodo state speuo spiegate 
per immagini d'Adone. Coù i varj baMÌrilievi rappre- 
sentanti la favola di Fedra e Ippolito, che Winckel- 
mann ha richiamati al lor vero argomento, e il eh. si- 
gnor abate Lanci ( La Heal Gallerìa dì Firenze, p. i4) 
}ia nlterìormente ìllnstrati , dimostrando più accorata- 
mente quella opinione. Cosi ancora una pittura antica 
eiposta pe> Venere e Adone dal Bellori e dal Cansseo , che 
J'han pubblicata ( Pici, antiq. crypt. Rom., tav. TI ], 
rappresenta sicaramente Fedra e Ippolito ( Winckel- 
raann, Monum. ined., n. ioa ). La vecchia nndrice che 
tenta ritenere Ìl giovine schivo e sdegnoso, ha una parte 
considerabile nella favola d' Ippolito . come si prova 
dalla tragedia d'Eoripide, da' bassirilieri e da Pauunia, 
da cui ai ricorda (Alt. I,3a} Ore épec T^f ^ai9ùtLt;y 
SMM T^ *po<po5 TÒ ce TI?* 9ui3eovia^ -róXittifta,. fa' 
mort di Fedra, e F audace minuterò della nudrice. Allo 
incontro oon pnii aver Inogo negli amori di Venere e 
41 UA.V.-. Questa favola stessa di Fedra e d'Ippolito si 
vede figurata all' intorno d* un superbo vaso etrusco 
della gallerìa del Gran Duca, pubblicato da Dempstero 
( uv. LXII e LXIII ), « poi dal Passeri ( Pict. Etnac 
in voM-, U I, tav. LV[[| frLIX ], dove ne reca al iao 
salito una fantastica spiegaiione. La storia vi si ved« 
compartita in due gruppi ; in ano Fedra col crine sparso 
ÌQ atto di trasporto e di disperaùone f dichiara all' at- 



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aot 
A* qnali tutti gli «teui disbotivi sì adattano? Pre- 
pongo Adone ( solo perchè piii celebre degli altri 



tonilo giovÌDeno la sua paisiona, auiftita dalla nudrice. 
ISell' altro è Ippolito in abito da caccia , come appunto 
•oo vestiti i cacciatori nel chato vaso impresso nel 
Dempatero , tav. XLVII , con du« corte lance , o vena- 
huia , e col pileo venatorio gettato dietro le spalle che 
si sottrae co* impeto dalle abominevoli islaHEe della 
nadrigoa, mentre la vecchia nndrice procura vivameii le 
d' impedi melo. Ne' rami editi dal Dempstero e dal Pai- 
aeri il cacciatore ha la barba : non così nella pittura 
originale che ho confrontala io medesimo a Firencc , e 
dkì cui recherà appresso il disegno sommi Distratomi dalla 
manificeiiea d'nn vero mecenate, cioè del sig. prìncipe 
D. Sigismondo Chigi. In questo apparisce Ippolito un 
Iwl giovinetta, qnale Enripide lo descrive. Questa insi- 
gne greca lìgnlina menta qualche maggiore osservatìonei 
Si sono scoperte alcune epigrafi intorno alle figure della 
parte superiore : anche queste ho avuto il comodo di 
considerare esattamente, onde le posso dar pìii cornette 
di quel che sieno state date sinora. L'uomo palliato cb« 
■i appoggia ad un bastone presso nna matrona sedenlCf 
il quale nel rame del Passeri sembra una donna , ha 
scritto non gì^ MAAAIAZ. ma KAAAIASj la donna 
ha nome NlKOHliAlS J de' due gueTrìeri uno è detiv 
SEAINIKOS, l'altro non gii AOPKA, nome fem. 
minino, ma ^OPKA; la donna colle tibie ha KA£0-> 
AUSA e non tlAEGAOSA; quella collo strumento 
a corde i nomaU ITETAZlS, o«n 8>i A4>P0AlS Io 
qiKlla sorU di caratteri l' E è posto per l' H , come 
KAAAIKAES per KAAA1KAH2 presso il Ma»oc- 
chi ( Ad Reg. Tab. Baraci., pàg. i38 ) ; essendo quelli 
del vaso del medesimo genere de' creduti caratteri at- 
tici da quel sommo filologo. Circa il significato di quelle 
Bgore dissento dal lodato signor abate I-anaì , il qnale 



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due, e perchè riscosse un culto religioso; cir-^ 
costanza che dovè moltiplicar le sue immagiDS' 



< I. cit-, pag. t65 e seg. ) ha creduto Nìcopoli esser* 
il nome della citl^, cosi chiamata per la villom Aiìaex ^ 
e che le feste alle quali si allnde Steno appunto le isti- 
tuite in memoria di quella memorabìl battaglia, dette- 
pereti Actia. Qnesta opinione rovescerebbe tutte le idee 
che abbiamo delle arti greche. Il disegno bellissimo di 
quelle figure, degno delle piii rinomate figuline ateniesi 
o gnidie, non può mai esser posteriore ad Angusto. La 
Mraplicità che n'è il distintivo non simiglia a nulla che 
sia di qne' tempi : ed é troppo distante da^ stili d' i- 
milazione. Non parlo de' caratteri , perchè in 'quelli l' i- 
mitazione poco sarebbe distinguibile. Siccome peri tale 
spiegazione non è fondata che sul nome di Nicopoli , 
cade da per se stessa quando si rifletta che Nicopoli , 
secondo l' indole della greca favella e secondo il genio 
de' Greci, potè essere un nome proprio di donna , niente 
piii strano che quelli dì Stratonica e di Lisitrata : se 
quei valgono rompùrice e vincitrice d'eserciti, il primo 
ìndica vincitrice di città. In fatti non sono ignote nei 
monumenti delle persone ch'ebbero questo nome; tal è 
la iNicopoli ne' marmi greci riportati dal Caylns ( RO' 
tueil , toro. II , pi. .74 ) j tale la Flavia Kicopoiis men- 
lionata in una lapide trovata nello scavo del monumento 
degli Scipioni , che si conserva nel Musèo Vaticano , e 
che sarà edita dal cavalier Piranesi , cogli altri epitaffi 
appartenenti a quell' insigne tomba. Posto dunque che 
Nicopoli sia il nome della matròna sedente , come par 
certo t vediamo di dare a quelle figure una pib ragio- 
nevole spiegazione, lo credo ancor questo vaso apparte* 
nente alle Tesmoforìe, e tutto si combina eoa tale ipo- 
tesi. Sappiamo che due matrone erano le presidi di 
quelle feste, e due appunto si distinguono danna specie 
a cattedra o di trono, benché una sola si vegga assisa. 



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X' ÌDcIÌDazione gentile del capo li pnò riguar* 
dare come uo segoo d* apoteotL Àbbìam rilevato 

Sappiamo che v' era anche un prefello detto StefaneforQ, 
e qnesio è Calila, KAAAIAS , nel nostro vaso, t dn« 
l^errierì tono, a mio credere, i mariti delle dae maiMoe 
presidi, che aveao col lor valoie dimostrato in cumbaN 
tere per la patria meritala questa distìniione onorevole 
alle loro spose , perciò sono effigiati nel vaso co' lor 
nomi Forco e Selinko, tantoppìfa che I mariti soromini- 
stravaDo alle presìdi elette il danaro per far pili ^len- 
dida la cerimonia. Le donne cogli strumenti musica t 
sono ancor ttSK assai ben collocate in una solennilk che 
celebravasi nelle cittb Elleniche , particolarmente dalle 
donne, e nelle quali era Cosi adoperala la musicn,' che 
nn metro della greca poesìa fn chiamato perciò l'hes- 
mophorion. Il Genio a'ato e volante colla cetra , è il 
Genio de* mister) di Cerere Tesmofora , o legislatrice , 
chiamato 'Hveitóy, tìegemon, il condottiero, così bene 
illustrato dal eh. sìg. abate Marini, prefetto degli Ar< 
cbÌT) Taticani, nelle sne hcritioni antiche delle ville a 
palasti Albani, n. CLXE, opera scritta da vero antiqua- 
rio che fra giorni vedrìi la luce. Chi dicesse che nella 
cetra si adombrasse la legislatione , solenninata prtncì- 
palmente in quelle feste , non si allontanerebbe dalle 
metafore delle scuole Pitagoriche e Platoniche (Platone, 
M Gor^a, p. 5i6). Finalmente, siccome la castità si 
esigeva principalmente ne' riti delle Tesmoforie , si è 
rappresentato l'esempio della castità piti famosa nel corpo 
del vaso , cioè la storia d' Ippolito , il Giuseppe della 
greca favola. Ho risparmiato al lettore il tedio de' luo- 
ghi originali che doinmentano precisamenie ogni arti- 
colo di tutto il mio discorso, per trovarsi già radunati 
nella Grecia feriata del Heurslo alla voce ei-£ÌMO- 
*&OFIAI. ferminerìi questo pare rgo coli' aggiungere che 
riconosco Fedra e Ippolito nell'intaglio elegantissimo, 
nel ^ale il Caylns ravvisa Paone e Saffo ( tom. I , 



uo.i..-cj^),Cooglc 



304 

altrove che simile attìtnclme si dava a'siroula* 
cri dpgli Dei , quasi per signifìcarli condiscen- 
denti a' prieghi degli uumÌDÌ. 11 titolo di Re^ìi- 
denti , approprialo a parecchie divinità , era forse 
relativo all' essere in ul attitudine rappresentate; 
Quando si contemplano i capi d' opera delle 
greche scuole , non si cessa mai di stupire sulla 
conoscenza del bello ch'ebbero gli artisti di quella 
naùoDc, per cui seppero variare con tante gra- 
dazioni la somma ideal bellezza che concepivano 
ÌD mente. Abbiamo io questo Museo molte sta- 
tue , tutte rappresenuuti figure giovani e virili , 
tutte d' una bellezza sovrannaturale , e tutte va- 
liate secondo i caratteri e le diversitìi de' so^ 
getti, con tanta unità, che nessuna parte d'al- 
cuna potrebbe ad uu' altra adattarsi. Il primo ia 
sublimila di stile è l'Apollo: di forme meno su- 



pl. XLVII, D. 5 ) dalla lettera appunto, o da' pupillari 
gettati al suolo, che soglion veder*! nella maggior parte 
de' monnmenti che questa favola espongono ( Winckel- 
nann , I. cit. ). Questi pugillari medesimi m! fan cre- 
dere rappreieatato Ippolito io atto di renderli o alU 
madrigna o alla riudiice nella figura nuda che ha il 
cane a' piedi , del Dittico QuirinìaDO assai impropria- 
mente spiegalo dal Passeri ( Thes. Diptych,, tom. Ili, 
t. XVII, nell'appendice ) per una storia cristiana. Que- 
gli avorj chiudevano forse un libro d' attiche favole ; 
perciò Beli' altra fac<:ia v' è Enea in abito frigio con 
Didone da cacciatrice , come da Virgilio Jk descrìtta 
( AtH. IV, V. i37 e seg- ). Il lavoro non i peggiore di 
altri avori profani , come dell' Escniapio che pui ve- 
dersi nel tomo stesso, t. XX, nell'appendice. 



Do„,7cd,yGOOglC 



ao5 
liliali , ma pih robuste , è il Mercurio detto l'An^ 
ÙDoo. Pìii semplice. e meo forte è l'Adone che 
ora esponiamo: alquanto piìi agile è il Melea- 
gro. Più dilicato è l'Àvore, più molle è il 
fiacco. Tutti soD quasi ugualmente bellissimi e 
40rprendeDti> 

n pregio iu cui si distisgue il nostro Adone 
è sovra gli altri la maravigliosa bellezza degli 
omeri. Vedendosi questa statua, si comprende me- 
glio qaal sia quella giovanil venustà , onde co- 
^[lerse Minerva le spalle e'I capo d* Ulisse (i). 

La testa è ancor bella , e 'l volto avvenente , 
la fisoBomia non è però delle più signiBcanti: 
ed ecco un' altra ragione per ravvisarvi un eroe , 
cui più le tue fortune , che ^ouna memorabile 
impresa ^ avean segnalato (a). 

Osservaùoni deWautore pubblìtete nel tont. VII 
deir ediùene di Roma: 

Ho citata odia' quisouoposu nota (a) una sMiua 
d* Apollo esistente nel palazzo Chigi similis- 
sima nella mossa al preteso Adone j un'altra pa- 



(I] Onero, Od/ss^ Z, sen )ib. VI, v. 335. 

(a) Soa pn^ dÌMÌniD)ar>i per altro la lomma raiiomi- 
^lianEa di qneita figura col bellÌMin^o Apolline trovato 
negli (cavi Lanrenlini del li gnor principe Chigi. Se poi 
se ne debba argomentare identità di loggeito o semplice, 
imitaxioae , ne giadjcbi a tao piacere chi vorrà consi* 
derare ambedue queste inperbe «cillture. 



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306 

rimente simile , e co' simboH di Apollo , vede» 
cdiia frolle «utue deUa collezione Gioatlniaui , 
tom. I, UT. 5t; ulchè non debito che il nostro 
Adooe non sia slata «Dcor esso aoticameate oa 
Apollo. 

TAVOLA XXXIIL 

P K a s B o *. 

locomiDciamo dalla sutua di Perseo la storia 
eroica .- poichi il culto che fu presuto ad Adone 
assai generalmente ce lo ha fatto collocare fra 
quegli eroi che al paro d'ErccJee d'EscuU- 
pio furono posti dalla gemili^ nel rango de' numi 
La rarità del soggetto (i) accrescerebbe ^e^o 
a questo marmo sculto maestrerolmente , se con 
certezza potessimo asùcutare, che come ora è, 
così ancora fosse io antico l'immagine di quel- 
1* eroe. Ma i segnali che per tale il determinano 
' sono moderni , né v' era nell' antico un fbnda> 



* Allo palmi lette e messo; aensa plinto palmi lette. 
Fu trovato a Civitavecchia ne' fondamenti della caia del 
Cioccolanì. 

(i) Unica potrebbe dirai questa immagine di Perse» 
di tutto rilievo , poiché quella del palasso Laute citata 
da WiDckelniann nella Slor/a delle ani ( 1. V, cap. 3, 
$ 33 ) è tale, mercè il ristanro. Il braccio colla Gor- 
gone è moderno. Ha d'antico l'egida sulla spalla * che 
non conviene a Perseo, bensì a Giove o ad un Aagnstu 
deificato. 



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IO'} 

xnento abbastanza fen&o p^r dare alb sutua pih 
■<|Desti che altri auributi. MaDCaùte, com'era* 
•ciel capo, delle braccia e de' piedi', ood ofiriva 
all'osservatore veruo disdouvo. Parve notabile il 
braccio sinistro involto in un picciol manto , e 
^uasì nascosto presso il fianco. Una simile at- 
titodine ha il Perseo dell' egregio bassorilievo 
Capitolino, così effigiato come se celasse il teschio 
della Gorgone , perchè non fosse- fatale a chi Io 
l^oardava (i). Tanto bastò 'per dare al nostro 
MMilacro le insegne di Perseo, cioè le ali di 
Mercnrìo alle tempie, e la sua spada, harpe, 
alla destra. 

Per altro il panno in cni è avviluppato il brac- 
cio ànistro ood copre siouramente la Gorgone , 
poiché non ha; la sufficiente espansione per ciò, 
« non dà conto <che del solo braòcio. 11 manto 
ravvolto al braccio • manco è stato altrove' rilevato 
come un sìmbolo di Mercurio (a),' a coi beo. 
conviene il carattere delle membra nobile e ro- 
boato. Si è ancor detto che il coprire la sini- 
stra mano col mantello era proprio de' guerrieri, 
e de' cacciatori , ' e (ht T* erano alcuni piccioli 
manti non ^li ristretti per avventura del nostro, 
de' qtiali si coprivao le mani que' che rappre- 



(i) Museo Capitolino, tomo TV, tav. LXII. In una 
patera rìportaU da DempMero e da Pabretti , p- ^^^ , 
doT* é grafita questa favola co' nomi icrìtti, Perseo ha . 
una picciola sporta per rìporvi il Gorgone. 

(3i Tom. I, taV. VI e TU. 



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308 

BeoMVBDO sai teatro gU eroi nella gaerra e oeDa 
caccia famosi (i). Potevtf io tal caso appartanere 
la statua a Meleagro. 

Se taluno però peasaste ebe dou sdamente 
la denominazioDe di Perseo non ùa aUiasunM 
fondata , ma ancora la riguardasse come impro- 
pria pel carattere di disegno prescelto dall' arte- 
6ce, troppo sublime per un uomo, e proprìo- 
solianto d'un nume; ù ricordi che in alcuni 
luoghi gli eroi TeDÌTano adorati come numi, e 
fragli altri Perseo, che sembrò a' Greci averlo 
ritrovato io Cbemmi cittJt dell' E^tto a rìscuocere 
da que' popoli al paro delle piU vetuiie deità 
onori divini (3). 

La testa antica e non sua è di bel lavoro, e 
de poter piacer* altrove che su quél basto. Qui 
disdice alla dilioateBa del rìmanaDle, avendo 
un' aria grossolana , e lineamenti rustici , per ea- 
ser la testa d'un Fauno* alla quale i stato ag- 
giunto nelle ali qu^ cb' è suio tolto nelle orec- 
chie, eh' eran caprine. Simili inconvenieoà speato 
accadono ne' ristcnri pih per lUffidenxa delle aró 
nostre , du per pooa riflessione de' rìftanratoii 



(1) Polluce, Onomtut.flV, ti6-'E.(pa3rTÌgy ffwrrpeu- 
ftivtióv n ipoanxovv, 17 xopatvpovv , mpì rifv Teip» 
ttjijav ol 'XoXty.ovtnet; , 17 oi àiipoftei. V afaptidt è 
un picdol manto da avvolgersi, rogto o purpureo, eh» 
portavano intorno alla mano i guerreggianti o i caccia- 
tori. 

(2) Erodoto , Euterpe ^ >eu II , 91. 



DowcdDyGoOgIC 



aog 
Quando le proporaionì U comporboo, ^ ama- 
tori de' mooumeiiù fanno iaoestare pia volea- 
■ierì aUe statue una lesta antica qualoo^ne * olie 
«rdìnaroe ud| adattata e moderna : quindi tante 
heOe statue mancano di quella espressione che 
ne fac<a il miglior pregio, e che dovea. princi- 
palmente 9[nocare imI tuIio della Bgnra. 

Osservauoni deW autore pubblicai 
nel tomo VII deW edizione di Roma. 

Ciocché nella spiegazione di questa tavola di- 
cesi àt^V ephaptide dessi riformare secondo ciò 
^e ù k notato selle addizioni alla tav. XXIX, 
pag. 195 del primo volume. 

TAVOLA XXXIT. 

Meleagro ^ 

Abbondano nel Maseo Pio-Clementino Ì capi 
d'opera dell'arte, quelli che basterebbero ao- 
cor soli a render illustre uoa cittì, come scrisse 
Plinio delle opere di Lisippo- Il Meleagro di cui 
presentiamo il disegno è nna sutua inBtoJgMa da 
quasi tre secoli alla pubblica ammirazione' io- 
certo è il Mto donde fu dissouerrato- : volendolo 



* Alto palmi nove e meteo ; «eaift la pianta palmi 
Otto e once dieci. Fa acquittato dalla ta* me. di Gle- 
«enU XrV. 

Museo Pio-CUm. Voi. H, jf 



Dow.d,yCOOglC 



3IO 



altri rioTeonto sul!' Esquilino presso la bawlica di 
Cajo e Lucio , altri scavato fuori della pena Por- 
tese sovra il Gianìcolo ( i). Passò nel Musco, acqui- 
sUto dalla s. m. di Clemeoie XIV, ove si so- 
sùeoe a front© delle sUlue impareggiabiU di Bel- 
vedere (3) Coogiunge ad una superba scnhur* 
una mirabile integrità i non essendo maDcante che 
della mano sinistra , la quale non osò ristaurare 
Michelangelo. La clamide (5) che dagli omeri 



(i) Della prima opinione è Flaminio Vacca nelle me 
Memorie, u. 84, c^^e »• leggono nel IV tomo dell'edi- 
zione Romana del Mardini 1771, e Ve agginnU a qne- 
»to proposito una lunga noia: delia seconda i- 1* Aldo- 
vrandi, Statue di Roma, pag. i65. Era del famoso 
archialro pontiiìcio Francesco Fusconi da Norcia, su di 
cui si può eonsnlUre la beli' opera del piii volte lodalo 
signor abate Gaeuno Marini: Degli Archiatri Pantìji^j , 
voi. I, pag. 3a5. 

(a) L' Apollo , il Mercurio detto 1' Anlinoo , il Lao- 
coonte, il Torso, la Cleopatra, solevano avere pre«o 
gli artisti quesu indicatione prima che si formasse in 
Vaticano nn Mnseo di sculture. ; 

(5) Gli antichi sialuarj sogliono fornir di clamide le 
figure dì cacciatori ; oltre gli esempj addotti sopra ta- 
vola XXXI , pui notarsi quella dell' Endimione dor- 
mente presso monsig. Marefoschi, sUtua pr^ievole dis- 
lotterraU due anni sono nella villa Fede , gii vili» 
Adriana, a Ti\oIi. Il sonno è la caratteristica d'Endi- 
mione, come ne fan testimonianza i tanti bassirilievi , 
le pitture d' Ercolano' e i classici : 

ZaJtoTÒc yx9 nyiv ó tw àxpoicav vxvov ìw99v 

Ei^fuoi*. 

Da invidiar» a me ben sembra quegli, 



Do,:,7cdDyGoOglc 



311 

Va svolazuodo sino a con^ungerù col inanno, 
in che si vede scolpito ì) teschio del terribil 
cinghiale dì Calidooe, si è serbata intatta, non 
ostante che restì isolau in aria , e ridoiu a quella 
sottigliezza che può conveDÌre ad un drappo. 

U soggetto nOD è ambiguo : la spoglia del cin- 
ghiale non solamente lo dimostra un eroe cac- 
ciatore , ma quallo che liberò I' Etolia dalla fiera 
che la vendetta di Diana aveva mandato a de- 
vastare quelle contrade. Male adunque alcuni 
scrittori l'han nomato Adone , che del cinghiale 
anù fu la vittima (i). 

Meleagro è il pih celebre fra' cacciatori che 
rammenti il ciclo mitico j e *l suo nome stesso 
ci addita il suo trasporto aUa caccia (3). Non 



C%0 thrme in cupo tonno Endimione. (Salvìni), 
Theocrit., Idyl. III. 

(i) Tedaai il Gronovio, Thes, aniùjuit. Graec., tata, l, 
foL Ifnn. 

(2) Natala Conti deriva il nome di Meleagro dalla 
cara de' campi e dell' agricoltura , cioè da ftékei e da 
SfiVOf. Male: poiché non da' campi, Svpoy , ma benil 
dalla caccia, à/vpa^, doveva derivarsi il suo nome re- 
lativo alla ina ttoria, e alle qualità che si desideravano 
in qne' tempi ne' gìovaaì eroi. Spesso i avvenuto che la 
stmiglianza delle voci abbia dato cagione a false etimo- 
logie. Un' altra derivazione erronea della voce àpVOi 
è quella della parola 'Avoen^C, nome d'un magistrato, 
mensionato in una greca iscrizione delHoseo Itant: che 
ai vuole perciò aver tratto questo titolo da qualche 
agraria incombenza ( Biagì , Monumenta Graeca Musei 
Naaii , pag. 196 J. Il nome 'Ayptjiii « 'AjJDerò? , 



bo.i..vJ^),CoOglc 



fu per altro mÌDOr guerriero , come Omero ce 
lo descrive. Io que* tempi che le mal formate 



Agretas , bod è poi così nnovo né cosi strano come si 
pretende nel citato libro , e deriva chiaramente da 
àytipo , congrego , nel qaal verbo si sopprime volen- 
tieri il dittongo, sincopandoti, come presso Omero ìd 
à/ypó^evot per àfetpó^mt^ congn^aii, e in cento al- 
tri esempli. Ora d^peràc è lo stesso che àvetùeràc , o 
anche dveprài, colui che aduna: intendeuiiosi del piv 
polo convocato in comiij (ùexXl^tna); ó delie pubbli- 
che rendite ( wA»? 1. Qnesta idea ce ne dà Esicluo nel 
suo Lesbico , dove abbiamo ^hvpsjq, ( dativo ) Zwo- 
^toùrr^ ^ oi radunatole i poiché si dee legger così, non 
^iWaSspoidfJ , erroneo anche per consenso d' Enrico 
Stefano ; ed i commentatori che correggono la prima 
parola , tostitnendo àvpe^^ ad dypETO, fanno maggior 
Tiolenia al testo. Qnesta idea ce ne dà Senofonte men- 
zionando fH' 'ììcyraypsTai della repubblica Spartana {de 
reb. Laced. ) eh' erano i capitani de' soldati a cavallo , 
Q della gioventii, secondo che altri pensano, cosi detti 
ab eqiutatu congregando, àutif tov àyeipEit tovc ixxeif. 
(Vedasi Enrico Stefano, Tkes. Graec. ling. V. jrdwavpOV, 
e V. atìtwypBXal )• Questi Hippagreiae son rammentati 
in alcune lapidi della biblioteca del re, portate dal Pe- 
loponneso dall'abate Fourmont , edile nel tomo XV 
AeW' Accademia delle Iscrizioni f dove son tradotti erro- 
neamente Bjrppagretes invece d' Hìppagretes , e creduti 
esser guardie del re, quand' eran tutt' altro, secondo Se- 
nofonte ed Esichio. Quelle interessantissime lapidi tro- 
vate ne' templi sono memorie di voti, o di sacri&zj ese- 
guiti o sciolti per pubblica autorità , non già dichiara- 
zioni di guerra, come pensa fnor d'ogni ver is imi gli ama 
1' accademico francese- L' iscrizione per& del Museo 
Nani, estenda! awai singolare, ho pensato riportarla ^ui 



,y Google 



3i5 
società degli uomini avevauò ancora di jche te- 
mere delle belve troppo moltiplicate sulla terra 



colla mia interpretaiione, alquanto diverM dalla sipeata 
Del libro accennato : 

H lEPA OTnKEIA 
r. lOTAION ElUtPO 
AEITON ATPETET 
2ANTA TO TiS" ETOS 
KAI AONTA EKAZTO 
rEPONTI NOMHZ AH 
HAPIA AEKA KAI TAS 
ERNEA OrXI RATA TOJi 
nOMON AAAA AElnNI 
£A1NTA AAMHPaz 
KAI TH AEKATH l'ai» 
nOAIN OAHN TON 
EATTHS ETEPrE 
THN ANEZTHLEI» 



H* Ufià 'Ovìttiaieb 
VÓMf loèXun 'Exa^pó- 
9enOf à^peviv- 
aavra rò P<IA. hoSt 
xaì Sovra éxdffTf 

rapta 9é3ia, luù ràf 
hrea 9Vj(ì Ma/tà «òf 
wófiov àXHà denrW- 
9ttfm Xa^iXpQi 



.yGoogIc 



ÌDcoha y il valor nella caccia era una TÌrtii , cm 
onorava il pabLlico beae : né andava ordìoaria- 
i disgiunu dtir altre virth goerrìere- 



xóÀ,a> eXt^v. taf 
iavt^i èvepyé- 
TtfV àvéiTTtifftv. 
"ifl'pu^.wtt Yepwiai;. 

Sacra { nrbt ) Vpssia 

Caùmt lulium Epaphro- 

ditum magistrata Agre- 

tae funaum anno CLXXXXflII. 

fui' dtdit unicuique 

settatori prò distribMione dena- 

ria decem; et qui per novem dtes 

non prò more, sed splendide 

decima etìam die ( addita ) epalo 

uròem totam excepit; 

Benefactorem suian erexit. 
Decreto Senatus. 
lift traduzione edita i la ugoente: 
Sacra Vpìsina C. lulium Epaphroditum , ijui magùtralu 
functus est anno CLXXXXIIII , et dedU um'cuique sena- 
tori iuxta morem denaria decem et novem , non iitxta 
r^rem legis, sed epulum dedit splendide, et decima dvi- 
tatem totam, stutm benefactorem dedKavit, $eu honorcvit 
decreto Senaius. 

Circa la cittii dubito molto «e debba veramente riferirsi 
ad Opisina o Opisana, città di Tracia presto il moDte 
Bodope , quando il marmo proviene dal littorale del 
Peloponneso: né mì persnade qael che si snppone nel 
citato libro , che solent antiqui lapides bt Graecia huc 
'iluc commercU causta transjerrii ni piìt mì Kmhra pro- 



DowcdDyGoOglc 



ài5 

1^ eroe semlu-a riposarsi sulf asta , colla quale 

aveva ucciso la belva* e che fu da lui dedicata 



liabile di vedere in una mediterranea e il tlt della Tracia 
KATPETAS e i rEPOINTES, noii wati nella Spar- 
tana poliiia. Io crederei piuttosto che apparteneise a 
qnalche città greca del Peloponneso, il cui nome non 
ci sia staio tramandato da veruno scrittore, lantoppìii 
cbe sappiamo da Straboae ( lib. VIU ) essere stale al 
ano tempo , non lontano , come io credo , dall' epoca 
della epigrafe , otto città nella sola regione Pisatide , 
delle <{na1i non sappiamo i nomi, eccetto che di sole 
tre. Forse anche una piii accurata ispesione del marmo 
originale potrà darci un' altra lezione e un nome pid 
cognito, quando pure in quella OTIIHSIA non si na- 
sconda il nome ò'Opunte, ch'ebbe ancora una città del 
Peloponneso nell' Elide, e '1 cui gentile è 'Oxoeiatoi ^ 
onde potrebbe formarsi OTIOEISIA, poco lontano da 
OTnksiA ( Stefano Bizantino, v. 'OflToWf ). H (itolo 
di sacra allude a qnalche tempio, della cui religione 
ai glorìaTano gli Upeaini, ed è altronde un epiteto assai 
comune a' nomi de' luoghi: oltre le notissime prove pub 
allegarsi un epigramma sepolcrale inedito del nostro 
Mtueo del seguenie teuore : 

SI GBAVE NON HOSPES PaVLLVM REHORAIIE VIATOR 
SIC TIBI Srr FELIX QVOD PROHERATVR ITER 

me srrvs evdaemon scribonivs vnde reqviris 

FORSAN BVTHBOTE SACRA DOHVS PATRIA. 
V anno della magistratura è , secondo me , computato 
dall'epoca di Flaminino, cìoi della libertà della Grecia 
l'anoo di Boma DLVI, nel quale ne' giuochi Istmìci fu 
pubblicata con tanto plauso V autonomìa. Forse da que- 
sta epoca medesima dovrà contarai l' anno CCLXXll 
della iscrizion Hegarese, eh' i nel nuovo Tesoro del 
Muratori, pag. SSq, u. i. Certo che l'epoca d'Alessan- 
dro, alla qutde vuoisi quella tenia veruna probabilità 



Do,:,7cd'DyGoOglc 



310 

ad Àpolltne io Sicione (t). Di quest'asta ora aon 
rimangono che le tracce sulla piaota dove la sia- 



riferìre, non pai assolntamenle convenire alU nostra. 
Che le cittì greche abbiano contato gli anni Am qnel 
fcliciuimo avvenimento, li rende quasi certo ial vedere 
nelle medaglie di Laodicea nella Caria segnata l'vpoca 
della vittoria rontana sn del re Antioco , dopo la qnale 
fn data la libertà alle città greche dell' Asia , come ap- 
punto nove anni prima sì era fatto dopo debellato Fi- 
lippo da T. Quìdiìo FlaminÌDo colle città delia Grecia 
Europea. { VaillanI, Sum. Gr. in fine dell'opera nel 
capo che ba per tìtolo Urbes in qaìbus epochae }. Così 
molte città della Siria contarono l'epoca della vittoria 
di Pompeo sopra Tigrane , quando sotto l' ombra dei 
Romani acquistarono una specie d'autonomia, ( Veggaii 
il Horis, de epùch. Sjrrom<iced . ) Su questa ipolesi l'ao- 
Bo CXCIV cade ne' tempi di Angusta, cioè nell'anno 
di Roma DCCL, quando un liberto di Giulio Cesare, 
qnale io credo il nostro Gajo Giulio Epafrodìto , fu 
eletto in supremo miigìstrato di Upesia , ed onoralo di 
una statua. I pesi de' magistrali monicipali nelle feste 
e nelle liberalità pubbliche, si sa che divennero ecces- 
sivi ne' tempi dell'impero. In Upesia era questo costume, 
cbe il supremo magistrato desse per nove di nna cole- 
xione al popolo, o ad una parte di esso, peso forse reso 
piii sopportabile dalla scarsella de' citladioi. H nostro 
Epafrodito distribnì a' senatori dieci denari per ciaacaoo, 
e di piii aggiunse il decimo giorno ai nove di regalo 
al popolo , ni volle stare al prescritto dalla legge o 
dalla costumaniB, ma li tratti molto splendidamente: lo 
che gli meriti un simulacro col titolo di benefattore 
della città. La parola àréirtfioty, excitavit, enxft, non 



(!) Fausania, Corùuk., leu lib. II, e. 7. 



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ar7 
tua pota , e «ul braccio manco i la maDO ohe la 
atrÌBgeva è periu eoa grao danoo della compo- 
sixiuoe; poiché la 6gura pende alcuD poco dal 
lato «inistru , come se sulla lancia stessa sì ri- 
posasse (i): ed ora che manca (3) non sì com- 
prende più il perchè , né la proprietà dì quella 
pendenza. Tieo la destra pure in atto di tran- 
quillità e di riposo appoggiau sul fianco. 

Le forme del suo corpo sono bellissime : quan- 
tunque restino alquanto al disotto di quelle del- 
l' A polline , del Mercurio detto l'Antiooo e del- 
l'Adone , A nella sublimità dell* ideale , come 
nella eccellenza dell' esecuzione. La tesu però, 
ohe ha un' aria di beltà e di vivacità meraviglio- 
sa , è una delle più sorprendenti che abbia mai 



ammette il dabbio del posia't de' Latini , né ad altro pu^ 
riferirti, che all'erezione d' ana statua. Le parole TAS 
ENNE A , equivalgono a 9td jàc ^fiépat; twea, ciof 
per novem dies, con ellitti mollo nsuali nella greca «ìn- 
tatii. L'articolo TA£ vì >i aggiunge perche qne'nove 
giorni di pubblica festa erano dciermioati e itabiliti 6 
da legge, o da coniuetadine. 

(ij A.1 costume d'appoggiarti 'alla lancia, come foue 
il pili proprio ripolo de' guerrieri , alludono ì tegoentì 
veni d'Arcbiloco preuo Ateneo, I, 34 = 
*£y iopì (téf /iot iia4a p.ey.ay^èfii , èv dopi 3" oho( 
'lofULpixòc mfo S'è» 9opi KexXifiépoc. 
Sulla lancia mi dio, e sulla lancia 
Bevo f Itmarìo vino , e sulla lancia 
Le membra a ripoiar talor m' inchino. 

(a) Ora la mano colla lancia >i reitituìace dallo Kut 
tote poDtificio sig. Giovauni Pierautonj. 



,y Google 



3tS 

la scultara effigiate. D sopracciglio non è legnato 
con un coDtorDO ugliettte, come hacao usMo 
alcuna volta gli aDÙcbì per esprimere cosi il co- 
lor nero delle ciglia ; non esseudo permesso agli 
soiiUoii d' imiure altramente certi effetti di co- 
lori e d' ombre , che quantunque fuori della loro 
£icoltài si rendon pure talvolta unto essenùali 
all'espressione del soggetto , che non. potrebbero 
omettersi sensa tradire l'imitauone. Qui per al- 
tro la dolcezza di que' contorni ne indica, forse 
il color biondo , il quale «ccome non. rìsalia 
sulla carnagione tanto vivameoie quanto il nero, 
non aveva bisogno d' esser indicalo coli' esposto 
ripiego. Omero che dà sempre 1' epiteto di 
{oy^^òc, biondo (t), al nostro eroe, ha forse 
gtìidato in ciò l'antico maestro. 

Che diremo però della plttara di Meleagro a 
Delfo, che lo rappresenuva barbato (3)? Ifon 
ci farà certamente mutar pensiero sul soggetto 
del nostro marmo, giacché tanti monumenù che 
ci offrono senea dubbio or 1* una, or 1' altra cir- 
costanza della sua faticosa vita o della sua morte 
compassionevole , sempre io giovanili sembiante 
e sbarbato ce lo presenuno. Così in fatti conve- 



(i) Omero, //. B, v. 64a. Flavus è ietto da Giove- 
nale , Sai. 5. 

(3) Pansan. , PhodcOf sen lib. X, 3i. Sarà forie on 
Meleagro barbalo il busto col tescbio del cingbìale in 
capo, eh' è sulla poru a capo le scale del Museo Capi- 
toliao ? 



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319 

xdva ad un eroe estioto immaturamente nella pri- 
mavera degli anni. 

U caae che ha a' piedi, quantunque lavorato 
nello stesso pezzo di marmo , è molto inferiore 
al rimanente nella esecuzione. 

addizioni delC autore. 

L'ellissi delle due voci toc ed ^fiépai di cui 
nella noia (i), pag. 317 è tasto famigliare ai 
greci scrittori, che l'ho enunciata senza prove- 
A persuasione de' grecisti Dovizj vi aggiungo un 
esempio tratto da' versi d'un oracolo citato da 
Ateneo al lib. I. Risponde Apollo agli Ateniesi 
che gli chiedevano come guardarsi dalle infer- 
miti estive: 

'Ejxoai ftiv «]pò KVfòC) 3tai iutom rà^ (leTéxeita 
OÌm6 hi ffxtepo Aiovvm j^Mi^ai tarpo. 

yèrUi prima del Sirio , e venti dopo 

Jn ombrosa magion ti curi Bacco. 
Qni ù sottintendono , come nella iscrizione di 
coi ù tratta , le voci 9tà e ^(lépaf. 

^Ure osservOMÌoni delT autore pubblicate 
nel tomo VII. delT edisione di Roma. 

Nella nota (a) della pagina aia tornansi a ci- 
tare le iscrizioni Aroiclee, tulle quali ho gii in- 
dicad i miei dublij nelle addizioni alla tav. XTIII, 
pag. 14.8 dì questo secondo tomo. A proposito 
della iscrizione greca riportata nella nota stessa 
rimango tuttavia nel aeadroento che ho ivi èspo- 



Do,i,7.d.yGoOglc 



3ao 

Ito diverso da quello del P. Bugi io molti par- 
ùcolari : ma dou impugno cbe i manni scritti 
non TÌaggino sovente pei mari della Grecia , dorè 
sono impiegali per zavorra de* baslimenti. Quindi 
DOn sapendosi il luogo preciso dove l'iscrixioDe 
«DÙcamente fa posta , le congetture che sì pos- 
sooo proporre soli' epoca eounciatavi , non pos- 
sono avere alcun fondamento ahba&tanu fermo 
perchè si cangino io probabilità. 

TAVOLA XXXT. 

Gahihede **. 

La bella statua di Ganimede che ci si pre- 
senu, noD è cerumente la famosa di Leocare, 
uè da quella è imitata. U fanciullo era stretto in 
qneir egregio broiuo dall' aquila eoo unta espres- 
sione , che ben dava a divedere quanto preziosa 
fosse la preda , e che cura si prendesse di non 
offenderoe cogli artigli le tenere membra, an- 
corché riparate dalle sue vesti (i). Né il nostro 
i in tale azione efSgiato, né alcune delle esutenti 
unmagioi di Ganimede veggiamo che non sia 
nuda. H solo berretto frìgio é conservato del bar- 



* Alto palmi cinque e once sette. Fu trovato nella 
tenuta del Qnadraro fuori della porta S. Giovanni. 
' (i) Plin., B. N., XrXIV, ig, dice che Leocare icólpl 
l'aquila, senùentem tjt^ rapiat ih Gmgrmade, tt panen- 
tem wgmèus etiam ptr vesiem. 



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I>aneo Testìario che gli conviene (i): una sem- 
plice elanude vensioris gli pende dagli omeri , 
il baMon pastoriùo è nella sua manca (a), ed 
egli si piega in leggiadra atliuidine ad accarez- 
zar 1* aquila che lo ha rapito « già conteoto del 
sno novello soggiorno, e colle gambe in fan- 
ciullesca positura incavalcate' È scolpito in marmo 
greco con lai morbidezza , che molto non si av- 
ventura a giudicarlo un greco esemplare , tanto 
pih che delle ripetizioni (3) se ne incontrano 
per le gallerie , e fan testimonio della stima in 
che si ebbe il nostro , che ha lutti i caratteri 
d' ori^Dalitft. 

Quantunque la comune de' mitologi e de* poeti 
fiiccia rapir Ganimede o dall' aquila di Giove , o 



(i) L'uso di rappreientare gli eroi trojani e lidj col 
loro abito asiatico per distinzione da' greci eroi, fu se- 
guito da' greci artefici , né fu novità ifitrodotta da' ro- 
mani artisti , come taluno ha pensato ( Antolog. Rom. , 
i;85, n. XLVIII }. Oltre la presente figura di Ganimede 
acGenner«no altri argomenti in contiarìo scila spiega- 
zione delU tavola seguente- 

(a) Tirgil., Aen. V, v. a5a, lo vuole rapito nella cac- 
cia. Luciano, Dial. Deor.i lovù, et Ganjrmedis: lo de- 
scrive suir Ida menando vita pastorale. 

(3) Tale è quello del palazzo Lancellotii citato da 
Winckelmann , Storia delle arti del disegno , lib. \ , 
Gap. Ili, $ IO. Tali ancora sono presso a poco alcuni 
riferiti dal Gronovio, Thes. antù]. Graec-, t. I, fol. y-. 
D' una celebre Statua di Ganimede che si conservava, 
nelle sale annesse al tempio della Pace , fa menzione 
Giovenale, <S'iit. IX. 



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da Giove stesso cangiato ìd aquila per l'amore, dal 
sommo degli Dei concepito verso quel regal pa- 
storello : Omero lo vuol rapilo dod dal solo Giove, 
ma dagli Dei tutti coitcordi , a cagione della stia 
straordinaria beltà , per farlo degno coppiere del 
re dell'Olimpo (i). Le avventure del giovinetto 
veggoosi espresse nell' egregio cammeo Mediceo 
spiegalo dal Gori per Giunone che cerca se- 
durre Ganimede (a). La dea seminuda è Venere 



(i) Omero, Iliade T, a3a : 

xai òhtQbos Twpv^i^i 

0« dij ità^,XtffT04 fèvenù ^mró» àvòpóxov. 
tò» naì àv^psi^avro Steoi Aù òiyoyosveiVj 
KóAAeo; emxa, oio , h' àStavÓTOun (teteir^, 
E a Dio paragona&il Ganimede , 
Che /u il pia tei degli uomini mortali. 
Che h rapir gV Iddìi perdi' egli fiate 
Coppiero a Giove per la sua beliate ,■ 
Perch' egli fusse su tra gt ònmonali. (Salvinì)- 
Il nome di Ganimede deriva da ydfO( , allegria , e da 
(itlSéo , pensare, prendersi cura: conviene percii» al cop- 
piere degli Dei, che ha cura de' loro conviti. Quindi 
Ebe che avea il minitlero medesimo, fu ancora nomata 
Ganimeda, Pausan., Il, i5. Senofonte ( S^mpos. ), che 
vnol Ganimede rapito dagli Dei noti per la belle™ , 
ma per la virth, dà nn altro torno alla medesima eti- 
mologia , qua» valesse a significare colui che gode di 
pensare e di meditare. 

(2) Museo Fiorentino, Gemme, tom. II, tay. XXXVir. 
Ganimede è in quel cammeo copeno d' una specie dì 
celata o pileo veùatorio, e colla pelta al braccio sini- 
«tro , per indicare con quello scudo non greco che il 
giovinett» i uno straniero. i« «nnalure specialmente 



DowcdDyGoOgIC 



e non GiuDone , non effigiata gumnui dai greci 
artefici con sì poca decenza. Ella acearezxa Ga- 
nimede e lo istruisce ne' suoi nuovi desbni, 
mentre il fanciullo penùeroso appressa in atto 
di paerìle esitanza il dito ^a bocca « e Giove 
lo sta contemplando quasi nascosamente, mezzo 
coperto dalle grandi ali dell* aquila che uniscono 
mirabilmente la composiùone al tempo stesso 
che fan risalure col lor diverso colore il pregio 
del superbo onice > per la varietà delle sue tinto 
e per la sua orienul lucentezza ugualmente stì- 
matule che per 1' arte. 

TAVOLA XXXVI. 

Gahimkde *. 

Una seconda statua di Ganimede i quella che 
ci si presenta in questo rame ; dal che possiam ri- 
levare nn pre^o del Museo Pio-Clementino « 



leggiere li mavano aniicameate anche 
PanMn., lib. I, ai: e i cacciatori collo icodo >i vedono 
in antiche pittore, Pict. vet. tepuicri Natan. Bellorii, et 
Camset, tte-, tav. XXVIII e XXIX. Il vaso a* piedi del 
GaDÌmed« ìndica il *na ministero celeste. Possono ap- 
propriarsi al rappresentato sn questa gemma i versi di 
Anmssandride , ne' qaali Ganimede dice di se stesso: 

Paria con Giuao, e sialo con Ciprino. (Ateneo, II, a). 
* Alto palmi dieci; senta plinto palmi nove e «qcb 



,y Google 



qual è questo di oooserrarci due sicure imma- 
gini di quel favorito di Giove , deIJe quali sodo 
ccarsisMmì gli ahri muieij poiché il bel Gaoi- 
mede della galleria Gran-l>ucale tale è solunto 
per opera di Beovetiuio Cellìoi, che si com- 
piacque dar questa espressione e questo aiguìfi- 
cato ad ud tronco di statua amica dod solo prìvo 
d'ogni disùmivo, ma ancora di tutte le estre- 
mità (i). Grazioso nell* invenzione, disegnato con 
eleganza : non è però il presente marmo trattato 
con quella originalità , né con quella maestria , 
colle quali il precedente è scolpito. L'artefice, 
che da altro simulacro lo copiò , fu intento a 
conservare una ceru morlndeaza di tocco, e una 
giusta imitazione del vero : non raggiunse però 
quella nobiltà e quel sublime che solea impri- 
mersi nelle opere greche. Né ciò dee farci me- 
rarigUa, poiché la presente 'statua adomava o i 
pubblici o i privati edifiz) della colonia Falerìeose 
nella Marca , noo già le magnificenze romane. 
£ ben di rado nelle città municipali che non 
furon di greca origine si dissotterrano que* pezzi 
di scultura che testimoniano la superiorità degli 
aobchì , e fanno alle arti moderne meraviglia ed 
invidia. Sovente però queste copie medesime si 
rendono sommamente pr^evolì , conservandoci 
l'idea dì tanti capi d'opera dell'arte che la bar- 



(i) Matto Fiorentino, tomo Iti, tav. V; GeUini ndla 
ina yua, p. 365. 



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aa5 

Ixarie ^e' iecoH intermedj h« distraili, fra' nuali 
forse . avrà dovuto spiccare 1' orìgioale del nmu- 
lacro che ora abbiamo esposto. 

TAVOLA XXXTIL 

P A ai DE ». 

EnfraDore il lodato pittore attese accora alla 
statuaria t ^ rappreteotò Paride in broDto eoo 
tal, maestrìa , .cb? gU si conosceva in volto il giu- 
dice deUe Dee , l'aniante di Dena e 1* uccisore 
d' Achille (i) NoD saprei afTemare se da quel 
lirooso ij i\OBtro marmo derivi : bea può -assìcu- 
TBm cite U fifonomia di Paride è mirabile ; e4 
oltre una certa avvenenza . vi si distingue un ao- 
coi^mento misto d* ardire « «he ben conviene al 
carattere di quello infauslameoie rinomato Tro- 
jano. Di certo ancora può asserirsi che dalla 
greche scuole sia aiata inventata questa figura ; 
tanto è graziosa nel movimento , ben disposta 
nella situazione , nella forma, elegante, giusta 
Dell* espressione. Nò mì farà pensare iu- eootra- 



* Alto palmi nudici e once due ; mdu plinto palmi 
dieci e once sette. Era ^ìlt de' duchi d'Altempa, «d è' 
■tato pubblicato dal MafTei /ralle prìBcipali -slaiiu di 
Koma. . ..,,., j_ 

(1) P1ÌD., B. A', lib. XXXIV, f Simili (eattmonianM 
ci danno idea deMa ver^i^s^^fi^Be aliaj conswtva» jll, 
antichi. ^ ,, ._ , » <.» .^ m ■ , 

Museo Pio-Clem. Voi. II. i5 

Do,1,7cd.yGoOglc 



336 

rio 1* abito e '1 pileo frigio ond* i abbigliata e 
cópeno. IVon credo io gi& « come ud erudito 
scultore inglese (t), cbe questa vestitura sia stata 
dai romani artefici , gelosi di conserrare le tro- 
iane mode , la piima volta rappreseDiata. Soq per- 
suaso cbe cosi 1' efBglasser gli artisti , come lo 
descrivevaDO i poeti , e come lo rappreseutaTaa 
sii attori. Ma Euripide nel Ciclope (a) descrive 
Paiìde qual lo veggiamo nel simulacro con quella 
specie di calze ch'egli ^e^^wo;;, tkjrlacos y e 
barbara tegmina crunim ha chiamate Mavor- 
zio (5)> Di pib ce lo rappresenta col mento stretto 
dalle bende della tiara o pileo eh* egli chiauut 
xXoiòVt cloeon, onde ha imitato Virgilio l'iro- 
□ica descrizione di Paride nel IV dell* Eneide , 
dove ci vieo dipinto (4): 

Maeonia mentum mitra ^ crinemque madentem 
Subnexus. 



(i) Antologia Romana 1785, foglio XLVIII. 

(a) 0xhps, V. 181 e «eg. : 
T^ 9po9ÓTtv 17 «wc òvXÓKìic toc; mwtPiK 
JUpi tot» ffxeXot» ì9ovaa , mù tòp jytvno» 
"KZoiw (popovrta. X£pi (Uaov tòt àvjfjéva, 

Perfida I nel mirare il forestiero 
Co' variati gambali, e co' penJagfi 
Aurei f che a mezzo gli cingeaaa il collo t 
Fu tratta fuor di te perdutamenu. 

(3) Anihol. Latina t lib. I, ep. CXLTU, v. 1. 

(4) Vù-giL, Aen. IV, t. 341, «d ivi Servio cbe de- 



DowcdDyGoOglc 



JLiui taoto eraoo soliti i Greci a figurarsi Paride 
col pileo ani capOj che fralle varie lesioni del- 
l'Iliade c'insegna Eustaào che nel rimprovero 
d*£uore a Paride leggevano alcani (i): 

Ov fóp roi y^paiffy^n KÌ9a^K ta re 9Sp' 'Appo^kiji 
Non varrattì la mitrai e non i doni 
JX Venerei 

invece della comun leàone che ha xi^apt^y la 
cetra. Intendevano costoro pel xiSapiq il pileo, 
o mitra , o tiara frigia , detu anche cidaris da 
altri scrittori greci e laùni. Anzi è credibile che 
qnel coro di Frìgj introdotto da Bachilo nella 
sna tragedia intitolata: ^pvyei ^ i^ Avrpa : t FrÌQ 
o il Biscatto {pi) , a' quali egli stesso aveva com- 
poste le figure tutte della danza, fossero cosi ve- 
stiti , giacché nel teatral vestiario non lascia Po1> 
luce d' annoverare mitre e dare (S) , e , quel ch'è 
pib , ci rimangono ancora maschere tragiche in 
nurmo , in bronzo ed in gemme col pileo fri- 
gio sol capo , per tacere degl' intagli con greco 
nome (4)) e delle greche medaglie che ci pre- 



«crìre il pileo frìgio coti ritorto. Giovenale clic La detto 
nella nt. VI Pkiygia vestùur tacca tiara : allude alls 
ioggia accennau, o^ dovea perciò ripetersi quella frase 
in altro tenso dal moderno SetUno. De' lacci del pileo 
frigio vedasi Wìockelinann , Monum. l'neà. , n. ns. 
(i) Omero, Iliad. T, v. 54, ed ivi Eusia'ìo. 

(3) Ved. Caianb., ad MAen., l, cap. 19- 
(5) PoUnce^ Onomast. IV, 116. 

(4) Coli il Priamo col ^ileo frìgio, e col g- 



,y Google 



«entano con ul copertura dì capo le imnia^u 1 
di Frìamo e di Mida , e d* altri ìlluttrì frìgi dalle 
greche> favole celebrati. 

La simstra gamba del nostro Farìde attende 
UD migliore rìsareimento , poiché io quello che 
vi si osserva eseguito nel passato secolo è scor- 
ciata di -più once , rìportatovi il piede moderno 
non a suo luogo, come le tracce dell'antico an- 
cor sussiateuti il dimostrano. Quante volte si ac- 
cusa la mediocrità degli antichi artefici di que'difèt* 
ti intrvdoiti nelle loro opere da' moderni rìsuurì I 

n. nostro Faride ha la tunica succinta con lun- 
ghe maniche , sopra ha indossata la solita cla- 
mide, manto ch*i il piii ripetuto nell' aubco di- 
segno sì nelle figure divine, che nell'eroiche e 
nelle istorì<:he. 11 piteo non è allacciato sotto la 
gola per meglio scoprire il bellissimo collo del- 
l' eroe (i)j la destra presenta il pomo alla dea 



i'Aetbne , riportato dal barone Stosch. L* abate Bracci 
nel ripeterlo ne' ftioi Commentaria de antùiitis acaiptort- 
bus , crede quell' Aezìone il medeiìmo con l' altro cbe 
dipinie gli amori d'AleHaodro e Rossane, lenza veruna 
Teriaimiglìansa. 

(■) La gemma riporuta dal Winckelmann (lUonum; 
ùted. a. loo) lo rappresenu in atto d'allacciarsi il ci- 
dari o pileo , seppure quella lesta è di Paride e non 
rappresenta piottoito il dio Mitra , o il dio Mene o Luno 
venerata nella Frigia in qnelt' abito appunto ; come pos- 
sono far conghìeilnrare le stelle spane sulla tiara. Po- 
trebbe anche aversi per un ritratto del re Tigrane, la 
cui tiara vedeii nelle medaglie ornata di stelle e cinta 
del regio diadema , come pur nella gemma , e la coi 



bg„„vj.„CooQ[e 



330 

.. della bddi, U sinistra reggeva il baMon pauo- 
. rale appoggia al sasso del monte d' Ida , sa cui 
siede la figura assai propfiameDte. 



OsservoMioni deW autore pubblicate 
nel tomo VII deltediùone di MamM. 

Aila pag. 338 , nou (i) ho proposto la Cfm< 
getlora che F immagine ornata di diadema e tiara 
stellata , incisa io ima gemma e pubblicata da 
WÌDckelmaDD {Man. ined., num. loo), possa 
essere uq litratto di Tigraoe. L* effigie di que- 
sto re d' Armenia , osservata nuovameàte da me 
sa parecchie medaglie , smeousce questa conget- 
tura. 11 soggetto sarà probabilmente il Dio Ludo 
o Attide che è quasi lo stesso. 



iuoRomi» vi ù paò ravvisare. In tal caio converrebbe 
iQpporre che il greco artefice aveste dato alla nutra 
4e^ re dell'oriente nna figura alquanto pìb diaJDTolta> 
Dna uiU di Paride edita dal conte di Cajint , ha quelle 
itritce riprese sul pileo stesso. Queste osservasiosi pos- 
sono serrire agli artisti pel costume delle loro compost- 
sioui : giacché i pi& belli e i pih inlereisanti soggeui 
delle belle arti seguiranno ad essere per molti secoli ^ 
■•Goudo ogni appareosa, quelli della graca mitologia. 



,y Google 



TAVOLA 



A H A Z O M E 



Degna verameate dell' ammirazioDe di chiun- 
que ama ed onora le belle arti è l' AmazoDe che 
osserviamo. Se fralle celebri antiche, Amazooi di 
bronzo che decoravano il tempio d* Efeso ebbe 
il primo luogo la Sottrata di Policleto* ugual- 
mente senza contrasto fra quante dell* antichità 
ce ne restano la nostra k superiormente bella e 
mirabile. La bellezza d' una guerriera che ha 
saputa ideare ed esprìmere l'antico maestro, i 
piii sublime di quanto hanno immaginato i no- 
stri poeti delle Bradamantì , e delle Cloriode. 
Le più belle statue di giovani eroi non cì of- 
IrODO in nobili forme maggiore sveltezza o ro- 
bustezza maggiore ; pure la femminil ventistà non 
ne rimane alterata, ma dallo spinto di libertà 
e di ardire che in ogni lineamento traspare , 
si rende più straordinaria e pih interessante. 

Non k qui il luogo di rìtessere U storia ddle 
'Amazoai (i). Altrì ne ha ricercata la verità e 
r origine, e ne ha tentato le vere etimolo^e che 
han dato luogo a* Greci di fingerle senza la de- 
atra mammella; favola che Ippocrate stesso ha 

* Alu palmi noTej «ensa il plinto palmi otto e once 
tre. 

(i) Freret nelle Memorie deW accademia delle ùai. 
lioni e belle lettere , tom- XXI in quarto , p. 309 e *e|. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



a5i 
]^ vera adottala. È stato da altri ouenrato (i^ 
quel che ora fa d* uopo oiservare , che gli an- 
tichi artefici han bensì lasciau discoveru la de- 
lira pirte del petto delle Amazonì , exsertaf non 
però le hanno mai così stranameote mutilate, 
come le suppongono tanti scrittori. 

I^a nostra Amazoae sta in atto di piegar l'arco 
per Menare , e qoest* azione che dà molu eobilik 
e leggìadiia alla fignra è servita all' artefice per 
ostentare il sno sapere nello scolpire il bellis- 
àmo petto e l'ascella destra della soa Amazooe. 
Se da questa auone dovesse congetturarsi il soggetto 
della scultura, la crederei Molpadia che scocca 
]a fatai saetta contro d* Andope , già sua com- 
pagna, or nimica, dachè piti la beltà di Te- 
seo che -il di lui valore l' avean conquistala ^ e 
resa traditrice e avrersarìa della patria e delle- 
compagoe (a). Si vedeauo' dì tutte e due fuori 
d'Atene i sepolcri eretti nel luogo appunto ove 
caddero, la prima trafitta dalla compagna, la 
seconda vendicando Teseo la morte della prima. 
Questa favola vedesi rappresentala in una singo- 
br gemma Medicea, ove Teseo è in atto di sod- 
disfare uccidendo Molpadia il sno dolore e il 
suo sdegno per la morte d' Antiope , che v' è 
figurata moribonda e cadente, e sonori accen- 
nati nel campo alcuni sepolcri appunto per de- 



(i) Winclelnunn , Storùi delle arti, lib. V , cap. 
J aS dopo alui. 
(3) Paosanìa, Atlka, len lib. I, cip. 3> 



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ai!» 

termiaare U luogo della seeak * e reDdere meno 
eqiiivooft la rappreseatanka (i); 

L' Amazone dell» nostra sCatuà ha la faretra 
non sogli omeri , ma al sinistro fianco , 'della 
qua) maaiera di portarla sou molli esempiì (a^ 
La faretra slessa non è coperchiala dfKprfpélpiii , 
né rotonda, ma grande « pialla e scoperta, quale 
suol vedersi oe' trofei composli di barbare sptM 
glie. liA sua tanica succinta è scolpita eòo somnui 
elpganza, e si suppone già pieghettata per espri- 
mere quella cura dell* appariscenza unto essea- 
EÌale al carattere delle donne, di cui non po- 
tria farle dimentiche oeppure una educazioD mi- 
litare e virile. Sembra che il marmo del pan- 
neggiameuto sia stato segnato in antico di qiial- 
che tinta che più fa spiccare la candideua e 
la bellezza del nudo (3). 



(i) Uuteo Fiorentino, Gefttme, tom. Il, tsv. XXXI[> 

(s) Una Diana traile altre nella galleria GioilioìaDi , 

ed un'altra assai curiosa tlistotterraia recentemente , cb« 

dal lesso si riconosce uomo , e che io credo Giove trasfor- 

matu in Diana per sedur Callisto. 

(3) Plinio parla della dnumUlto (lib. XXXV, ^o), 
che daVaai da' pittori alle atatue, e cbe variamente j»> 
terpretaU , pur sembra cU« debba hiuqdetsi d' una tìnta 
o d'nca vernice. Forse varìavaii così ìl colore d'alcune 
parti della statua , come per esempio delle armi o del 
panneggiamento, e tale operaaione richiedeva il diacer* 
nimento d'nn valente maestro. Nicia, secondo Plinio, 
non bdegnava impiegarsi a tal pratica. L' opinione di 
Winckelmann [Storia deUearti, lib. IX, cap. im) che 
intende in quel luogo un semplice ritocco de* modelli, 
non tcmbia potersi sostenere. 



Do„,7cdDyGoOglc 



355 
XJe'gÌDX&ctfffia', ìé ganube e T pfedi dell' Ama* 
mone sooo prodigj dell* arte. £ notabile intonio 
ai sinistro {tiedè una legatura eolla suaBbbia 
deatÌDaia a reggere'un solò sprone xéptpor, se- 
condo forse il pib vetusto costume de' cavalieri ()), 
trasportato assai a proposito alle Amazoni , éhe 
secondo i moDumeod , sembran le priiué che 
abbian combattuto'a cavallo, mentre gli eroi del- 
l'Iliade non servoiui de* cavalli che pe* eoe- 
chj * da' quali sono usi pugnare. ' '' 

L' iscrìzioDe incisa sul piano orizzontale del 
plinto con queste lettere , TRANSLATA DE 
SCHOLA MEDlCORYIVI , rende il monumeolo 
«empre piii importante. Sarebbe da desiderarsi 
che nello stesso modo che ne segnarono le tras« 
lazione coloro ' iihe dalla Schola o Loggia^dei 
Medici la trasporià'rono all' ornato "ff altro" édi- 
fizio, ne avesse l'esempio seguito chi ebbe la 
fortuna di dissotterrarla. Wìnckelmann (a) fìi'il 
primo a leggere qtfeslT epigrafe sino a 'Idi non 
avvertita, ed il chiarìssibo sig.'abate Amddozz! (5)* 
uomo a meraviglia versilo in tognì gebere di let* 
teratura l'ha spiegata ed illustrata ibagistralménle; 
si riguardo alle le^gi che' proibivamo la trasla* 
ùone de' monumenti*, sì rìgflat-do'al vertì'bensò 
della voce Schola y che non già dee intendersi 



(i) "Virgìl. ^en. XI, T. ii4> 
(a) Monian. iited., pag. ^^1> 
(3J Monum. Maithofiorum , tosa. I, pag. 53, e t. Ilf, 



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a34 

nel nostro caso pel laogo ove si ra ad appren- 
dere qualche facoltà > ma piuttosto per un porr 
Uco o sala , dove le persone d* una certa pro- 
fessione , o ad un determinato corpo , o «oUe- 
gio appartenenti andavano a traaenersi it^oìm^sui. 
Questo significato della voce Sckola non è stato 
avvertito dal celeberrimo cav. Tirabosehi scrit- 
tore dell' italiana letteratora benemeritissimo , che 
da una iscrizione ove si rammenta Schola Medi- 
cortan , ha voluto iuferir I* esistenza di quel che 
noi diremmo scuole pubbliche di medicina (t). 

' Osservazioni dettautore pubblicate nel tom. yjj 
deW edizione di Roma. 

Aveva creduto che questa ^guerriera stesse in 
■Ito di piegar l' arco per saettare ; ma in occa-- 
aione di scrìver di nuovo su -questo simulacro 
«dito nel Museo Francese, l'bo considerata piii 
«ttentamente nel Museo Napoleone dove ora si 
trova. Mi son convinto che l'AmaKOne non tende , 
ina rallenta 1' arco : le, prove sono: le sue armi 
^ttate a terra ^ e. la mancanza delle frecce, poi- 
ché la faretra è chiusa. Penso dunque che que- 
sta Amazone sia stata rappresentau neUa sutua 
eh' esaminian^o come vinta da Bacco e rifugiata 
nel tempio di Diana Efesina ( Pausan. , 1. VII , 



(]) Siùria della leueratura tìal., 1. 1, )ib. Ili, psr.Ilif 
«•P- 5 / S 9. 



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355 

«. 3 ). Anuzoni in tale alato dovevaDO esser quelle 
che rappresentate io cinquanta sutae oma?8Do 
il porùco di quel famoso tempio- Forse la no- 
stra, ripetuta in altri antichi > ci rappresenta quella 
di Policleto che aveva riponau la palma su tutte 
le altre. Abbiamo ancora delle ripetizioni della 
statua di Desilao, la terza in merito fra le cin- 
quanu , e che rappresentava un' Amazone ferita, 
y. il tomo HI del Museo Francese. 

TAVOLA XXXIX. 

Laocooiits*. 

Soggetto tragico » espressione sublime , dise- 
gno meraviglioso , esecuzione veramente maestre- 
vole sono que' pregi che rilevavano questo grupr 
pò (i) sin da* tempi di Plinio sopra un popolo 
di greche sculture che allora esistevano, e son 
queDi che cagionano pur una dolce estasi in 
diiuncpie ■' «ccosu a contemplarlo collo sguardo 
istruito a distinguere il vero beHo , e colla mente 
awessa a tener dietro alla nobile fantasia degli 
artefici greci, colla quale esaltarono sopra i li- 
nùd della natura le arti che parean nate soltanto' 
ad esseme imitatrici. 



* Alto palmi otto e once nove; temi il plinto , palmi 
otto e once cinque. 

(I) Plinio, lib. XXXVI, 4. 



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3S6 

Laocoonte che osò * mosso dall* amor dell* 
patria , contrariare l' iatroduzìone del famoso ca- 
vai Durateo io Troja , e cosi opporsi a* destini 
che ne volevano la ruina , vedesi nel nostro mar- 
mo vicino a spirare con due giovinetti suoi figli 
fra i morsi e gli avvolgimenti dì due terribili 
serpi, che l'ira di Minerva, congiurata pili d'ogni 
altra deità a' danni di Troja, ha mandati a pu- 
nirlo d' aver solo veduto il vero , ed ardito ma- 
nifesiarlu avanti un popolo acciecato e sedotto. 
Egli era ancor più reo : spinto da im nobile pa- 
triotismo, avea sprezzata la volgare superstizione ,- 
e per far l' inganno evidente aveva violato con 
un colpo di lancia il fatai volo <U Pallade; al 
qual colpo. 

Jnsonuere cavee gemitumtjue dedere caverna (ty 
ma Troja non se ne commosse > e 1* eroe misera- 
mente peri (3). 



(1) Virg.i Jen. Il, V. 53. 

{a) Virgilio, Quinto Stnirneo ed Igino raccontafio que- 
lla favola tutti con gualcbe diveriìtà. Noi ci siamo al- 
teunti a Virgilio , come al piìt antico e al piii uBtionn« 
all' idea degli anelici del no*lro gruppo. Igino combina 
nel fatto, nw varia nel motivo, dicendo die parve ai 
Trojani una puaitione mandata a Laocoonte per aver 
colpito il cavai di legno ; ma che veramente fu Apollo 
che lo gaitigb, perchè essendo suo sacerdote aveva la- 
•ciata la vita celibe. Quinto Smirneo nel XII libro dei 
suoi Paraiipomeru, vuol che Laocoonte fosse punito da 
Palude colla perdila degli occhi , e poi con quella dei 
figli divorati da' serpi , i qnali per& rbpanniarono U pa- 
dre, che anxi eresse agli estt«tì figli un cenoufio. 



Do,:,7cdDyGoOglc 



=■37 
Da qaesu favola cod poco morale é risultata 
la piii perfetu tragedia che la scultura abbia 
espressa (i). Cosi può chiamarsi questo gruppo 
meraTÌglioso , dove la virili che soffre ingiusta- 
mente si è rappresentata nella piò sublime guisa 
che mai potesse idearsi. 

Va uomo del sangue de' re , anzi degli Dei , 
rappresentato io quella matura virilità , quando 
r anima è giunta alla sua maggior perfezione e 'i 
corpo non è ancor decaduto, è il soggetto della 
scultura. Egli muore, e d'una morte spaventosa 
e ferale, cioè da' morsi di due serpi divinamente 
susciuugli contro. Comprende che il suo delitto 
non è che un atto di pietà verso la patria, di 
cui non può fargli sentir rimorso oè la sua dis- 
grazia, né la disapprovazion degli Dei (3). Egli 
conosce la sua innocenza, eppure si vede espo- 
sto' a morire come un sacrilego nella opinione 
de' suoi conciliadÌDÌ : e quantunque preveda che 
il funesto evento dovrà giusùfìcare le sue cau- 
tele , questa idea congiunta colla distruzione della 
sua patria invece di consolarlo lo affligge. Tfè è 



(i) La Fedra di lUcine, il capo d'opera della tra- 
gica poesia, è fondata anch' etsa tu d'una favola o di 
neMunit, o di cattiva moralità, come è l' amore iacetinoao 
di Fedra, nel quale. i -cadsia la miiera per 1' odio che 
porta.V;a 1% .deaiVanoe alla, ana famiglia, la qnal forta 
divina e fatale avea. rei» vjvia ogni prova ch'ella avea 
fatto diviftcere la *na paHÌone.- 

(3) Quelle contraddisiaiù-son.prapEie -solamente dejlc 
falM, religioni^' ■. ' 



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358 

solo egli a patire : piti crudelmente cfae ì serpi 
che '1 mordoDo gli lacerano il cuore la com- 
passione e 1' amor paterno per due innocenti 
8Qoi fìgli , vìttime come il padre della vendetta 
di Pallade. Pur non si pente l' eroe del suo zelo, 
e prepone il testimonio della propria . coscieuza 
all' ira degli Dei e al)' opinione degli uomini, 
rtìente meno che questa sublime idea han vo- 
luto esprimere gli autori del Laocoonte , e l'haa 
Saputa raggiungere collo scalpello , piucchè l'e- 
loquenza non sapria fare colle parole- 

Siede Laocoonte suU' ara dove si preparava ad 
offrire insieme co' figli (i) l'infausto sacrifizio 
a ' Nettuno (a). L' artefice ha supposto , che as- 
salito da' serpi , sia cosi caduto a sedere. I suoi 
sforzi l'han liberato dal manto (3) che pende 



(i) Il Sig. Heyne nelle >ae Osservasionì antiquari 
■critte in tedesco, part. II, § i, p. a6ba il lui (rato con 
nn luogo dell' Ilìade A. v. 4^3 e 4^3 il costume de'tem- 
pi eroici , secando ìl qnale i giovinetti e i fanciulli 
assistevano a' vecchj sacerdoti sacrificanti. 

(a) Virgil. al I. e. dove non agguaglia nella detcriiione 
del suo Laocoonte la nobiltii e l' ìmportansa che haa 
saputo dare al loro i tre scultori di Rodi. Il confronto 
de' versi di Virgilio col simulacro ba dato al sig. Lessing 
ìl soggetto d'un interessante opuscolo tedesco intitolato: 
U Laocoonte , ove si tratta de' limili fralla poesìa e le 
ani del disegno. Debbo qnesta notizia al dottissimo ed 
umanissimo sig. consiglier HeifTenstein, il quale aggiunge 
alla sua ,emditione un finiiiimo gotto nelle belle arti, 
e tm sincero telo pe' lor progressi. 

(a) Alcuni ban credalo cbe lo scultore abbia sacrificata 



bo.i..vJ^),CoOglc 



«oli' ara atessa, e con questo ripiego la t^peatiia 
dello scultore si è procurato od maggior campo 
in quel meraTÌglioso ignuda La positura sedente 
è suta felicemente ideata e per esprimere che 
nel terribile assalto l' eroe non ha avuta forza di 
sostenersi interamente, e al tempo medesimo per 
lasciarlo in una situazione che glì permetta an- 
core qualche resistenza, e non lo mostri abbat- 
tuto. Tutto cospira a rappresenure un eroe che 
soccombe senza avvilirsi, perchè non si sente 
colpevole. La tesu non è china, anzi io auo ve- 
ramente energico» è rivolta al cielo, quasi rim- 
proverandolo della saa ìngiusdzia. Il volto è d'un 
nom maturo d' una sorprendente bellezza , ed ha 
impresso ne' lineameoti il carattere virtuoso del- 
l'animo: e quantunque alterato da violento do- 
lore , conserva un' aria dolce che tanto piti tote- 
ressa chi 1 mira. Ma nella fronte corrugata , e 
negli occhi premuti dalla pena, pili del dolore 
trionfa la compassione e per lo strazio presente 
de' figli, e per la disiruàooe vìcioa della sua 
patria. I capelli scomposti, come in chi s'agita 
fortemente, e per aver egli il viso elevato, la- 
sciano la fronte interamente scoperta : lo che dà 
all' aspetto del travagliato Laocoonte una cert' aria 



D costume al maggior rifallo del tuo sapere e alla bel- 
lc»a dell'opera. Questi non riflettevano alla circostanza 
che abbiam notata, e che Ìl costume convennonale dei 
tempi eroici e mitologici ammette di poco vestir le fi- 
gure. 



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34o 

di «areDÌtà in mezzo agli afTanni , cb' ò vera- 
tneoteil prodigio dell' espressione. 

Le bracci^, e le mani sono ia afiooe per li- 
berare, da* crudeli nodi de' serpi (i). e che stra- 
namente V anineODo , e pef allontaDame dalle 
membra i deoli micidiali : ma pel tempo stesso vi si 
scorge' l' impo^biliti della liuscita. 11 petto è 
goqfio e pe' dolori ch^ soffre l' eroe , e per Io 
sfoczo che. fa, e per le pasuotii cbe preme: il 
veot;^ dallo spasimo è contratto > tutte le mem* 
bra t^o all'eslremìtii de'. piedi sono .convulse. 
Tutto, però ne fa risaltare il carattere : il petto 
sollevato e .gouGo nobilita la Bgura^e la rfv^de 
piìi grandiosa e io , apppi'epza pib fo^le : l' iCstre- 
mità CQDiraUe. allontanano ogni idpa d'abbando* 
natneoio e di languore , e ci . rappreseo.taf^o lo 
stato di resistenza. 

L' egregio amore che immaginò questo mi- 
racolo deir arte , si propose le maggiori difficoltà 
da superare per giungere cosi ad un grado di 
perfezione , di cui non avean dato che pochis- 
ràm esempli i piii accreditati maestri (3). Egli 



ft) nie simul mani^uf tendit divellere nodot , 'Virgìl. 
I. e. V. aso. Non crederei percib che l' iniinagine che Ak 
Tirgilio di Laocoonte timìgU gran fatto alla nostra sta-. 
tua ; pit& chiarirsi del contrario chianque si prenda U 
piacere di legger Virgilio, e di confronUrlo col rune 
anneMO. 

(3) Un merito dello stesso genere sì etan fatti Pitta- 
gora e Ctesilao statnarj , i) primo col suo Fìlottete cti^ 
zoppicava ^ e face» provare a chi "l mirava la pena^^^el 



DowcdDyGoOgIC 



a4( 
▼die eongiuDgere coli' idea del bello e del no- 
bile I' espressione d* un' aDÌma oppressa da una 
pena mortde » e abbiamo accennato appena 
ÌD abbono le tracce che ba seguito per per- 
Teoirri : ba fatto ancor di pili , ha tentato di 
unire il bello colla espressione d' un corpo , il. 
qnale patisce, ed è in ogni ma arùcolazione al- 
terato e contratto. Per ottener ciò , sembra cho 
doveste alloounarsi dalle massime, colle quali 
la greca scuola otieueva la belleaza ne' linea- 
menti delle soe figure. Procuravano quegl'intel- 
Ugenùssimi artisti di simplificare le forme e di 
unire i contorni , esprìmendoli con meno linee 
possibili} e confondendone così saggiamente Te- 
stremila, che ciascun muscolo determinato nella 
ma figura, nel suo sito e nella sua azione non 
i sennbile che ndla sua totalità, senza, poter- 
sene segnare con precisione gli estremi, come 
accade nelle anatomie , e quasi ugualmente nelle 
megUo intese opere de' moderni. E quantunque 
nelle persone d' una certa età e d' un certo 
carauere pih fortemente del consueto gli abbiano. 



tao mooTcni : statas di bronui ; il aecondo col suo fe- 
rito, in cni li poteva comprendere qaanlo gU Testava 
di vita ì parimente in bronzo , Plinio XXXIV , 8. Ho 
chiamato il primo Filattete, benché Plinio ne taccia il 
nome, perchè ho per certa l'opinione del pìii volle lo- 
data sig. ab. Fea, che riconosce quell'eroe nel broneo 
di PitUgora. (WiBckcImann^iS'urùi deUe artiec; lib,IX, 
c.a,$ 5, (A)). 

Museo Pio-Clem. Tol U' i6 



,y Google 



343: 

espressi per ìinìtar meglio il vero « gli han sem- 
pre veUti di quella giusta carnosità che- uoiftce 
le parti e che nobjlìu il cooloroo , con una mae-- 
stria prodoua dalla pili profonda cogniuooe' del. 
vero e dal gusto più: sicuro nella sceha del bello. 
TSel nostro gru'ppo* ove le membra doveano rap-. 
presentarsi addolorate e convulse) la dislraùoDe 
de* muscoli che seguentemente ne deriva , sem- 
brava opporsi. a quella dolcezza e a quella unica, 
de' contorni , eh' è V arti6zio eoa cui conseguesì. 
la bellezza. Gli amori però hanno evitato queste 
difGcoltì colla scelta medeùma del soggetto. Pro- 
ponendosi da rappresentare un uom maturo, la 
figura per avere tutta la beltfa che è sua pro- 
pria, noD esige né quella morbidezza, né quella. 
rotondità , né quella unione che formano il ca-i 
ratiere d'una bella figura giovanile- Questa scelta 
ha lasciato gli artefici in maggior libertà : quindi 
per riuscire nel line proposto hanno alterato, le 
figure di quasi tutù i muscoli del torace , come 
in una violenta contrazione dee avvenire , enfiao* 
doli nel loro mezzo , e quasi riconcentrandoli in 
se stessi' Così han potuto esprìmere quello staio 
in cui la natura vicina alla sua distruuooe spiega 
tutte le forze quasi senza fine determinato : ed 
han trovato un certo ondeggiamento di contomi 
così ben variato di concavi e di convessi , situando 
quelli negi' intervalli . questi nel corpo de' mu-' 
scoli, che tutto fondato sul vero, dà un sor-p 
preudente ed un nuovo all' inueme , che non può 
r iminaginazion peirenirvi di chi non ha saziato 



,i„vj.„Cooi;[c 



Hi 

gli occbj io questa meraviglia liell' iotelligenza e 
del gusto. 

Se unica è oell'espresaione; se nel disegno 
ìoarrivabile, non è Tnéoo artifiziosa nella com-'* 
posizione questa egregia scultura. La figura del 
Ltaocoouie resta mirabilmente contrapposta , meur 
tre il destro braccio si stende per allonunare il 
serpe, ed il sinistro si ritrae per distaccarlo dal 
morso. Il destro braccio moderno h presso a 
poco nella situazione in cui dovette esser l' au- 
ùco (i)i poicbè se l'avesse ripiegato verso il 



(i) Del rìMaaro e della sitnazioDe del destro braccio, 
reggasi ciocché dice Winckelmano, Storta delle artiec.f 
lib. X, cap. 1 , ed ivi le note lì quelle de' suoi editori 
viennesi, sì le aggiuntevi nell'edizione romana dall' erudì' 
tissimo sig. ab. Fea. Si osservi perii che non dee at- 
tribuirsi il ristauro di terra cotta del braccio destro , 
che è quello che siegue ad essere in opera, al fian- 
diaellt, come si congettura nelle aggiunte fra parente» 
alla nota (i), pag- 344- H braccio di terra cotta con- 
viene certamente con quello della copia fattane da Bac- 
cio nella situazione, non perà nel giro de' serpi, e lo 
supera d' assai netl' intelligenia de' muscoli e di tutte 
le parti. È certamente uno de' piii degni ristauri che 
veggaoii attaccati alle antiche sculture. Sembra soltanto 
che in antico andasse più indietro nella superiore arti- 
colazione , lo che avrebbe accresciuta l' espressione e '1 
contrapposto della figura- L' opinione del sìg. Mejne , 
che lo attribuisce a Fr. GÌo. Angelo Hoalorsoli, non è 
an'atio inverisimile. Porse Pr. Gio. Angelo aveva prima 
abbozzato in marmo quello non terminalo, che il volgo 
attribuiva al Bnonarroti, ech'è stato gran tempo a pii 
ddU statua: poi mutando consìglio lo ritt&urò solamente 



,y Google 



344 

capo f come alcimi pensano , la testa non avrebbt 
cosi bel campo j e Tatiitudine terrebbe troppa 
simiglianzia con quella del figlio maggiore che 
gli è a sinistra, e che in antico aveva la destra 
cosi ripiegataperiscio^iersi da* serpenti, dod gik 
distesa in quell'atto insignificante in cui l'ha ùluau 
il moderno rìsuuratore (i). Di più T azione di li- 
berarsì da que' nodi mortali , chiede che Lao- 
Goonte stenda il braccio col quale ne afferra le 
spre quanto di più può, per vìe più allonu- 
Dare que' mostri dalle sue membra. Il figlio al- 
l' incontro ripiega la destra per dìscostare il serpe 
che già le braccia gli avvince; la manca tenia 
sciogliersi il piede , e '1 volto è tatto inteso ad 
esprimere la compassione per la disgrazia del pa- 
dre , cui egli guarda con tenera afflizione e con 
dolore del paterno meo sostenuto , e perciò piò 



in creta, seguendo certamente la mossa pensala dal Ban- 
dinelli , e nel resto assai mi gli orandolo. Ved. il douis- 
situff Heyne, Osservazioni antiquarie , par. II, pag. ii 
e seg. 

(i) Fu il Cornacchini che rifece di marmo le mani 
e le braccia mancanti de' figli invece di quelle che già 
.vi erano , forse di creta , come apparisce dalle stampe 
anteriori , fatte , com' è probabile , dallo stesso AJontor- 
soli. E d'avvertirsi che il destro piede del minor figlio, 
liccome è ricongiunto , noa è stato rimesso perfettamente 
a suo luogo, e che da una mancanza eh' è presso l'oc- 
cipite di questa figura medesima si può sospetUrc che 
la destra mano toccasse il capo. Q. Smirneo per altro 
dice che i figli (teadevano al padre le braccia, lÌb.XIL 



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a45 
propiio de' giovaoUi suoi aooi. L'altro figlio che 
é a destra, come d'eia piii faocìullesca , e come 
ai sente attualmente morder nel fianco , è tutto 
occupato della propria sciagura : si contorce ga- 
gliardamente; e intanto che col manco hraccào 
VDoI forzare il serpe a lasciar la presa , alza la 
destra e 1 volto io atto di chiedere soccorso e 
di lameoursi. Ma Laocoonte noi mira ; che se '1 
rìgoardasse, non potrebbe conservar nel dolore 
tanto eroismo. 

Tatto è condouo con indicìbile maestrìa. Ad 
alcuni i sembrato fuor di proposito 1' epiteto di 
mirabili che Plinio ha dato agli avvolgimenti 
de' serpi intorno alte tre figure. Chi però li con- 
aideri attentamente e rilevi l'arte con cui legano 
la composiaone , la disposizione delle loro spire 
che lasciano scoperte quasi tutte le giunture prin* 
cipali de' tre corpi , la scelta del momento in 
coi mordono il padre e uno de' figli, e il secondo più 
mortalmente del primo; finalmente 1* artifiào col 
quale mentre uno ferisce Laocoonte e 1' altro il 
fanciullo eh' è a destra, tutti e due tengono stretto 
il padre e l'altro figlio eh' è ancora illeso; chi 
lotto questo maturamente osservi , troverà che non 
meno delle altre quesu parte dell'invenzione ha 
diritto alle lodi e allo stupore degi' ÌDielligenti. 

L' antica situazione del gruppo sembra che do- 
vesse essere stata molto pili bassa. Vi sono dei 
segui iudubiutì che dimostrano gli artefici non 
•verlo inventato perchè si vedesse dal sotto iu 
siL Se noi ce lo figuriamo posato su d* im sem- 



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^46 

plice plinto è qnau a tèrra , allora comprende» 
remo la ragione perchè l« gambe di Laocounte 
nella pane eh' è immediaumeote sotto le spire 
del serpe non siano perfettamente polite. Lo stesso 
dee dirsi delle parti disotto de' piedi. La testa 
del padre nella presente collocazione è mezzo 
perduta. La corona d' alloro che gli cinge le 
chiome non può vedersi senza salire sul piede- 
stallo (i). La bellissiraa espressione della bocca, 
aperta piti al rimprovero che alle strida , si perde 
affatto. Il volto del minor 6glio sfugge ancor 
esso. La gamba del maggiore , che misurata è 
alquanto piU lunga di quel che dovrebb' essere , 
se fosse pìii bassa del punto di visu scorcerebbe 
e comparirebbe proporzionata (a). L* occhio io 

(i) L'osservi il Maffei, clie la fpce incidere nel rame 
iSiatue éi Roma tav. I), poi la verificb il cb. sig. abate 
Fea (Storia ec., tomo li, pag. ì^t (B). Avendola di 
nuovo esaminata ho trovalo esser d' alloro. Pui conve- 
nire a Laocoonte come a sacerdote A' Apollo , secondo 
Igino. Anche Nettuno i coronato d' alloro nelle greche 
monete. 

(i) Da quel che dice Tilmvio suU' artificiosa disngua- 
gliania delle colonne , «econdo ì varj punti di vista , si 
pui arguire che ciò che dai moderni è chiamato scorrezione 
nelle parti delle figure, fosse presso gli antichi arte e re- 
gola di scuola; essi cercavano il bello, dovevano perciA 
prima contentar l'occhio, e poi badare alle misure, la 
gintteiza delle quali inUnlo è valutabile nelle belle arti 
in quanto serve ad ottenere verità e beliesza nell'iniìta- 
xione. Qnesia giustezza dunque è un oggetto secondario, 
e gli artisti debbon procurarla tempre ìo apparenza, sa- 
crificandovi talvolta la realtà. 



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a47 
s'omma abbraccerebbe ' meglio tntle le parti della 
con^poaaiotie e tutù i tratti della espressione , « 
nulla dì quell* ÌDÌmiiabil lavoro sarebbe perduto 
«IfammirazioDe de' rigaardantì. 

Se tanta è dunque l' eccellenza di questa scul- 
tura classica , non doviamo inàraTigliarci ' di Pli- 
nio cbe l'ha decantata come la più degna pro- 
daùone d'eotraoibe le arti del disegno (i). Ve 
n'eran forse delle piti venuste, ve n'erano delle 
pih elaborate in ogni lor parte: ma non ve n'era 
alcuna chcginogesse a quella sublipiitk e forza 
d'espressione, che agli occhj di Plinio, nomo 
di' vivacissima famiasia , ne costituiva forse il 
princtpal merito. E sarem ben lungi dal cre- 
dere, vedendo che le figure de' 6glÌ, quantun- 
que egregiamente inventate e ■ scolpite » non 
giungono alla perfezione della principale « ohe 
qualche negligenza , quale ì pili dotti sguardi 
T'hanno appena potuto osservare, escluda questo 
divino . gruppo dalla prima classe delle opere 



(i) PlÌD. 1. c. Dopo aver nominati gli scaltori più illu- 
stri della Grecia, soggiunge: JV^c multo plurium fama 
est, tfuorumdam clarilati in operibas eximiis obslante nu- 
muro arti/icum, quoniam nec uiias occupai gloriam, nec 
plures parìier nominari possunt -, sicut in Laocoonte , qui 
ott in Titi imperatoris doma , opus omnìluis et piciurae , 
et stataavìae ariti praeponendam. Ex uno lapide eum, et 
Uberai, draconumque mirai/ilcs iteius de consilii senten- 
ti,! fecere summi aiUfices Agcsandcr , et Polidorus , et 
Àtlienodorus Bkodii, Similiter palatiitas domos Caesarun» 
rapUvere probatissiniis signis. 



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!t43 

degli ODÙchi maesiri che od tem{K> esisteuero , 
e meiu qualche dubbio q sulla ideotilk del mar- 
mo lodato da Plinio , o sulla sÌDcerilà delle lodi 
di quello scrittore. Il silo dove nel principio del 
XYI secolo ' fu rinvenuto il Laocoooie , coincide 
troppo bene eoo quello ove Ìl Ialino enciclo- 
pedisu l'aveva osservato (i). Può ancor vedersi 



(i) Fu trovato a' tempi di Giolio II nelle fabbriche 
aanesse alle tenne di Tito, nella nicchia che ancor li 
mostra, da un Felice de Fredis sepolto nella chiesa 
d'Araceli , ove ne) in» epitaffio si legge registrala qoe- 
Sta avventurosa scoperta. N'ebbe per compenso i daij 
della porta S. Giovanni , che gli furono commutati poi 
da Leone X in un uffizio vacabile. I documenti di que- 
sto insigne acquista sono stati prodotti dal eh. sìg. abaie 
Marini nelle sae Iicritioni Altane, pag. ii , noia (s). 
Qui è da avvertirsi che il sig. Heyne nel ciUilo opu- 
scolo mostra di credere che il Laocooute non fosse tro- 
vato nel suo sito antico, non potendosi dire che un sot- 
terraneo delle terme di Tito fosse il palazzo di quel Ce- 
sare, n^ un luogo proprio a sì nobile artificio. La lon- 
tanauM da Roma dovrk forse incolparsi di due equivoci, 
ne' quali cosi dicendo cade quell'accurato scrittore. Il 
luogo presso alle terme di Tito, ove si vede ancora la 
nicchia del Laocoonte, non era in antico un sotterra- 
neo , ma un soggiorno ornato di pitture , ove si potea 
collocar degnamente qualunque statua. Che poi Tito 
avesse in Boma altri palazzi, non esclude che ne avesse 
ancor uno presso le sue terme: anzi che realmente v'e- 
sistesse una dimora imperiale, pni credersi su di qual- 
che assai valutabile congettura. V anfiteatro Flavio avea 
ceriamente un ponte che lo congiungeva alle terme di 
Tito; cii appare dalla numerazione degli archi segnata 
BulK chiave di ciascun arco del primo ordine, e su di 



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finUe niftiie delle terme: e del palazzo dì Tiio 
la Btechia , dove aDÙcamente era posto. Né l' e»- 
ser «embrato di un sol pezzo » quando è formalo 
di cinqae (i), paò cagionar Terana esiuoza, 
giacché d* un pezzo agli occ^i apparisce de' ri- 
gaardanti, né può coovÌDcerai del contrario , 
te non chi a bella posta salga ad esaminarlo 
troppo > dappresso. Che se il i^idizio di Flioio 
DOD pnò averù io conto di. quello -d'un profes- 
sore, uou erudizione aveva egli nelle bella artìj 
che non u sarebbe avventurato a lodare con tutla 



uno solo da quella parie interrotta , ove 1' orma appari- 
sce da qoalclie attacco d'altra fabl>rÌGa. Questo ponte 
vedesi anche tulle medaglie originali e geauine, dov'è 
coniato l'anfiteatro. Ora questo ponte non' li sarebbe 
fatto, le oltre )è terme non fosse stato in quella gran 
fabbrica anche un soggiorno degli Augusti. Considerando 
all'interno del colosseo le vicinanze di questo arco di 
comunicazione, sì vede che dava 1' accesso ad una spe- 
cie di loggia ornata di stncchì, che si sporgeva sin so- 
pra i cunei delle gradinate , ed era evidentemente la 
loggia dell' imperatore. Se donque si rende quasi certo 
che nnito alle terme fosse un palazzo imperiale; sePli-' 
nia ci dice che il Laocoonte era situato m aediius Tilt 
Caesaris; se fu rinvenuto, come tntti attestano, presso 
quelle terme dentro una nicchia ben ornata d'un atrio 
terreno elegantemente pitturato, a che giova dubitare 
d'un trasporlo di questa scultura, o della situazione di 
quell'antico palazzo? 

(i) Mengs, Open, tom. II, pag. g, la e a5. Tre per 
altro sono i pezzi principali, delle due commessure dei 
^■ali s'avvide Michelangelo il primo, cone vuol Maf- 
fci , Raccotu di stata* , uv. L 



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aSo 

quella energìa un' opera che dod pasHsse presso 
gli scrittori stessi dì belle arti per un' opera di 
prim' ordine, né avrebbe dato agli autori di quella 
il glorioso titolo di sommi artefici , quando per 
tali non fossero stati generalmente riconosciutL 
£ invano si obbietta cbe Agesandro , Polidoro 
e Atenodoro da Rodi autori del Laocooute dod 
ebber la &ma di Fidia, nò di Prassilele ; giac- 
ché lo storico si fa carico di questa obieùone, 
e ne attribuisce Ìl moùvo all'aver lavorato in tre 
qavllo stupendo gruppo , onde uè potessi nooti- 
nare un solo seiua iogiustiiia , né tutti e tre 
senza fastidio della memoria e della favella. E 
invano ancora si obbjetia qualche difetto di pro- 
porzione specialmente nella lunghezza della <fe> 
atra tibia -del maggiore de' figli (i): poiché noi 



(i) QneitB ofservacioae è di Mengs, Opere, tom. Il, 
p. cit. Il sig. Heyoe cbe ha criticato le figure <le' figli 
come troppo picciole, non ha riflettuto che' così ti sup- 
pone la favola : 

. . . . . . parva duorum 

Corpora nalorum ■■ 
dice Virgilio. Aati dee ouerrarsi che nelle miniature 
del Virgilio Vaticano, i tìgli di Laocoonte aon due bam- 
bini, e il padre non i veitito cbe d'una sola clamide, 
non piii ampia di quella che ve desi nel nottro marmo 
gettala roti' ara, mila qual «iede Laocoonte. Queste mi- 
niature, quantunque eseguite nel' V secolo, soo pur 
tratte da' migliori originali , come Io provano le stampe 
del Santi Bartoli, che con un poco di corretìone ag- 
giuntavi le ha £atle comparire bellissime. L' egregio sig- 
caTalier d'Agincour ne darà alcune copiate dagli origW 



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non Tediamo i] gruppo ìd quel sito ove mirarsi 
dorea secondo l' intenzione e la desùa'azione de- 
^i artefici ^ e il lavorar le statue per certi de- 
terminati punti di vista era un accorgimeDlo noa 
trascurato nelle greche scuole. 

Per altro se più celebrità non ebbero questi 
egregi scultoti di quella che Plioio loro tributa , 
fu però in somma fama la scuola Rodia; e se 
nella dottrina della favella si prepose da molti 
all'Attica stessa, non fu meo celebre in quella 
delle arti imitatrici della natura.. L' elogio che 
Pindaro fa nella. sua Ode a Djagora delle Ro- 
die sculture (i), mostra la celebrità che queste 
otienaero nella Grecia in un tempo che la ce- 
lebrità era la seguace soltanto d'un merito straor- 
dinario. Riguardo a* nostri scultori una epìgrafe 
Della villa Albani mostra che Atenodoro era 6- 
glio d'Agesandro, e il Wiuckelmana con arbi- 
traria conseguenza estende questa relazione an- 
che a Polidoro (a). E da notarsi in quella ìscrt- 
tionc il Durismo della voce AdAiNOAiìPUS , 



naii con somma esattetia nella sua vastiuinui ed ulilìi* 
«ima opera sulla Storia delle belle arti, da' tempi di Co- 
stantino lino a quelli di Raffaello, che Ìl pubblico pre- 
venuto della sua instancabile accuratczia, come delle 
tanto estese sue cngnìtionì, aspetta con angieOi' 

(i) Pindaro Olympionicae , ode VII, epod. 3, ove lo 
Scoliaste aggiunge , the àpiarot yò/> ste/JÌ ti^V toP 
dvdptónav xatoinuv^v oì '¥ó9iot. / Rodiesi sono i 
pia eccellenti nel far le statue. 

(a] Marini, fscrisioni delle ville e palazzi Albani, p>i73- 



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Jlthanodoros « che natio alla beUezu del carat- 
tere può dar luogo a* nostri artefici in un* epoca 
piii corrispoDdente alla loro abilità, che quella 
del romano impero , sotto del quale taluno li 
ha registrati (i). Lo «ile de' paoneggiamenii beo 
intesi nelle pieghe , ma poco variati , e privi di 
certa studiata - eleganza che fu la foriera della 
decadenza delle ani , è un' altra prova della più 
remota antichità di quest* opera , che mi senabra 
per questa ragione anteriore all' Apollo. Final* 
mente non è da trascurarsi l' oaservauone che 
questo groppo non ha mai avuto quel poIÌ- 
mento che suol darsi colla pomice alle opere 
terminate per renderle lucide , e che soglion 
avere le altre più insigni sculture aaiiche- Se Je 
figure cosi lasciate non appagano tanto 1* ocdùo 
col loro splendore , prendono migliori efieid di 
chiaroscuro , ed imitano il vero fedelmente. Il 
. famoso Fauno Barberino è tratiaio nella stessa 
guisa. 

Giulio Secondo fu quello che adornò di sì 
prezioso monumento il suo giardino Vaticano , 
che ora incorporato al Museo Pio-Clementino 
forma la scuola del gusto e il tempio delle arti. 

(i) Mengs, lom. II, pag. 9 e «g. Per non tradire la 
verità, il dir di Plinio di quecti artefici, che Palatina! 
domos Caeiarum replevere prohatissimis sìgnìs , potrebbe 
far credere che non li snpponesse anteviori al romano 
impero. Qoesto argomenio però noo rilevato da altri, 
Don mi sembra gran fatto concludente , attesa la varietà 
e ricercatezza di frasi affeiuta da Plinio. 



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355 
Osservazioni deirautore pubblicate net tom. VII 
dell' edizione di Roma. 

Ho notato alla pag. iSa che il nome di Aie- 
nqdorOf udo degli arteGci a' quali dobbiamo il 
IjaocooDte , è scritto doricamente ; ed ho con- 
cluso da questo doriamo che l'artefice era an- 
teriore, al tempo de' Cesari: l'argomento non è 
giosio. Vediamo tutto d\ de' dorismi nelle leg- 
gende delle medaglie greche battute ad onore 
de' Cesari. 

È da notarsi che parecchi scultoK, avem ad 
esaminar 1* anùco , hanno scoperto molta analo* 
già tra 1 fare del Laocoonte e quello del Faòno 
dormente de' Barberini, trovato già presso la Mole 
Adriana. Un'altra analogia nel movimento del 
capo e del collo si riconosce fra k figura prin- 
cipale del gruppo, e quella del Centauro hax-- 
Lato della villa Finciaua, che è simile ad uno dei 
Centauri di Furieiii cavati dalla mine della villa 
Adriana. 

T A'V OLA XL. 

D 1 o o n E *. 

Su che fondamento questo simulacro trovato 
senza la testa e senza l'estremità può attribuirsi' 

* Alta palmi quattro e once Ire, longa palmi cÌDqne 
e once cinque. 



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a54 

a Didose ? U lettóre dee essere istrutto dì quelle 
riflessioni e di quelle congetture che m' faaoDO 
persuaso a pubblicarlo sotto il nome di quella 
jamosa reioa. Ogouoo che per poco ue^i sludj 
aia versato dell' Àoliquaria , dovrà ammettere che 
un qualunque siasi mutilo simulacro senza di- 
stintivi e senza caratteri può con somma certezza 
determinarsi , quando apparisca non essere sen- 
nonché una replica d' altro monumento che ci 
sia restato più intero , e che conservi quegli 
attributi che bastano a contrassegnarne il sog- 
getto. Ora la nostra statua può- dirsi un dupli- 
calo d'altra che si conserva nel palazzo Barbe- 
rini, nella quale ìo credo aver sufficienti segnali 
per potervi riconoscer Didone. Prima però che 
li sottoponga al pubblico giudizio, debbo premet- 
tere che non paja strano se mi discosto per 
questa volu dal sistema abbracciato di cercar 
nella greca mitologia la spiegazione delle anti- 
che rappresentanze. Non avrei certo rinlraccìau 
neir Eneide la interpretazione di questa 6gura 
senza tre motivi. Il primo è il perfetto rapporto 
della statua col racconto di Vligilio : il secondo 
lo stile che piò a* posteriori tempi conviene che 
agli anteriori; il terzo finalmente è la certezza 
che abbìam di Macrobio (i) essere state le av- 
venture dell' Eneide , e quelle specialmente del- 
l' abbandonata Didone, il piò frequente e iJ piò 



(i) Sdiurn., lib. v. t 



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355 
ncereato soggotio de' pitiorì e degli seoltorì dopo 
'Virgilio- Ora ia questo sapposto , quando né lo 
stile della scultara ci trasporti al più floridi o ai 
piti vetusti tempi dell'arte ^ oè le apparenze del 
simalacro al proposto argomento ripugnino , s^ 
rendei^ la mia opinione molto probabile. La sta' 
tua Barberina ci presenu una donna sedente 
come su d* un gradino , e di dolore att^gia- 
ta , ansi dì disperazione. 11 mediocre scultore non 
pa& aver inventato Qoa tanta e si naturale espres- 
sione , o da migliori originali l' avrfc copiata, o 
v' avrà trasportata quella d' altro soggetto della 
greca favola, che eseguita da insigne scultore 
poiea tradursi nel suo. I buoni pittori moderni 
che hau trattato questo argomento ton molto 
luo^ dalla nobiltà della situazione della Didone 
B arberina. Ma non è già la sola afflizione se- 
gnata nel volto di quella statua che la & rico- 
noscere : né la spada Trojaca che stringa, poi- 
ché il destro braccio anche in quella é moderno: 
ma beDs\ la singolarità d'essere qual Virgilio de- 
scrive la moribonda Elisa (i): 

Unum exuta pedem vinclis. 

n simulacro ha visibilmente un piede ignudo, 
r altro nel solito calzare allacciato. Il poeta così 



(i) Virgil., Mn. rV, v. 5i8. £ noUbile che i) piede 
•calco è il manco, come aveva già congetturalo «lover 
essere il dotto gesuita de la Cerda ne' suoi commenti a 
Virgilio. 



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^56 

ce la rappretenta studiosa d' ^ODlanare col finto 
apparato di magiche cerimoDÌe ogni sospetto 
cb'ella attentasse atla propria vita- E lo scultore 
ne ha seguito esatlameute la narrazione perchè 
il suo soggetto si dislingiiesse al primo sguardo 
fra Unti decantati suicid) che funeBian la stoiia 
delle eroìne. 

La Didone Barberina se avesse, come ebbe 
in antico , la spada nella dèstra io atto dì fe- 
rirsi, sarebbe la piti evidente rappresentanza di 
quello stupendo episòdio col quale il latino 
Omero ha mostrato che se cede al Greco nella 
regolarità del poema, nella grandiositli dell'im- 
maginazione e dello stile, non gli cede peiò 
ne! trovare le vie del cuore. Il giudizioso poeu 
non solo diletta maravigliosamente con quella 
favola i. leggitori, ma dà una orìgine mitoto|^ca 
alla mmicizia di Roma e di Cartagine, parte la 
piii strepitosa della storia romana; e con ciò 
rendeva il soggetto del poema di maggiore ìm- 
porunza pe'suoi contemporanei. I Romani d'al- 
lora doveao rammentare Annibale e Canne , 
leggendo quel verso veramente sublime ed ini- 
mitabile, posto in bocca della moribonda Di- 
done (i): 

Exoriare aliquis nostris ex ossihus ultor. 

La statua Barberina sta in atto di pronunziarlo ; 
non così la nostra per aver adattata una testa 



(i) Luogo cit., V. Qiì. 



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annca di tutt'tltro argomenio, e quiodi sema 
la coDfeDienie eypressìoDc I piedi sodo imitati 
dalla Barberioa uno calzato e l'altro no, e la 
man destra è fatta per sostener il pugnale. La 
SGttliura della Vaticana era certamente migliore: 
vantaggio troppo compensato dalla tanto minore 
conservazione. 

TAVOLA XLI. 

Sardànapalo *. 

Questo singolare , anzi unico monumento , non 
è suio ancora considerato dagli eruditi con cri* 
lìca sufficiente. "WincLelmann , che lo ha pub- 
blicato il primo, non ha bastantemente, a mìo 
credere, schiarite le nostre idee sul vero sog< 
geuo del ùmulacro (i). Il mio parere è molto 
diverso A da quello di Winckelmano , si dal co- 
mune. Lo sottopongo al giudìzio de' leggitori , 
dopo aver fatto considerar loro la statua con 
tutte le sue circostanze- 

È effigiato nel marmo un uomo , il cai volto 
maestoso e sereno i decorato da una lunga e 
coltissima barba che gli cade sul petto artifi- 
ciosamente sparsa e disposta. I lineamenti della 
tua fisonomia sono puramente ideali , naso greco 

* Alto palmi nove e messo; *enza il plinto palmi otto 
e once dieci, 
(i) JUonum. ùied. , nam- i63. 

Museo Pio-Clem. Voi. li. 17 



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a58 

e quadrato (i), 90?raccigUo rìlevato e tagliente. 
Id somma è il ritratto stesso aisai ovvio Dell* an- 
tica scultura che a Platone da' nostri maggiori 
solea attribuirsi , e che vedasi ripetuto su di tanti 
ermi. I capelli pih della ' barha acconciamente 
dìsliibuiti gli cadono in parte su d' ambe le 
spalle, divisi Ìo due lunghe e beo pettinate cioc- 
che ; la maggior parte rimane femminilmente rac* 
colta sul collo, e stretta da un'alta benda, che 
tutta gli circonda la testa. La mollezza e la gran- 
dioutà dell' abito corrisponde al lusso della sua 
capigliera. E vestito d'una larga tunica sovrab- 
bondante ancora in lunghezza a foggia delle tea- 
trali , composta di souil drappo , forse di bisso 
pieghettato minuumeute: è poi avvoltò in un 
pallio del pari ampio e magnifico che tutta la 
figura circonda e copre, lasciando fuori soltaeto 
il destro braccio , che da quel che rimane d'an- 
tico apparisce sollevato in alto. II manco è po- 
sato sul fianco « e resta involto affatto nel manto 
stesso > il quale forma sul petto nn doppio rav- 
volgimento (a) , ed ha nella sua falda segnato 
in greche lettere: CAPAANAnAAAOC , Sarda- 



(0 ah pai) assicurarsi, non ostante il ristanro , esi- 
stendone il principio antico. 

(a) Parte dell'antica politezza era il sapersi ravvolgere 
il pallio con buona grazia àpa^dXXtff^ai «iT(^e|*a (Pla- 
tone in Theaeleto ). Alcuni credevano dì poter travedere 
un indizio del costarne e della coltura nella diveria ma- 
niera d'adattarselo indouo. A.len. I, cap. 18. 



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aSg 
napaUos. Tanto è bisuto perchè da tutttì si ri- 
conoscesse, oel simulacro il lussurioso re di Ni- 
niye: e ben sembrava convenieote al soggetto 
e *1 maestoso portamento , e'I grandioso vestiario* 
e la coltura della chioma quasi donnesca. Cre- 
sceva nel volgo l'evidenza dell* opinione , perchè 
la statua trovala ne' ruderi d' una villa Tuscu- 
laoa (i), era situata in. una nicchia che veniva 
da quattro femminili statue sorretta» le quali 4 
guisa di Cariatidi facean le veci di colonne > o 
tal compagnia era ben conveniente al costume 
di quel voluttuosissimo re. Feriva ad alcuni la 
fantaùa la sìmiglìanza del volto della sutua prin- 
cipale co* volgarmente creduti ritratti di Platone; 
e siccome quel filosofo da qualche taccia di 
mollezza non ai^dò esente, sospettavano diretta 
io quel moDumeoto una salirà assai dispendiosa 
al divino filosofo (3). Winckelmana che non dii 
retta a questo parere, dottissimo eh* egli era, 
non SI nascose alcune incongruenze della co> 
mune opinione , e fralle altre rilevò quella della 
barba . che il decantato Sardanapalo solca ra- 
dersi ogni giorno 1 come solito abbigliarsi don- 
nescamente ; la qua] per altro apparisce nel 
personaggio rappresentato nudriia con gran cura 
e disposu. Immaginò per tal motivo che spet- 
tasse il simulacro ad un pilt antico e sobrio 

(t] Ora nel territorio di HoDte Porzio. CamBDCmente 
li crede il sito della villa di L. Vero. 
(a) Tedast Wiockclinaiiii al luogo cit. 



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a6o 

Sardanapalo rammeotacoci da Snida (i). Neasnoa 
di tali opinioDÌ mi sembra tanto foodata ds 
poter reggere ad no ragionato esame della scultura. 
II molle e celebre Sardanapalo dod può essenri 
scolpito e perchè la luoga barba alla sua siO'^ 
ria DOD corrisponde (a) , e perchè di fatti le 
greche medaglie ce De rappreseniaD l' immagine 
qual era ìd Àochialo sul sao sepolcro, nella 
quale beo si discerDe il meato sbarbato (3). Né 
può abbracciarsi il sentimento di chi lo voU« ud 
ritratto satìrico di Platone: oltre le ragioni rile- 
vate in contrario da WinckelmaoD , V unico fon-' 
damento della simiglianza coi ritratti di quel fi- 
losofo riman distrutto dalla ricogniEione del aia- 
cero e genuino ritratto di Platone, assolutamente 
diverso da* creduti volgarmente, da noi ripor- 
tato ne) piìmo tomo (4)> L' opìoione di 'Wìnckel- 
mann non è affatto probabile , poiché non è ve- 
risimile che tanti ritratti e simulacri ci sien per- 



(0 Suiila Lex. v. I.ap9ava/xa?.o^. 

(a) Diodoro, lib. II. 

(5) Veggansi in Begero Thesaur, Brandemhurg., tomo f, 
pag. 507, e in Haym, Tesoro Briitan. I,pag. Ha. Hon- 
sigQor Onorato Caetani possiede nella sua ikca Dattilio* 
teca due medaglie di Tarso con questo sepolcro o ceno- 
ta6o di Sai'danapalo. Le ho diligentemente eiaminate) 
ed nna se ne darà incisa nella tar. B, nella spìega&ione 
della qnale si schiariranno i dnbbj di Gronovio ralla 
vera rappresentansa di quel tipo, e li esaminerà l'opi- 
nione di monsitiur Freret , che aKtiYc quel sepolcro ad 
un terzo Sardanapalo. 

(4} Tavola A IV. num- 8. 



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26 1 

veoaù à' un priocipe (i), la cui stona rimaneva 
isoiau da quella de' Greci e de' Romaoì , e le 
cut memorìe quasi ignote ai vetusti auDali si li- 
cavaoo a gran pena ed assai dubbiamente' da 
qualche notizia indiretta. 

Io penso che prima di dar nome alla statua, 
•ecoodo l'epigrafe che poru incisa, dovesse con- 
ùderarsi se la figura stessa ha caratteri tali che 
possan determinarla ad un argomento incompa- 
libìle colla iscrizione , nel qual caso dovremmo 
avere quel nome CAPAANAIIÀAAOC o per uta 
antico errore , o per un' antica impostura. Ori 
il soggetto del simulacro è per sé notissimo , e 
può dimostrarsi altro non essere che il Bacco 
vecchio o barbato, assai familiare alt' antica mi- 
tologia (3). La stessa figura precisamente scor- 
giamo ne' hassìrilievi detù volgarmente Cene di 
Trimalcione , dove un corteggio di Sileni e di 
Fauni la contraddistingue per Bacco (3). La stessa 
co' simboli Dionisiaci del nappo e del tirso amr 
miriamo nel superbo intaglio in topazio del Va- 
ticano (4) : la stessa appoggiata ad un Fauno è 



(■) Venunente freqnentissimt sono gli ermi con ritratto, 
e ve ne h^ de' beiti in qnati tutti i mnsei. 

(3) Se ne tratta a luogo cella Storia delle arti ec. , 
lib. Tj cap. 1 , § 33. 

(3} AJmiranda , tav. LXXI. 

(4) BuoDarroti^ Osservationi sopra alcuni medaglioni ec^ 



Do,1,7cdDyGoOglc 



a63 

io un bel vaso etrusco riportato <Ia!I*Haac«rvilIe ( i )r 
la stessa sa d*un iucomparabil cammeo presso 
il sig. JeDgkÌDgs rappresenta il simulacro di Bacco 
fralle offerte de* suoi seguaci , la stessa è scol- 
pita io UD vaso e in un sarcofago del palazzo 
Farnese (3) io mezzo a Baccaoti , la stessa fìoal- 
menie su cento altri monumenti Bacchici è fre* 
qneatissìma. 

Ni solo è la 6gura per se determinata a rap< 
presentarci uo Bacco bai-bato , ma per tale con- 
£ermaola quelle circostanze che pib debbono ri- 
levarsi nel simulacro proposto. La sua nicchia 
era sostenuta da quauro statue muliebri, e un 
simile accompagnamento aveva Ìl Bacco vestito 
di Sicione(5). Il numero di quattro corrisponde 
alla tradiàone dell' anonimo , che assegna quat- 
tro donne al oume Tebano (4-)- La sola circo- 
stanza contraria sarebbe l'epigrafe. Ma qual peso 
potrà avere quando contrasta coli* evidenza del 
soggetto ? Il Nettuno equestre in Alene avea 



(i) Tomo I^ tav. CIV. 

(3) Il sarcofago si trova inciso <la Marcantonto. 

(3) Pautan. Corinth. seu Ub. II, cap. 7. Ho detto ve- 
stito perchè la statua era d'avorio e d'oro, or le statue 
siffatte non eran onde. 

(4) L' ADonimo de increàibiUbus , cap. 16: Téauapat; 
9è vvvàiKa^ e7vat avrò à3eX'pài 9tà tò téffaapoi 
rpoxài èy«y ara» iiera^oXàf ròf oivov. Dicoao che 
Bacco aboia con se qaailro donne sue soreUe f perchò 
quattro appunto sono le conversioni^ per dir megto i 
cangiamenti che subisce il vino. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



365 
VD* Uciizioaé che gli dava altro nome- (i), ma 
che noD trattenne Pausaoia. dal riconoscerlo per 
IVettuno> Le iscrizioDÌ erao fallaci, e a' simula* 
cri delle Pretidì io Sicione (a), e a quegli stessi 
di Temistocle e di Milziade io Atene ($)■ La 
itatua d'Oreste nell'Erèo se si leggeva l'epigra- 
fe dovea dirsi rappresentaote Ottaviano Augu- 
sto (4)- E non trovaosi delle immagini simili 
con iscriùoni contraddittorie 7 La stessa testa che 
in Campidoglio ha il nome greco di Pindaro * 
nel Museo Pio-CIementiuo ha quello di Sofor 
eie. 11 bassorilievo di tre figure che in villa Pia- 
ciao* ha i nomi antichi di Anfiooe, Zelo ed 
Antiope , in una replica a Napoli ha quelli d'Or- 
feo, Mercuiio ed Euridice (5). Se dunque le 
false epigrafi non impedivano i greci aniiquarj 
dal decidere su migliori indizj del vorp soggetto 
delle immagini, non debbono esser d'ostacolo 
neppure a noi per detern^inarci contro 1' epigra* 
fé , quantunque salica , su piii forti e più evi- 
deab moùvi. £ se il soggetto della nostra sta- 
tua t certamente un Bacco barbato , come lo 



(t) Pautania, Attica, seu lib. I, cap. a. 
(a) Lo stesso, Corìnih. , seu II, e. g. 

(3) Lo stesso. Attica, seu I, cap. ifS. ^ 

(4) Lo stesto, Corintk., seu li, 17. A Micene nel teni* 
pio di Gìnnone. 

(5) WÌDckelmann , Monum. ined. ec, pag. 114 anno- 
vera altri soggetti dov'eran dnbb) gli antiqnarj antichi 
e dove le iscrizioni non seguivano I' opinion più proba- 
bile. 



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a64 

provano unti siroil! e non equivoci mÓDumeDtij 
r iscmione che lo vuole un Sardanapalo* quan» 
tanque antica, non sarà gennioa. Di faui seni- 
bra posteriore di molto alla scultura (i). La da, 
plicazione del A non è conforme alla pib esatta 
ortografia , e le forme del C , dell' A * del A e 
del A (3) se hanno qualche esempio in mona- 
menti prìms dell* era cristiana , ne hanno infini» 
temente pìh dopo ì tempi degli Antonini. Quindi 
la buona crìtica insegna che se non debbono 
avvicinarci 1' epoca d* un monumento che abbia 
tutti i segni d' anteriorità f servono però a con- 
fermarci neiropiuione della posteriorità d* un al- 
tro che già ne somministri non leggeri sospetù. 
Che se mi si chiedesse qual può essere slata 
r origine di questa falsa denominatone , e sa 
l'impostura o l'ignoranza l'abbia segnala , non 
esiterei d'indovinare i motivi che abbiano in- 
dotti io errore gli antichi espositori delle più 
antiche rappresentanze. Sembra che tal sorta dì 
gente si moltiplicasse verso il tempo degli Ao- 
tooioi a misura che andavano ad ofTuscarù le 
vecchie tradizioni (5). AUor fu probabilmente che 



(1) Anche r epigrafi dell' arca eli CipMlo » aacorchè 
tcritte Bastrophedon, erano meno aniìcbe delle figare che 
ÌDclicavaDo. Pauian. , Eliac. I, teu lib. V, cap. 19. 

(3j Itegli originali hanno la desua lineetu cnperior- 
menlc prodotta e ripiegata. 

(3) Spello li rammenu Panaania, e spesso ti Ugna 
della loro scarsa perizia. 



Do„,7cd,yCOO<^lc 



365 

ì posseisorì gradirono averà' scrìtti i Domì delle 
loro statue (i^ Colui che dii alla oostra il oome 
di Sardauapalo cadde io un errore conforme a 
qaeUo de* moderoi àntiqoarj che faan dato ad 
una figura simile il nome di TrìtnalcìoDe. 

leggendo esagerau in Petronio la crapula e 
la delicatezza di questo soggetto, gli hanno at-^ 
trìbuite quelle immagini che rappresentano un 
nom barbato immerso ne* piaceri e nelle gozzo» 
TÌglie , senza badare alle 'orecchie fauuioe e alle 
code dette figure del suo corteggio, che facil- 
■neoie l' afrebber contrassegnato per Bacco (a). 
Gli anùchi, presso i quali erano io proverbio^ 
le cene ed il lusso di Sardaoapalo (5), con si- 
mile oscitanza I* avranno riconosciuio io quelle 
rappreseouoze , e quindi nella nostra statua , che 
alla 6gura di que* tanti bassìrìlievi perfetiameote 
simiglia. Tanto pili Jàcileera 1' equivoco, quanto 
la statua di Sardanapalo in Anchiale dalle statue 



(i) L'epigrafe del famoto Cicerone di Hatteì, qnan- 
tunqne antica, non i sincrotia alla scultura: anni il ca- 
rattere par che l'aacrivi al terzo secolo dell'era cri- 
stiana. 

(a) jiàmiranda , tav. LXXl , ove pn^ vedersi la spie- 
gazione lottoposUvi. Quel soggetto è assai ripetuto ; ol- 
tre il bassorilievo della villa Negroni eh' è il pili bello» 
ve ne ha a villa Albani due repliche , ed ona su dì 
nn* ara o piedestallo assai cnrioM del Museo FÌo-Clenaea- 
tino, che verri spiegalo a suo tempo'. 

(3) Giovenale, sat. X, r. 3€a. 



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d6$ 

Bacchidie QegH attiibati forse noe differiva (t). 
Può congelturani che 1* errore avesse tra ulte- 
rìor motivo > del che ci avrebbe lauo certi la 
cODservaàoDe del destro braccio. La statua di 
Sardanapalo aUava la destra colle dita disposte 
in guisa da une uno scoppio , col che s' indi- 
cava ciocché schìarivasi dalla sottoposta iscri- 
Etone« che tutto fragli uomini è vanitìi, fuori 
de* sensuali piaceri : quasi volesse dire che tutto 
il rimaoeote neppur valea quel nulla che indi- 
cava col gesto (a). Ora una simile attitudine ed 
espressione «i dava dagli antichi ancora alle fi- 
gure Bacchiche , come la bella statua di bronzo 
d'un Baccante ubbriaco nel Museo dì Portici 
lo comprova (S). E siccome in espresuone per 
lo più voluttuosa soieano essere tali figure bar- 
bate di Bacco j la nostra per avventura avea la 
mano , che cerumente era levau in alto , ap- 
punto in quel gesto- Faci^ cosa dunque fu al- 
lora il confonderla coli' immagine di Sardana- 
palo, che per quel gesto era nota, e lo scri- 
verne il nome suU* orlo del pallio , allontanan- 
dosi dall' usanza ordinaria (4)' 



(i] Vedasi la spiegaiione delU tav. B in fine de] pre- 
sente tomo. 

(3) Ateneo, VIIC, 7, Strabone XIV. 

(3) jintichità tT Enolano, tom. VI, de" Bronzi li, !>• 
Vole XLII e XLIII. 

(4) I nomi de' soggetti delle itatae si reggono per lo 
piii scritti nel plinto, così la nostra Hncmosine riportata 



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a67 
Per qnel che riguarda l' arte il nostro Bacco 
iMurbato è UD pezzo degno di qualche studio. La 
voluttà e la moUezza nell' età adulta dod possono 
esprìmersi né con maggior aentimento né con 
maggior dignità. Il corpo non solo é dilicata- 
meote pasciuto , vestito e colto , ma l' anima 
atessa mostra quella stupida contentezza d'una 
persona abbandonata a' piacerì , e che oon ne 
sente rìmorsi. L' aria del volto i però gran- 
diosa e nobile , qual si conviene ad un Dìo , 
e la £sonomia lo mostra capace dì grandi idee. 
Può dirsi veramente un dio d' Epicuro ineb- 
briato ifi piacerì , che però non giungono ad 
alterarlo, e spogliato dì tutte le cure. I capelli 
sembrano stillanù di preziosi balsami , e l' abito 
è eseguito con una somma verità d' imitazione , 
e composto con ottimo gusto. E da notarsi la 
manica del braccio ' destro , il cui princìpio 
é antico , ed è beo diversa dalle consuete : non 
saprei assomigliarla che a quella d' un Bacco 



Del nostro I tomo , lav. XXVII , coti la Gianone Lanu- 
v!aa del Hnieo Capitolino , l' Euripide di villa Albani , 
il Posidìppo di villa Negroiii, che l'hanno nella parte 
anteriore. Nel palano Spada v'è una slatna di filotofo 
senia barba in atto di profondo pensiero, la cui epi- 
grafe scritta sul destro lato del plinto i sul Gne corrosa, 
ma dalle lettere conservate sembra denotare Aristotile , 
a cui l'appropria ancora il mento raso secondo l'uso 
de* Uacedoni, che lo distingue dagli altri filosofi. Per 
altro de' nomi scritti sulle tessere de' vestimenti si fa 
menziooe dagli antichi : ni mancano esempli nelle pit- 
tare de' bftjsi tempi. Vedasi ìu di ciit il Ciampini. 



bg„„.d.yG00glc 



a68 

barbalo, o d'nn sacerdote sotto le sembiaoie 

del nome, dipioio sa d'uà beUiBÙmo raso (i). 

Le statue feramÌDÌU che aceompagDaTano Ja- 
Dostra figura si eoDsenraoo a villa Albani , ove. 
servono di Carieùdi. Mancavano del capo e delle 
braccia, ma sono state nsarcite in attitudine di 
Canefore, seguendo l' ìudicazìoDe delle braccia 
medesime. La scultara però del Bacca è di gran 
langa superiore a quella delle figure accessorie. 

OsservaùorU delT autore pubblicate 
nel tomo VII deWedisione di Roma. 

Alla pag. 364 aveva detto che U doplìcaxione 
dell' L nel nome SardanapaUos non era seconda 
la vera ortografia di questo n<une. Comunque ù 
trovi più comunemenle scritto con una s(^ L , 
debbo qui osservare che l' altra ortografia non è 
perciò meno buona né meno antica: è quella 
che ù ha nel testo di Erodoto , I. a , e 1 5o , e 
che è sostenuu dal Wesselingio nelle note a quel 
passo. 

Debbo aggiungere altresì , per ispiegare come 
il nome di Ssrdanapalo sia stato scritto su 
di un simulacro che non rappresenta questo re 
d' Assiria, che ul nome era divenuto quasi un nome 
appellauvo di carattere volaitnoso ed efTeminato. 
che è appunto il carattere che gli antichi da- 
vano a Bacco , specialmente quando era , come 

(1) Hancarville, tomo I, lav. LXXXIU 



Do„,7cd,yGOOglC 



309 

• u> (|Desto simulacro , rappresenuto barbato e ri* 
▼e«ùto della tunica detu bassaride , secoodo che 
ne fànDO fede i basùrìlìevi che ho mentovau in 
questa spiegaziooe. La prora di ciò che avanzo 
è tratta dal Queroio , commedia scritta nel quarto 
secolo dell* era volgare ed attrìbuiu erroneamente 
a Plaoto. In quesu commedia il nome di Sor- 
danapaUo disùngoe un personaggio dedito alla 
crapula ed effeminato. Arìstoiàne stesso aveva già 
adoperato questo nome poprio quasi nel me- 
deumo senso. AveSi v. losi. 

M. Monges dell* Istituto di Francia lesse soni 
sono ana dissertazione su questo simalacro , nella 
quale [Metende che \»i sutua rappresenti l'impe- 
ratore Elagabalo» cui sappiamo dalla stona angu- 
sta essere stato dato il soprannome di Sardana- 
palo; e che quel molle Augusto abbia in que- 
su sutna preso il costume di Bacco barbato. 
Questa opinione non poteva fondarsi se non 
su d' una simìglianza affatto evidente de* li- 
neamenti del volto in questa figura , e ne' ri- 
tratti certi di quell* imperatore ; tal simigliansa 
non CMste. La statua, come ho gii rilevato nella 
spiegazione , ha una fisonomia ideale , quale Tan- 
nanaano la bellezza della fronte e degli occhi, 
e la forma quadrata del naso; forma che Fi- 
lostrato ha espressamente notata, come propria 
delle statue , ed. apparienente , come noi dicia- 
mo, alla bellezza ideale : Terpófiffot; n t9éa ti^c 
fwoi;^ 0tO9 àYaXftaroi {^Herolca in Protesilao). 



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TAVOLA Xm. 

Alcibiadi *. 

Il singolare e bel simulacro d* Alcibiade avrei»» 
be richiamalo la nosrra atieaùone pel merito 
della scultura,* non sarebbe però reso preuòso 
dal nome di quell' nomo straordiuario , se no 
erma scritto del Museo Pio-Clementino (t) con- 
servate non ce ne avesse le indubiiaie sembiante. 
Colla sicura scorta di quel marmo possiamo cer* 
umenle fissare il soggetto di questa bella staiuSf 
giaciuta per qualche secolo negleiu ne' viali 
della villa Mattei , . e trasfòrmau da* catari ri- 
stauri in un degl* ideati gladiatori (3). La bontà 
del disegno piii ancora si manifesta nella schiena 
della figura , che per esser oell' atterrarsi caduta 
forse supina si è meglio da quella parte con- 



* Allo palmi otto e once dieci i senza il plinto plinti 
otto e once quattro. 

(i) Fu trovato negli scavi di Pantanello nella villa 
Adriana del celebre pittore sig. Gavino Hamilton, ed 
acquistato dalla Santità di Nostro Signore. Ha il nome 
greco alquanto frammentato AAKIB > . ■ ■ * e un epigram- 
ma enimmatico scritto da un Iato. Si darà a sno laogo, 

(3) È riportata ne' Monumenta Mattkaeiorum , tomo I, 
tav. CI, dove appena è riconoscibile. Il Tenuti la Ah, 
per un Gladiatore: ma il eh. sìg. ab. Amednsii ri- 
flette in «Da nota , che pib acconciameote potea dirti 
nn Atleta. Allora il geouino ritratto d' Alcibiade non 
era alla luce. 



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37» 

servata. Io la credo una copia della sutna di 
bronzo che oel quÌDto secolo di Boma fu eretta 
Del foro a questo Greco ammirabile insieme eoa 
quella dì Pittagora. L'oracolo Delfico aveva co- 
mandato a' Romani d'«rìgere una statua al piii 
aag^o , una al pili valoroso de' Greci io un co- 
seno Inogo di Roma (i), sull* adempiménto 
del qual comando facea sperar loro la vittoria 
de* Sanniti (a). Alcibiade e Pittagora furon pre- 
scelti a qoest' onore 1 lasciandosi indietro, con 
maraviglia di Plinio , Socrate e Temistocle- Ma 
qnaoto al primo era beo pih cdebre Pittagora 
in Iiafia di qualunque altro filosofò , e tante sa- 
vissime legislazioni di Magna Grecia , frutto della 
sue ìititUEÌoni» rendevano alla sapienza di lui un 
meno equivoco testimonio , ' che le memorie o 
gli scrìtti d' altri filosofi né ugualmente note ai 
fionumi, né abbastanza allora compresi. Àlcì- 



(i) Plinio, lib. XXXVf. 6: Imenio et Pythagorae . et 
Alcibiadi in cornibut comilii posilas Ctiaiuas) cam bello 
SttmniU Apollo Pfthius Jbriisstmo Graecorum gentil ius- 
tisset, et alteri sMpieaUsmno timtdacra celebri loco diatri, 
donec SyUa Dictaior ibi curiam /eceret. Minanqae est il- 
los patres Sacrati cunctis ab eodem Deo sapientia prae- 
laio Pjrlhagoram praetalisse > atii tot aliit virtuie Akibia- 
dem , aùt tjuemquam iitrofus Tkemisiocli: Plutarco ia 
Ifuma dice lo ti esso. 

(2) Lo ipirito (li questo oracolo fa comprenilcre con 
qnaiita verità abbia attribuito Orazio a' Greci 

Praeter laudem nullius avaris , 
quello imoderato amor della gloria che in lutto ti res« 
pandi. 



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37» 

biade fu forse debitore della seelia alla noviià 
de* suoi fatb , che tattora recenti doveano es- 
sere in bocca di tutte le greche popolazioni. Ar- 
gomenlo non leggero per credere la nostra sia- 

. tpa co[Mala da una di bronzo « è la maniera secca 
e precisa nella quale sono trattati i capelli , la 
barba e i peli. Non si lavoravano diversamente 

. nelle opere in bronzo , e d* ogni abile foodilore 
potea dirsi quel d* Orazio , che 

MoUi imitabitur aere capilios. 
I bronzi d'Ercolano, benché possano supporsi 
assai posteriorì a que' tempi , ci offroDo tutu 
i capelli colla stessa finezza eseguiti. Nel -mar- 
mo all'incontro o sod di^psti -a ricci, o a 
massa , o a brevi ciocche , le quali &n da lon- 
tano r efietio del vero , da vicino sod tratute di 
maniera , ma con somma maestria. Né io saprei 
dare altra ragione di vedere su d' alcune statue 
i capelli travagliati a guisa di quei di bronzo , 
se non quella appunto che nel copiarsi da su- 
tue di bronzo non ha voluto V artefice in marmo 
allontanarsi neppure in ciò dall' esemplare che 
aveva innanzi. Lo che tanto pib aveva ragion di 
fare* quando l'orìginale rappresentava, come nel 
nostro caso, un ritratto. Questo stile rawiùamo 
nella statua , e piii ancóra nell' erma , dal quale 
rimane illustrala. 

L' elmo che Alcibiade ha sotto il piede ò mo- 
derno ruuuro. L'esempio è preso dalla sutua 
d' un eroe nel cortile Famesiaoo. È sUto adat- 
tato alla nostra statua , perchè io ul atto è ovvia 



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.7S 
nelle medaglie rimmagine del Valore (i), «d 
Alcibiade quella statua ottenne appunto coinè 
il pHi prode de' Greci. 

La srehezza ed il molo di questa bella figura 
meritaoo attento studio. L' originale dovea esser 
frutto delle scuole Greco-Itale che garrcggìavano 
in ogni facoltà e io ogni sapere con quelle 
della Grecia Madre. Da queste avefloo apprese 
le arti gli Etruschi che popolavano la Campaniai 
e che perciò nelle loro opere non ritraevano 
che le greche favole, e non imiiavaau che i 
greci lavori. Forse non li seguirono ne* progressi 
delle arti, e perciò le opere Tuscanìche si cod- 
fosero soflaoio colle opere de^i stili greci aii> 
tenori a Prassìlele (a). 

(0 Virtas. 

(1) Tatto ciò che dell'anteriorità delle belle arti in 
EtmTÌ« hanno icritto molli Italiani, uguìti coq non 
motto criterio da parecchj celebri oltramontani , si avrà 
tempre da chi conosce le ani antiche angli originali per 
nna mera illazione. Non si questiona se gli antichi po- 
poli Italici , o Etratchi , o Umbri , o Sicani ec. non 
aveieero qaalche arte , e ancora qnalehe princìpio di 
quelle d' iniitaziDne prima della venuta delle greche co- 
lonie, come ancora i Greci le conoscevano prima di 
mandar colonie in Italia : si dice solo che il grecismo 
evidente di tutti i monumenti italici prova che questa 
arti si giovarono della vicinansa de' Greci sino a tras- 
formarsi del tutto, e che le reliquie che ce ne riman- 
^no, questa epoca e questa imitasione chiaramente ci 
presentano. Il eh. sig. ab. Lansi richiamerà, come spero, 
gli stndj degli antiquarj su questo oggetto alla Tera 

Museo FUi'Clem, Tol. n. i8 



,y Google 



'1* 

1d questa statua d' Alcibiade possiamo osservare 
quella bellezza propria dell* eia virile che rico- 
nosceva Plutarco ìu Alcibiade» che seppe esser 
av.Tcneoié in. tutte le stagioni della viu, talché 
ia lui si verificava il famoso detto d'Euripide 

Anche V Autunno delle belle è beilo. 
TAVOLA XLIII. 

, FoClOflE '. 

Siamo beo lootaoi dal preseotare al pubblico la 
statua di FocioDe colla stessa franchezza colla, 
quale gli abbiamo offerto il simulacro d'Alcibiade. 
Né si cODOsce ancora verun ritratto autentico 
dell'ultimo eroe d'Atene (i), né quello che ora 
esponiamo ha segni tali che lo determioioo con 
qualche certezza. La denominatone onde ab- 
biamo insignito 11 presente marmo non è fon- 
dala che su congetture, te quali souopongonsi 
al giudizio del leggitore, perché ne valuti da 
se medesimo l'importanza. 

Sembra che il ritratto di qualche illustre' 
capitano greco ci sia slato trasmesso ìd questa 
semplicissima e pregevoi figura. Yedesi un guei> 



* Alto palmi dieci e once sei; senca il plinto palmi 
nove e once nodici. 

(i> Quello riporUto dal Fabri fralle immagini dcgU 
oomini illustri di Fulvio Orsiuo, n. 108 è «ensa testa: 
Bou ne rimane cbe il petto colla epigrafe greca. 



Do,i,7cd.yCopglc 



375- 
riero col mento coperto di corta barba , col 
crtae irto premuto da uà grand* elmo a visiera (i),. 
con fuonomia non solamente seria , ma austera 
senza esser truce* È tutto nudo , se non quanto . 
. da QDa clamide è avvolto , che alla grossezza e 
alle pocbe pieghe mostra esser d' un drappo 
ordinario. Non può prendersi pel Dio Marte , 
perchè il carattere del nudo mostra uà uomo : 
le braccia hanno le vene assai rilevale , la pelle 
alquanto aspra , e le forme poco rotonde , aozi 
quali io laboriose membra si osservano. Circa la 
fiftonomìa abbiamo delle ripeiizioai in marmo 
onde crederla d'illustre guerriero (a). Perchè poi 
vogliamo piuuosio a Focione che ad altri ca|nuiii 



(i) WÌDckelmann ha gi^ rilevato che quello sporgi- 
mento dell' elmo dicessi yeiffoy ^ suggrundiùm. Questo ao- 
me si dava ancora allo sporgimento del ciglio, che Delle 
greche fisODomìe suoi esser molto avaniato tali' occhio. 
Per resto ! vati fittili , detti etrascbi , ci fan vedere 
l' oso di siftatti elmi , eh' era dì coprire il volto , al qoal 
fine i due buchi eran praticati per dar luce ali* occhio- 
Quelle visiere poi che hanno in parte la forma del collo, 
e che piìi simigliano alle moderne, non erano osate da- 
gli antichi che ne' certami de' gladiatori, e ci& ne' tempi 
dopo Vera cristiana. Almeno i monumenti dove sì veg> 
goDO non han data anieriore. Winckelmann , Monttm. 
med., n. 199. Ha avuto perciò gran torto il Carlos 
dt tegistrame una lifTatta fralle antichità Etrusche , 
Recueil, lom. Ili, pi. XXVI, n. 5 ; e tom- IV ,^ pian-, 
che XXV, n. 4 e 5. 

(a) Fralle antichìtk non ristanrate del Museo Pio-Cle- 
néntìno è una testa galeaia dello stesso lilratlo , oltre 
una copia antica in picciolo di tutta la figuri. 



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376 

greci questa militare immagÌDe attribiùre , eccone 

le ragioni. 

Esiste ia Inghilterra una statua insigoe di De- 
mostene , il cui gesso conservasi in Roma presso 
pili dilettanti. Lo stile della scidtura o si osaervi 
la maniera del nudo, o quella del panneggia- 
mento è prerisamente lo stesso in ambedue ì 
simulacri. Ora le statue di Focione e di Demoste- 
ne dovettero esser contemporanee , come con* 
temporanei furono que* grand' uomini che le 
meritarono* ambedue ingratamente colla morte ri- 
compensati di quanto uno colla favella, l'altro 
eolla mano , ambedue col conù^p giovato aveano 
alla patria in que' tempi avversi. £ siccome il 
popolo ateniese riconobbe nel tempo stesso la 
sua ingiustìzia con ambedue » e si sforzb con 
vane e tarde onori6cenze di consecrar la me- 
moria di questi padri della patria , la simigliane 
dello stile delle dne statue che possoo sopporsi 
imitate da quelle di bronzo erette in Atene (1), 
Jk un argomento non dispregevole per creder che 
la nostra Focione ci rappresenti , giacché l'altra 
è il sicuro ed indubitato ritratto di Demostene. 

La maniera di portar la barba che si osserva 
nel nostro guerriero , conviene appunto a que'tem- 
pi. Allora gli Ateniesi seguivano bensì a com- 
parir barbali , ma la lor barba era alquanto moaza. 
Questa idea ce ne danno ì genuini ritratti 



(1) Pausaoia, litica, scu lib. I, cap. ìQ} Plutarco in 
Phocione ìa fine. 



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f SKcliine e di Demosteoe a Foctone oontem- 
poraneì. Anzi ci narra Plutarco d'un certo 
Arefaibiadej che portaralunga barba alla sparunaf 
ed «flfenava io Ateae una laconica severità, 
ond'ebbe il nome dì Laconista (i). Siccom» 
qaesio ìmpoMore anÌDgava ud giorno il popolo 
adnlaloriameoie , Focione a lui si rivolse e gli 
disse : perchè dunque « o Àrchibiade , non ti 
radevi? Quindi appare che gli Ateniesi comn- 
nonente radeTansi , non però aflàtto , come i 
eitati ritratti ci provano, ma in quel modo ap« 
ponto in cui è raso il nostro guerriero. 

Una congettura più positiva per verificare nel 
noctro marmo il ritratto .di Focione, sembramr 
Fidea di povertà che l'artefice ha voluto espri- 
mere non solo nella . grossesza e nella ruvidezza, 
ma ben anco nell' aagnstia e nella meschinità di 
qoeUa semplice clamide ood' è coperto. Bisogne- 
rebbe trascrivere la metà della vita che ce ne 
ha lasciata Plutarco per accumulare tutti gli 
esempli di quella virtuosa e volontaria povertà in 
eoi visse qnell' ammirabile cittadino. Se dunque 
fu questa in certo modo la caratteristica di 
Focione , qual motivo per ravvisarne 1' effigie in 
una sutua, nella quale sembra che lo scultore 
abbia voluto darci l'idea della più povera sem- 
l^iùtà che abbia la virtù accompagnato d'oa 
n<»a di stato e di guerra ? 



(1} Plntuco in Phoaone, 



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E qui OOD posso lasciare senza 1 doTOÙ clog 
l'arie mirabile dello scultore , che ha saputo in 
un cos\ povero ahbigliamento dar uotó digoiA 
alla sua figura. Non poleasi più esprimere U mi- 
seria che io quel grossolano paludamento non 
si sia fattoi ma la fisouomia è quella d*un eroe, 
e la composta altitudine è d'un uom tranquillo 
e sicuro, non d'un meschino, disprezzato eav- 
viliio. Si vede nella situazione dell'eroe non solo 
quella costanza nel suo proposito , che suol fare 
il carattere degli uomini onesti , ma ancora quella 
contentezza di se medesimo , ch'è il frutto e insie- 
me il palladio della virtb. 

Piti particolar merito dell' arte è il piegare 
del panneggiamento, che con poche e larghe 
pieghe , come convengono a un drappo ordina- 
rio , dk conto meravigliosamente dell' ignudo al 
tempo stesso , che quasi ingannando lo spetta- 
tore , gli fa desiderare che si scopra la sutua , 
come a Zeusi nella pittura di Parrasio. Le gambe 
che soD moderne son lavoro del valente scultore 
sig. Pacelli , che per la nudile de' piedi ha se- 
guito Plutarco nella vita di quell' insigne generale. 

Finalmente nel volto, dov'è ritratta la pi<i 
vera i'dea d' un animo forte ,. si vede quella sa> 
penorità d'animo che non fece mai piegar Fo* 
cione ah al riso , né al pianto ; quella forteza 
con cui seppe affrontare imperturbabile l' odio 
popolare e la morte. Su queste ' idee sod 
fondate le congetture che mi han fatto sospet- 
tare io questo nobile marmo 1* immagine di Fo* 



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*79 
«none- Forse u piacere e la lusinga di vedere 
e di onorare V effigie d' un tanto uomo me le 
han &tte sembrare d' un maggior peso di quello 
che per se medesime possaoc avere. Attendendo 
che il pubblico de' veri conoscitori ne giadì- 
chi , non mi farà Diuaa forza in contrario la pre- 
tesa immagine di Focione , che nelle gemme 
Stoschiane vedegi pubblicata (i). 

Osservauom delT autore pubblicate nel tom. VII 
delt edizione di Roma. 

La bellesza ideale della fronte e degli occhi 
non doveva far pensare a ritiaito nell' esame di 
questa starna , tanto meno a quello di Focione 
che ai rappresentava con un* aria burbera, ca- 
pace di disanimare coloro che se gli fossero ap- 
pressad senza conoscerlo , e che non avevano 
sperienza della bontà del suo cuore (Plutarco, 
Phocione, pag. 743)- H luogo dove la suma 

(i) E riportato dallo Stosch, Gemmae antì^uae , Da- 
merò LVI, na cammeo con due nomi greci uno di 
Focione e X altro dì Firgotele. Forse il nome di Focione 
era antico, ed era quel dell'artefice: altri per riportarlo 
al ritratto v'ha aggiunto quel di Pirgotele. Segni indo- 
bita'ti della impoatnra lono i caratteri poco uniformi. Il 
>igma finale del nome di Firgotele è coil 2, quando 
qoelli del nome di Focione sono lunati coti C< V é dip- 
pià: nel nome tiesse di Pirgoiele, come nell' glIOIgf 
che lo aiegne gli E tono Innati , non corrispondono 
perciò al £ , che per estere analogo a qnegU S dovreb- 
be essere ancor etto Innato. 



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aSo 

fu scoperu, che era 1* antico Foro iTArcbe- 
moro, potrebbe somministrare la congettura chtt 
questa stallia rappresentasse uno de' sene gacr- 
TÌerì della Tebaide, Adrasto forse o Anfiarao , 
che primi in ooor d' Arcbemoro , istituirono i 
Ludi Nemei. 

Nella noia (i) pag. 379 ho partalo d'un pre- 
teso rìlraito di Focione attribuito a Pìrgoiele; 
ed ho avanzali i miei dubb) suH' auieatìciiì dì 
qoel monumento. L' ab. Bracci nelle sue JUtf- 
morie degli antichi incisori , tomo II , all' arti- 
colo Pirgotele , aveva già provato che quella 
gemma non era antica , ma era stata eseguita Del 
secolo Xyi dal valente incisore Alessandro Ce- 
san detto il Greco. 

TAVOLA XLIV. 

Cleopatsì. *. 

Chi vorrà privare questo celebre marmo di 
quel nome illustre che i Castiglioni canurooo 
e t Favoriti (i), e sotto il quale in YaticaDo 

* I^nga palmi otto e once sette, alta palmi kÌ. 

(i) Esistono non lolo impreMÌ ne' libri, ma incìaì in 
marmo per ordine dì Clemente XI i bei carmi latini di 
questi dne egreg) icriltori , e veggonai nel Homo a' lati 
del simnlacro. Alludono peti al fonte ini quale era col- 
locata la statua Ìd fondo al gran corridore che ne trasse 
il nome, prima che foue trasporuta nel duoto niiu«o 
da Clemente XIV. Leggon»Ì ancora nella Metaiioteca del 
Mercati, Axm. X, aggiuntivi dal commentatore. 

bg„„vJj,COOglC 



aSt 
V annoiraroDO quasi tre secoli? Ma se la crìtica 
ée' moderni atmquarj non ravvisa che un mero 
equivoco in questa denominazione; se queato 
equivoco ripetuto e seguilo ciecamente lia di- 
vulgato il titolo della statua e presso i letterati , 
e presso gli artefici; cosa perdere quesu insi- 
gne scultura cangiando nome > e cosa potrà av- 
venturare l'espositore a rìformare la comune idea 
ed a proporre qualche congettura , se non certa, 
più fondata almeno e piti verisimile ? 

Siccome ci narrava Dione che l'immagina 
di Cleopatra fu recaia nel trìonfo d'Augusto 
avente un aspide al braccio, parve di riconoscerla 
in quesu statua, che appunto al braccio sinistro 
tiene avvolu la figura d' un serpe (e). 11 sopi- 



(i) Circa la maniera di morte che trorò per liberarli 
qnella famosa regina^ vedausi l' eradile note degli e^o- 
«tori delle aatichìtà d'Ercolano nel V tomo, primo dei 
bronzi, a propoiilo del baaiotilievo d'argento, cbe cre- 
dono rappresentare quella istoria. Que' dotliisimi anti- 
quari han ribattuto iucontrastabilmeate l' opinione di chi 
ravvisava in quel prezioso monumento Venere cbe piange 
Adone, ma aoa mi sembra che la morie di Cleopatra 
sia il soggetto di quella rappresentanza. Non v* è nulla' 
che dal costume faccia argomentare la scena dell'azione 
in Alessandria. Né so come Ìl simulacro di Tenere siasi 
eretto nel sepolcro d'Antonio, che pure sarebbe il luogo 
dì queir avvenimento. L' amore afflitto nel seno della 
principa) figura fa sospettare un argomento mitologico. 
Io vi ravviso 1' amore di Fedra. Ella si vede insieme 
con queir Amore mesto e sprezzato in lauti bassirilìevi, 
tn gli altri in uno incUo fralle antichità Beneventane 



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mento in gqÌ . è effigiata 1* iniinagÌDe parve il 
•ODDO della marte , né alifo si desiderava p«r 
riconoscervi riUtima reina d' £gitto, quando per 
tale la comprovavano 

Saefis admorsa colubris 

Brachia, et aeterna torpentìa lumina nocce(t). 
- Piti oculati i posteriori osservatori s' avvidero 
che il preteso aspide altro non era che un brac- 
cialetto. Che le armille si figurassero sotto la 
forma di quel rettile, ond* ebbero il nome Ó^, 
serpi, si è già osservato altrove (2); e che 



del De-Vita , e spiegato dal Passeri per la favola di He- 
leagro. Il simulacro dì Venere colle colombe a' piedi 
allude ai sagrifìc] inutili clie offriva Fedra per liberarsi 
da qaella funesta passione. La donna d' età matura è la 
nudrice che ha tanta parte in quella tragedia , la per- 
suade ad ornarsi ed a prender cibo , come nell* Ippolito' 
d' Euripide. A questa circostanza allude il rovesciato ce- 
sto di frutta. L' altra damigella comparisce anch' essa 
ne' bassirilievi. L'espressione di Fedra mostra una per- 
sona vinta da ana passione a cui non pn6 resistere. Nod 
è mai quella regina descritta da Orazio : 



I vtsere regiam. 
Vuliu sereno fortìs, et asperas 
Trattare serpente! , ut airum 
Carpare comhiheret venenum 
Deliberata marte ferodar. ( Carni. I. 57 ). 

Pel resto la sutna portata nel trionfo d* Augusto o dovi 
esser picciola , e forse d' argento o d' oro , o pinttosto 
come le Circensi di t^ia. fatu al naltuale. 

(i) Castiglione, Cleopatra in principio. 

(a) Vedati il nostro tomo I, uv. X, la Venere «p- 



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285 
fosse il costarne di portarle talvolta ad un solo 
braccio , e particolarmente al sinistro , 1* abbiamo 
all'occasione di ire altre immagini ripetuto (i). 
L' unico fondamento su cui si appoggia la ricevuta 
appellazione è dunque rovesciato (a) Al che ag- 
giungeremo che il ritratto non corrisponde ab- 
bastanza a quello impresso nelle monete di Cleo' 
patra e d'Aalonioj e che la situazioDe della 
figura nua letargo o. morte , ma un vero sonno 
ci esprime pieno di vita^ come 1' azione del de- 
stro braccio e il moto deHft ^amba sinistra il 
dimostrano, e la positura stessa il conferma» che 
non i punto cadente , né abbandonata. 

Diremo dunque con Wìnckelmanu , che sia 
una ninfa di quelle, che dormenti al mormorio 
de' fonti , scol[Hrouo sì sovente le antiche arti (3), 



presentatavi ha un'armilla anica in forma di serpe lullt 
parte superiore del braccio manco: Brachio sommo sini- 
stro. Pesto, V, Sptniker. 

(i) Qneste sono la citata Venere, tomo I, uv.X, la 
'Venere Gnidia, ivi tav. XI (i), e la Pudicizia che ha al 
solo braccio destro un' armilla pur fatta a serpe. Vedasi 
la tav. XIV di questo medesimo tomo. 

(a) Nel marmo originale è evidente che il serpe non 
rappresenta quel rettile come vero, ma solo come un'ar- 
milla di quella fonna. 

(3) WinckelmaoD , Storia delle arti ec. , tom. I, 1. TI, 
cap. a, § 19 , e tomo li, lib. XI , cap. a , § 6. In que- 
>t' ultimo luogo il eh. sig. ab. Fea adduce delle altre 
belle riflessioni per escludere contro il sig. Lens'la de- 
nomÌDazione di Cleopatra. Wipckelmann però fa mólto 



Do,:,7cdDyGoOglc 



e quaH doì rìtroviaiDO in pib moDumenb? A ma 
lembra che la bella figura che ci presenu quo* 
sto elaboraùssimo rame sia troppo resùu per 
una oìd6i} oltre la tunica e la sopravveste, le 
Tediamo scolpita addosso ancora una coltre .- é 
ornata dì bei calzari , e cootro il costume delle 
ninfe , ba sino il capo dalla coltre slessa velato. 
Né V abbigliamento solo , ma le forme ancora 
della figura sembrano più dignitose di quelle 
che opD convengansi jtd una Najade ; e l' aria 
del volto, benché sopito, ci offre uoa certa raa- 
linconia, che ha taoto avvalorato 1' opinione di 
coloro che la chiamaron Cleopatra. 

Secondo il mio sentimento la statua rappre- 
senta un* Arianna abbandonata che donne io 
ICasso , quale fa trovata da Bacco che ne rìmase 
invaghito. Le riflessioni che m'inducerauo a cre- 
derla tale erano mere congetture , non però spre- 
gevolL La nobiltà del vestiario sembravami cod- 
venire alla figlia d'un re di Creta: il decoro 
delle forme ' ad una eroina che fu poi divioìs- 
uia, la SUA tristezza ad un'amante tradita, il 
disordine ' delle sue vesti alle lunghe sue sma- 
nie , dopo le quali si suppone caduta in un so- 
pore aETannoso, la coltre che l'avvolge dal mezzo 
in giù parea denotare il ulamo infido di Nasse. 



torto a) merito dì questa scultura quando iucolpa l'ar- 
tefice ^ poco valore nello scolpirne la testa, la quale 
non è difettosa le non pe' danni che ha sofferti dal 
tempo. 



DonzH ..Google 



a85 
Eirava tuiuvia fra qneite congetture , quando 
un «ingoiar monumeoto dùsotterrato Taono scorso 
dal celebre sìg. Volpato io Laoghezza , tenuta 
de' duchi Strozzi , parve uscire alla luce per au- 
tenticare i miei divisamenti pressoché col sigillo 
dell* evidenza. È questo un elegante bassorìlievo 
di 6gura oblunga rettangolare per altezza , non 
appartenente a sarcorago, ma fatto espressamente 
per ornare qualche delizia (i), il quale ha scoi* 
pite diverse fìgui'e , eh' esprìmono la sorpres* 
fatta da Bacco all' abbandona» Cretese. La 6gnra 
dì costei fe precisamente la nostra statua o si ri- 
guardi la disposizione del panneggiamento, o si 
consideri la situazione e la composiàone tutta 
della figura. 

Questo confronto formai a mio credere, una 
specie di dimostrazione, alla quale accresce va- 
lore la notizia conservauci da Pausania, che cì 
descrìve una pittura d* Arianna in Atene , dov'era 
dipinu tutta immersa nel sonno (a). 

Se dunque alla ùmiglianza della nostra statua 
coir Arìanna del bassorìlievo , alla conTenienza 
col proposto soggetto di quanto si osserva nella 
scultura , aggiungiamo ancora il peso dell' aulo- 
rìtà, che c'insegna avere scelto gli antichi ar- 
tefici il momento del sonno per l' invenzione della 
figura d' Arianna, avremo un complesso di mo* 



(i) Se ne dar^ il disegno Delle tavole aggiante. 
ta) Pauiania , ^Uiea , *en Ub. I , cap. aa. 



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tivi onde riconoscere nella supposta Cleopatra 
la sposa di Teseo e di Bacco , i quali meglio 
potranno sostenersi all' esame della più fina cri- 
tica, di quello che abltia potuto finora la vetu- 
sta e divulgata deuominazioae. 

L'arte del simulacro è mirabile nella bellezza' 
della composizione , nella nobilià data ad una 
figura che dorme, in una certa espressione d' af- 
fanno conservata nel sonno, ma principalmente Del- 
l' artifiziosissima , e veramente nuova disposizione 
de' panneggiamenti. Sembra aL.|mmo sguardo, 
che lo scultore nel comporli abbia seguito più 
un bello ideale di fantasia, che la natura e 'l 
vero: ina se si considera attentamente > si vedrà 
che tutto l' artifizio è dovuto ad una finissima 
scelta , portala bensì all' ideale , ma sempre pos* 
sìbile e verisimile. La tunica che lascia scoperto 
tanto nudo non è caprìcciosamenie adattata. E 
una tunica spartana composta di due drappi ret- 
tangolari uniti sulle spalle con due clavi o bot- 
toncini , non cucita ne' lati (t), e solamente fer- 
mata dalla cintura. L' agitazione dell' eroina ha 
fatto slacciare uno de* clavi che riman pendente 
sul petto ; e il moto d' un sonno inquieto ha 
cagionato , che nel rivolgersi della figura , la tu- 
nica ha lasciato scoperto il seno senza snudarlo 
imeramente, per esser trattenuta dalla zona che 



(■) E conosciuto il lopranDome di tpatfOUvptSif *> "io- 
strafianchi, dato perciò alle Spartane. 



l^,,7c^dDyG00<^lc 



287 

limane sirella sotto, le mamnLeUe. Che spettacolo 
seducente pel domatore delle lodie I La coltre 
che le n ravvolge tUe inferiori articolazìoDt non À 
intesa abbastanza da tulli coloro che la consi- 
deraoo. Credono alcuni che per mostrare l' an- 
damento del nudo abbia saciificato il greco scul- 
tore ogDi verità dell' imitazione. .^Essi non riflet- 
tono che quel drappo non è già il manto della 
6gura , ma la coltre d' no leiio , e perciò di 
molto maggiore eslensioue. Trulla di pili natu- 
rale che ne' moti d' un sonno agitato , cangian- 
don di situazione le gambe, resti fra l'uaa e 
r altra ripiegata e premula una parte della col- 
tre stessa. Non è già dunque , come suol dirsi 
comunemente j che il drappo in quel sito sem- 
bri forato : è solaiqente ripiegato e soppresso 
dal peso delle membra , portate in quella dispo- 
sizione con un moto subitaneo e incomposto , 
che non ha dato campo alla coltre medesima di 
distendersi, ma ne ha intercetta una parte. Le 
frange che ne adornano il lembo non sono inu- 
sitate nelle rappresentanze di antichi letti (1). 
E questo arredo cosi proprio nel divisalo sog- 
getto, è una circostanza da rendere, anche sen- 
z' altro argomento , assai probabile la mia nuova 
denominazione. 



(i) WiDckelmanà per sostener la laa ipotesi che la 
nostra statua rappresentasse una ninfa , si è travato ne- 
cessitato ad assegnar per motivo Ai queste frange la >i- 
migliauza che hanno colle gocce d' acqua. 



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s88 

Questa egregia scultura fu acquistata da Gtif 
lio II( che la fece situare forse col coDsig^io di 
Bramante nel fondo de) gran corridore « o via 
coperta di Belvedere (i). 

Osservaxiom delVautore pubblicate nel tom. VII 
deir edizione di Roma. 

Tatto conferma ropiaione che ho qui espo- 
sia su questa statua. Gli aoiicbi artefici rappre' 
seutavaoo Ariauna dormente, ApM^pt^p xaffev9wm9, 
come ha provato con molti esempH R^ske sa 
Caritone (I. I, e. 6, pag. 341 dell'edizione se- 
conda). Quindi Catullo la descrive {-de ruipt 
Pelei et Thetidis, v. 133 ). Dristi devinctam lu- 
mina somno , come ho già osservato in una nota 
del tomo IH , tav- 4^- 

TAVOLA XLV. 

Augusto togato *. 

Questo simulacro d* Augusto abbeltiva già in 
Veneùa 1* abitazione de* nobili Giastiuiani , ed 

(1) Il eh. sig. ab. Marini nella piii volle lodata opera 
delle Iscriuonì Alhane ha prodotto i documeutì della 
compra di quella statua falla per Giulio II da Girolamo 
Maffei. A. costui furono i all' attesta to di Bramante atse- 
guati per quattro anni ^ao ducali d'oro per compeDlo 
di detta statua nella sede vacante del i53i. 

* Alto palmi nove e once cinque ; tessa il plinto pai' 



Do,1,7cdDyGoOglc 



38^ 

è molto probabile che fosse una delle greche 
spoglie che adornano ìq (aola copia quella ia- 
signe metropoli. La testa dod sua non corrispoo- 
deva né alla bellezza, né alla conservazione del 
umnlacro j ve ne fu perciò ud' altra sostituita si- 
milissìma agl'indubitati ritrattr d'Ottaviano , e 
CODserraiissima , scavata nel lerrilorio Velìlerno 
eh' era natale ad Augusto. 

La bellesza del pauDe^ìamento che rappre- 
senta la toga romana, tanto è pili da osservarsi, 
quanto è trattato in quella maniera larga e mae- 
stosa , che risente le scuole migliori della Gre- 
eia, e ch'è bea rara nelle autue togate (t). 

mi otto e once uadici. L' aveva acquistata a Venezia il 
lìg. Brown ingleie insieme con nn' altra, e le aveva irai- 
portate a Roma per farle ristaurare , dove poi le ceda 
alla Santità di Nostra Signore, che ne ordini la com- 
pra pel suo Mnseo. 

(i) Non s'incolpi già, come suol farsi, di tali cattiva 
sculture la scuola romana, ma bensì l'eccessive adnla- 
sioni « i servili costumi dell' Italia caduta nel dispotismo, 
che prostituendo l'ontfr della statua ad ogni mediocre 
fortuna, era necessitata impiegare mani inesperte , e solo 
degne d' un prezzo vile per lavorare immagini non si 
tosto erette che dimenticate. A quali sordidi risparm) 
non ridusse le città mnnicipalì questo adulatorio costume, 
se gianse la stessa Atene a cancellare i nomi di Temi* 
stocle e di Milziade dalle loro statue per dedicarle a 
qualche indegno favorito, o a qualche oscuro magistrato? 
Quindi Cicerone scrive ad Attico VI , t , ìa fine : Odi 
/aita» inscripiiones statuarum alienarum. Spesso decapita* 
\ansi gli antichi simulacri per rìporvì ritratti de' viventi, 
e questa non è stata forse una delle pih lievi cagioni 

Museo Pio ehm. Voi. Il ig 



,y Google 



ago 

Quantunque però la mancanza della sua tesu 
ci lasci in dubbio del personaggio , al cui onore 
il simulacro fu in prima eretto, convieue assai 
ad Ottaviano Augusto e come a prìccipe della 
gente togata , e come a zelatore delle antiche 
usanze romane, che perciò di rado senu toga 
solea comparire , né potea veder di buon occhio 
il disuso in cui cominciava a cadere quel grao- 
dioso vestiario de' signori del mondo (i). 

La forma di quell' abito assai corrisponde al- 
l' ingegnosa figura datane dal sig. Lens nell'utile 
suo libro del Costume, che sarebbe ancor piii 
utile di quel che lo fe , e piii scevro d* errori « 
se quel colto pittore non avesse sdegnata la di- 
rezione di qualche erudito.- . 

TAVOLA XLYI. 

Augusto velato *. 

Inferiore di molto all' antecedente nel merito 
dell'artifizio, piìi pregevole però per la sua in- 

della distruzione di taati monumenti storici de' grindi 
uomini della repubblica. L' abuso che fecero i prefetti 
di Roma del lor potere per volgere in proprio onore ì 
mannt dedicati all' altrui memoria , è suto già dotta- 
mente rilevato dal cb. sig. ab. Gaetano Marìoi, Iscr'aim 
Alhane, pag. ^6. 

(i) Romanos rerum dominos , gentemque logaiam. 
Virgil,, jieneld. I, t. a86. Svetonio in Augusto, cap. ja 
aggiunge che quell'imperatore, haiìlum , vestitumqiit 
pristinum reducere studuit. 

* Alto palmi otto e once sette; senu il plinto pahni 
sette e once quattro. 

Dow.d,yCOOglC 



agi 
tegrìlh è la presemie statua, giacché la testa 
quantunque ora 8Ì vegga riiiDÌta, fu però trovata 
ìtuienie colla statua, e sì adattava alle commis- 
snre del collo, quaudo, $on pochi auui, fu dis- 
sotterrato il monuritento nella colouia Ocricolana, 
dove oe adorava la Basìlica insieme cou molli 
altri simulacri dì Augusti , tutti preseDlemcnle 
rìposli uet nostro Museo 

Non giova qui ripetere ciocché abbiam detto 
altre volte del bas60 lavoro dì queste opere mu- 
nicipali, né quello che alcove si è osservata 
della naturalezza e della grazia che couservano 
simili opere, non ostante la lor mediocre eser 
cuzìooe . assai distatile dalla sconcezza delle mo- 
derne sculture. 

Augusto è velalo come conviene ad un sacer- 
dote, tnà ad un sommo pontefice qual egli era, 
avendo assunto ancor questo grado per formare 
una sovrana autorità mediante la coalizione nella 
persoua del principe di tulle le piii cospicue 
dignità repubblicane (i). La dignità pontificale 
non isolata presso ì Romani dallo stato civile 
renderà assai rìspetiabile chi n* era investilo , né 
lasciava di dargli una certa influenza nel pub- 
blico, avendo la religion dominante, per assurda 



(i) Tcdasi Spanemio, de u$u et praest. numi's., lom. IT, 
disMrt. la, § 4r n- S) ^^' prova che gli imperatori non 
solamenle assamerano la dignità ponliiicate, ma n'cier- 
citavano le incnnibenze e ì diritti, e ne adduce gli etem- 
pli cella storia del medesimo Augusto. 



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ch'ella sia, sempre de' molti e de' probi zelatori. 
Lo 8iorico-IJTÌo oe Ai ud chiaro esempio coUe 
sue invettive coatro gli spinti forti del secolo- 
Ma toniaodo al caso nostro, anche Cesare è 
sovente nelle monete romane impresso col capo 
velato e col lituo aogurale, tanto decoro pea- 
savano che dovesse arrecare il sacerdotio agli 
stessi dominatori del mondo. 

r^e'Cesari del terzo e del quarto secolo il 
capo velato non sembra piii segno di sacerdozio, 
ma solo d'apoteosi. Le medaglie di Claudio 
Gotico , di Costanzo Cloro e di Massimiano 
ci dan questa idea. Osservando il cammeo della 
Santa Cappella di Parigi, veggo l'Augusto divi- 
nizzato , col capo ancor egli cuperto , come 
ne'meotoTati Cesari (i): non crederò io perciò 
che quella insigne gemma spetù al quarto secolo 
dell' era cristiana, come alcuni ban dubitato: 
ma soloj che il capo velaio sia relativo nella 
gemma al pontificato di Augusto, come nel nostro 
marmo; la corona radiata che parimente lo fregia, 
alla sua apoteosi. 



(i) MoDtfancon, Antlqaiié expìi(fuée y. tom. V, par. I, 
lib. FV , cap. IO. Egli prende per Venere l'Augnato Te- 
lato e radiato, e dice che ninna immagine d'Augnilo 
■! Uova radiata. Pare che quel)' nom dotto non aveste 
mai vedute le medaglie d' Angusto , che pur fon como- 
nitsime , nelle quali vedeti per lo più radiato e vivente 
e dopo l'apoteosi. 



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Gsservazioni deltautore pubblicate nel tom^ VII 
dell' edizione di Roma. 

Isella nou (i) pag. 291 si legge che la co- 
rona radiata è stata data ad Augusto nelle mo' 
daglie si ìq quelle battute luì vi?eDte , sì in quelle 
che portano l' efBgie di lui fabbricate dopo la 
saa morte. Ia corona radiata non si vede sulla 
testa d' Augusto , sennonché sulle seconde j il ' 
primo imperatore che è stAo fregiato di questa 
corona , sidle monete battute sotto il suo regno , 
è Nerone. 

TAVOLA XLVII. 

Livia in poema della Pietà' '* . 

La compagoa dell' Angusto sacrificante i que- 
sta statua di Livia che ora colle braccia e le 
mani aperte, come nelle medaglie imperiali, è 
rappresentala la Pietà, che noi diremmo la Re- 
ligione. A' tempi della nascente assoluta domiua- 
zioDe de' Cesari non si osò attribuire i sOTrani 
onori alle donne Auguste senza qualche tempe- 
ramento. Quindi nelle monete romane si vedono 
de' ritratti creduti comunemente di Livia ora sotto 
il nome della Pietà , or della Giustizia , or della 



* Alta palmi nove o once due; senEa il p!ìn(o palmi 
otto e once nove. Fu trovata nelle ruine della basilica 
a Otricoli iasione colla precedente. 



Do,:,7cdDyGoOglc 



294 

Salme (i)- Una certa simigliaoza , quantunqne 
non affatto evidente, con qué* ritratti , e molto 
più la corrispondenza colla precedente statua d'Au- 
gusto, ci fan dare alla ooslra il nome di Livia. 
L'asione della figura è quella d'orare; e sic- 
come era proprio delle antiche religiose costu- 
manze 

Mahibus orasse supinis (a) , 
Io pietà verso gK Dei fu espressa in tale alùia* 
dine , e si videro sov ente le Auguste sotto le 
sembianze effigiate della Pietà. Se la figuri fu 
inventata a proposito d'ergere a Livia una statua* 
fu certo un egregio scultore quel contemporaneo 
d'Augusto che 1* inventò: e l>asterebbe la leg- 
giadra composizione del panneggiamento della 
nostra per assicurarci ch'ebbe in quell'età i suoi 
Dioscoridi il marmo ancora. Di fatti questa figura 
fìi assai volte ripetuta dagli antichi e in brouzo 
nello stesso soggetto, come vedesi nel Museo di 
Portici (S}j e ÌD marmo statuario nel palazzo 



(i] Vedansi i Cesari del Mnrelii. Per altro quella teda 
che ha il nome Saiui , non sembra il ritratto medesimo 
colle altre due. 

(a) 'Virgil. , jten. IV , v. aoS. 
■ (5) Antichità iTErcolano, tom. VI, de' Bromi li, t«- 
Tola LXXXlfl. Qoe' dotti illustratoTi non tì han rico- 
nosciuta l'immagifle di veruna Augusta; ami han pen- 
lato che non possa rapprcseotar quel bronco una donna 
romana, per avere, come nella nostra, i bottoncini sni 
braccio alle maniche della tunica. Per altro quello ar- 
gomento non è abbastanza fondato. L' Agrippina Seniore 



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\ag5 
Barberini colle sembianze, a quel che sembra, 
di Faustina minore; e finalmente in porfido nella 
villa Borghese (t)> dov'è stata inserita una bella 
test» antica ideale, alquanto pesante nella prò* 
porzione. 

Ma fnrse l'idea di b\ elegante figura non nacque 
a* tempi d* Augusto , e forse gli artefici adattarono 
air espressione della pietà verso gli Dei i cele- 
brati esemi^ari delle adoranti, soggetto nel quale 
si distinsero a gara i greci artefici Beda, £u- 
Aanorc, Stenide e Àpella (3). Siccome noi non 
coDosciamo alcuno scultore di mento siraordi- 
Dario che abbian dato a' tempi d'Augusto le 
greche scuole: e siccome dall'altra parte l'aver 
ricopiata la nostra figura iu diversi tempi in oc- 
casione di simulacri di mollo valore, ci mostra 
il siogolar- pregio in cui tenevasi questa inven- 
zione } io mi lusingo , e desidererei eoo maggior 



del Museo Capitolino e la Giunìore gik degli orli Far- 
ncsiani han simili bottoncini alle braccia, e son «icu- 
ramente soggetti romani, come, ultre i ritratti, lo pro- 
vano le accoDciature della chioma , secondo le usanze 
che ci mostrano le medaglie latine. Non può dimostrarsi 
che le vedi femminili mate a Roma fossero prive di 
siffatti davi o bottoncini ; e quando ancora ciò si pro- 
vasse, non ne seguirebbe che le figure così vestite non 
possano appartenere alte romane Auguste figurate sotto 
sembianze mitologiche, e perciò abbigliate forse alla 
greca. 

(1) Montelaiici , fUla Borghese, png. aSi. 

(a) Plinio, lib. XXXIV, 19. 



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certezza di ravvisarvi una copia delle Cimose 
adoranti. 

Questa bella figura, quantunque non sia sen- 
nonché uua mediocre copta d'altra migliore, ci 
somministra un bel partito da potersi con riusciu 
imitare da' nostri artefici in molti soggetti sacn ; 
al tempo stesso è un prezioso monumeuto per 
Ja cognizione di quel religioso rito di pregar 
colle mani aperte , i cui vcstlgj s' iocon trauo 
persino nel Pentateuco, e che fu poi derivato 
a' Cristiani ,. come, oltre le presenti cerimonie, 
ci attesta aucora un'aulica stimabil pittura del 
Cemeterio di Priscilla (i). Questi monumenti ci 
fanno intendere qual sia il senso dell'espressioni 
de' classici, quando si servono 'della frase ma/u/5 
supinae , per accennare il gesto di chi pregava. 
Ci mostrano ch'era l'attitudine stessa, consecraia 
poi dal Cristianesimo , quella nop già che i com* 
menutori di Virgilio , troppo attaccati alla stretta 
significazione dell' aggiunto supinas , han credulo 
sostituirvi (a). 



(i) Aringh., Roma sahterr. , tomo I, pag. 5o5; n. i. 
Vedasi anche il Paciaudi , Diatribe, qua Graeci anagljr- 
phi ùtterpretalio traditur, Romae i^Si in 4.") pag- 7 
t SCf g. 

(a) La Cerda e Rneo a Virgilio, Aen. FV, v. 3o5. 



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397 
€}sservazionì delV autore pubbUeate nel tom. VII 
delP edizione di Jioma. 

Nella nota (i) p. 294. bo dubitato se il ritraito 
rappresentato io alcune medaglie latine coli' epi- 
grafe SALYS sia quel di Livia. Avendo esami- 
nato un gran numero di medaglie simili , non 
ho .più questo dubbio ; debbo per altro osser- 
vare che quantunque le teste colle iscrizioni 
Pietas , Salus , Justitia sieno effigie di Livia , 
questa effigie noQ è ben caratterizzata seoooDobè 
in pochi conj ; la maggior . parte ofIroDO una te- 
pta che è quasi ideale. 

TAVOLA XLVIII. 

DOMIZ'A IH ABITO DI DlAKA. *. 

Nel dare il nome e il luogo a questa leggiadra 
scultura, si è seguito lo siile di molli antiquari , 
che ricuQOsceDdo ne' fenimiDili ritratti qualche 
sìmigiiauza nell'acconciatura del capo colla chio- 
ma d'alcuna Augusta, subilo a quella han vo- 
luto allribuirla ; come se non fosse sialo lecito 
alla vanita muliebre imitare le mode delle mogli 
de' Cesari , o come la foggia d* acconciarsi la 
chioma fosse bastante caratteristica per un ri- 
tratto. 



* Alta palmi cinqae e once dieci; senza il plinto pal- 
mi cinqne e once sette. Fu trovata a Castel di Guido , 
dov'era l'antico Lorio. 



DonzH ..Google 



Questo arbitrario disdoÙTO, che può servir 
solsmeDta di cougetturi per fissar 1* età d' uaa 
immagìoe» ha arricchito di effigie delle donne 
imperiali quasi tutti i Musei} e siccome di rado 
a* incontra una disposizione di chiome che non 
. abhii esempio nelle medaglie romane , di rado 
si è lasciato senza nome uo ritratto femminile. 
' Io credo per altro che la persona rappreseouut 
sotto le spoglie di Diana , contemporanea forse 
di Domizia, fosse da lei ben diversa. È a mio 
credere una fanciulla di qualche illustre famiglia , 
cui si compiacquero effigiare colle sembianze 
della vergine cacciatrice- Le spose e le madri 
degli Augusti sono state bensì a Giunoni , a' Ce- 
reri , a Proserpine, a Teneri paragonate , non 
mai a Diane. L' attribuir poi i distiutìri d* una 
deità ad una donzella privata, non doveva esser 
nuovo, quando tanti secoli prima aveva fotto scoU 
pire Anacreonte (i) il suo Batillo in sembiansa 
di Febo, e quando, in Roma stessa il pittore 
Arellio (3), con abuso, a quel che pare dalla 
meraviglia de' contemporanei men frequente nella 



(i) Anacreont., ode XVI, v. ult. 

^óì^oy he ha^vX?,v. 
Coli nel nostro Hiueo leggeiì un distico gi^ edito più 
volte con frase consimile , sotto una immagine sepolcrale. 
Eccolo : 

IiOTOpfemi iyò Mix^4'nt0fiai ht de fte xat9o( 
E{( Aiorùaov àyaXit' iieaap (t^rrip re t/ra/ti^p rt. 

(a) Plinio, H. N., lib. XXXV. 



Do,:,7cdDyGoOglc 



pittura, aveva lasciato tanti ritratti di donne ro- 
mane quante erano da lui dipinte le dee-' 

Si volle forse onorare ì «osiumi della rappre- 
sentala coir assomigliarla a Diana , e per mag- 
gìor decenza non se le succinse V abito come 
Sùlea farsi ' nella maggior parte delle immagini 
di quella divina cacciatrice. La nostra 6gura è de- 
corata inoltre del manto o paUa muliebre. Que- 
ste riflessioni ci somministra il soggetto della 
scultura. 

Delle pili interessanti ne offre l'arte, che sem- 
bra in questo marmo cercare il bello a costo 
del vero. Il sottile panneggiamento che veste la 
figura è ideato, come se fosse trasparente: v* i 
perciò segnato I' umbitico con un incavo, libertà 
autorizzata da' buoni originali , né abbastanza com- 
presa da chi ha voluto riprenderla (i). Non ha 
g[ik lo scultore immaginata in quel sito una piega 
così speciosa dall' abbigliamento ; ha voluto sol- 

(i) Si vede nella Flora, o piuttosto Erato Fa roe liana. 
L' egregio scultore ha «cello assai a proposito una Jìgnra 
dannante per ostentare il siio sapere in un abito che 
traspare. Il moto delta danca fa che la sottil tunica si 
accosti alle membra, e fugga indietro, supponendo che 
la figura si muova come camminando : con ciò può senza 
affettazione investir quel velo ciascuna parte delle mem- 
bra della Dea stillanti balsami celesti, e così rilevarne 
le firme, servendo mirabilmente all'effetto senza sco- 
starsi dal vero. L'abate Bracci ha ripreso l'arte degli aO' 
fichi in questa mirabile opera; egli non' ha compreso né 
l'intenzione degli artefici, né i mezzi dell'esecuzione. 
( Commetti, de antit}. scalpiorìbus , Pref. ) 



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5oo 

tanto coDseguire con (jueiriacaTO l'efletto di 

chiaroscuro , che presenta nel vero no abito che 

trasparisca. 

Dove è piìt dìIBcile scusarlo, è nel panneg- 
giamento che copre la gamba sinistra , la quale 
essendo alquanto arretrau, dovrebbe tanto più 
staccarsi dalla veste , se l' artefice non ve t'avesse 
afiellaiamente stretta sopra, come se fosse incol- 
lata alle membra. Potrebbe dirsi, che ancora in 
ciò abbia voluto ottener gli efiètti della traspa- 
renza , e che vedendosi la figura dì fronte qne- 
st'aneltazione non è sensibile: e forse la sutoa 
era collocata io maniera , che solo quel prospetto 
vi doveva trionfare. Forse 1* uso degli unguenti , 
de* quali il lusso degli antichi era tanto prodigo, 
alcuna volta cagionava tale adesione alle mem- 
bra degli abiti più sottili , che ora ci pare 
inverìsimile. Ad ogni modo assai cauti dovranno 
esser gli artisti nella inutaùone della irasparenu, 
perchè il desiderio di riuscir nel dilHcile non 
li faccia cader nel falso> La statua detta la Flora 
Farnesiaoà è tutto quello che pnÒ permettersi 
in simili soggetti , volerla sorpassare è nn di- 
menlìcarsi l'oggetto proprio dell'arte (i)- 



(t) Son note a questo proposito la Tueìsìd Roma, H 
Cristo nel sudario a Napoli, ed altre difficili inexie del 
Corradini. 



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TAVOLA XLIX. 

Adruno in forma di Marte ^ 

Questa rara slatuìnafu trovata non ha g;raa 
tempo negli orti Lateraueosi' La sua picciola 
mole e le sua mediocre scultura la feuno argo- 
nteoure una iramagÌDe dedicata ue'privaii L&rarj 
di qualche afìèzioDato all'imperatore Adriano, 
il cui ntratto ci presenta negli arredi di Mane; 
DOD già eretta né per pubblica autoritìi, uè de- 
stinata a pubblici luoghi. La mossa della 6giira 
coDserra molto del soggetto simile che vediamo 
eseguilo in grandezza maggiore del naturale e 
con bella maniera nel Museo del Campidoglio (i)- 
Quella però è interamente condotta in marmo; 
le armi della nostra eran riportate di altra ma- 
teria, probabilmente di bronzo, come appariva 

* Allo palmi tre e once cinque j sensa il plinto pal- 
mi tre e once tre> 

(i) Museo Capitolino , tomo IH , tav. XXI. Mona ìg. Bot- 
tari non sì è aacorlo che il ritratto i d'Adriano. Prima 
la crede un Marte , poi avvedendosi che i lÌDeamentt 
del volto sembrano di viiratto lo suppone un gladiatore. 
La fisonomia d'Adriano è chiara. Tfotabile è la sottì- 
glietEa delle gambe. Forge è una di quelle immagini 
dette dagli antichi iconiche, che tutta rappresentavano 
fedelmente la persona. Adriano si sa dalla storia che 
si distingueva per la velocità e per l' instancabilità del 
tuo camminar pedestre, onde si rende probabile che 
avesse una gamba assai avella e cervina. Leggasi Elio 
Spariiano hi Baciano. 



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503 

dal solco che atirsvenaTa il petto al nostro Àdrìa- 
Do per esservi ioserìto 1' annacollo , é dalla 
mancanza del giro del capo, che vedessi a bella 
posta diminuito sopra la fronte per dar luogo 
all'elmo. Questi accessor) si son restituiti moder- 
uameute. Il gusto di far simulacri di pili materie 
incominciaodo da' tempi di Fidia , ne' quali si 
lavorarono tante statue d' avorio e d' uro , non si 
è poi interamente esiiaio; e per lasciare quelle 
di marmo e di bronzo (i), come la nostra, ve 
ne furono di marmo e di legno, ed anche di 
metallo e d' argento. 

Non si dovrà stupire che un Cesare così 
pacifico, il quale non ebbe net luogo suo impero 
mai guerra esterna , ci venga in marziali sem- 
bianze rappresenuto. Egli prima d'essere Augusto 
fu buon soldato « e si loda dagli scritigri la sua 



(i) Winckelicaiiii nella Storia delle arti, lib. I, e. 2, 
fa menzione di quello accoppiamento , eh' è stato in ogni 
tempo assai comune , essendo assai spesso più comodo a 
lavorarsi , e più durevoli alcuni accessori delle statue 
quando sieno di bronzo , ì quali ricavati nel marmo 
stesso, oltre l'esser di una somma fragilità, sarebber 
costati UD lungo ed inutile dispendio di tempo e d' o* 
pere. Era nel Museo Rolandi Magnini un bell'elmo di 
bronzo eoa due teste d' ariele a bassorilievo sulla gi-on- 
daja , che per la sua misura e pel suo peso facea vedere 
esser servito per qualche statua di marmo. L'uso poi 
d'intarsiare d'argento le opere di metallo era antichis- 
simo, giacché una statua di bronzo d'eroe colt'elmo la- 
vorata in Atene da Clecta avea le unghie d' argento. 
Pausan. Attk-, seu lib. I, 24. 



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5o3 
militar tolleraDu nelle lunghe marcie che iotra- 
preodeva pedestre e armato , ed anche il suo 
coraggio che gli fece riportare delle gloriose 
cìcatnci nel volto, che divenuto sovrano volte 
ricopnr colla barba. Un erudito (i) cbe dalla 
barba appunto d'Adriano ha pensato che sìan 
derivate le immagini di Marte barbato, una d^Ie 
quali è il chiamalo Pirro del Campidoglio, non 
ha riflettuto che le monete greco-italiche (a) 
non solo , ma alcune d' oro della romana repub- 
blica, ci offrono la testa barbata di Marie sempre 
colla medesima fisonomia (3). 

L* elmo del nostro Adriano è stato supplito 
ad imitazione del Capiioliooj perciò è senza la 
groadaja fEttFov, ma termina eoa una specie di 
rivolto sopra la fronte. Siffatti elmi si chiamano 
comunemente romani, e si distinguon dall'altra 
specie che dicesi greca. I monumenti greci per 
altro ci offrono indifferentemeale tutte e due 
queste maniere dì celate (4)> 



(i) 11 conte Ranghiasci nella Disserl. sul Marte Ci- 
prio inserita nella Raccolta <f opuscoli scientifici del F. 
Handelli, tomo XXXIX, pag. 4^. 

(a) Quelle de* Brnzj, de' Regini , de* Mamerlini; Ma- 
gnai)., Brut, namism., tav. VI e seg., XXX\'[[t e XL1X. 

(5) Morelli , Thesaurus famif. Bom. Traile famiglie in- 
certe. 

(4) Battano per provarlo, oltre Ìl greco intaglio della 
Minerva d' Aspaso, le monete d'Atene. Aggiungasi che 
la testa di Roma nelle monete romane della repubblica 
ha sovente 1' elmo che chiamano alla greca. 



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5o4 

TAVOLA L. 



Lucio Vero*. 



Che il capo di questo Cesare siasi ÌDserìco 
su d' UD torso forse non suo , ma al soggetto , 
alla ticuliura, alle dimeasioni conveDÌeDlissìmo , 
uè dee sembrar siogolare, oè dee diminuire il 
pregio di questo marmo, lamopiti cbe sappiamo 
aver gli aotìchi «sai spesso così adoperalo (i). 
11 torso armato di lorica o torace y fu s<:operlo 
a CastroDovo (3), e la testa era gih sa d'un busto 
moderno a villa Mattei. 

Da ognuno vi si riconosce Lucio Vero: Bitrba 
prope barbarice promissa, et fronte in superciUa 
adductiore venerabUis (3). L'armatura è secondo 
l'uso de'ftoniaoi, de'quali era proprio elle statue 
degl'illustri capiuni, thoracas addere (4)-" e 
benché tale non fosse il voluttuoso Vero, pure 
comandò la guerra de* Parti, e immerso nel 
lusso di Dafne, dii il uome alle imprese delle 
romane legioni, e i titoli dì Medico, di Partico 
e d'Armcniaco ne riportò. 

* Alto palmi dieci ; sema il plinto palmi nove e 
once quattro. 

(1) Vedasi Svelonio ìa TiÙerìo , cap. 58} Dione Cri- 
sostomo nell'orazione ad Rhodios. 

{1) Si h data notizia di questo scavo nel tonlo I f ta< 
▼ola L, pag. a65. 

(3) Giulio Capitolino iu Vero sul fine. 

(4) Plinio, U. A'., lib. XXXIV, 10. 



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3u5 
Olire il torace ha la nostra sutua la clamt4e 
scìolu e rìgettau interamente sulla spalla sinistra. 
Xì Fabreltì che sapea solersi quel paludamento 
allacciare sull'omero destro , ha creduto che le 
■talae che l'hanno sul manco, come la nostra, 
rappresentassero qualche uso greco, non osser- 
vaodo che la clamide v' è ravvolta beasi , ma non 
afifibbiata. Quindi ne dedusse che alcuni torsi 
cosi ornati del Museo Carpegna fossero opere 
greche, e dalla epigrafe d'alcune basi staccate 
aflàtto da quei frammenti ne concluse , che 
le avesse trasportate in Italia il viocitor di Co- 
rinto (i). 

Notabili veramente sono i bassirìlievi de' quali 
è arricchito il dinanù della coraua. Il Gorgone 
nel petto À comune, ed imitato dall' Elgida di 
Mioerra: singolare peraltro è il rìmaoeote di 
queir ornato- £ io mezzo scolpita la Fortuna col 
sno cornucopia nella manca, alata e coperta 
d'elmo (7), che regge nella destra una palma. 
Della celata della Fortuna si è altrove parlato, 
ove l'abbiamo osservata anche sul capo della 
Fortuna Auziatìna. Era propria, io credo, di quel- 
la che area il titolo parùcolare di Forte, e che 
dovea riguardarsi come la Fortuna della guerra , 
senza la quale era inutile ed infelice il valore. 



(i) Fabretii, Inscript. cap. 5 « as in noia- Winckel* 
maon ha riflettuto che il lavoro di qa«' torsi non è greco- 

(_t) CoA i nell'originale, quantunque nel disegno im- 
pres«o non apparisca. 

Museo Pìo-Clem. VoL II. ao 



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5o6 

Id una gemma Stoschiaua (i) queau dea ha 
pur l'elmo in capo, e le ali che accusaoo la sua 
instabìliUi. Due trofei di barbare spoglie (a) sono 
espressi da' lati , e sotto giace la figura della con- 
qmsuu provincia. Di queste corazze cosi ornale 
molte ed eccellenti cose dice il Buonarroti (5), 
il quale Vuol derivato quest'uso da' ricami bar- 
barici delle corazze di lino. Ma siffatte corazze 
costumarono iu anùcbissimi tempi ancora in 
Grecia j ed un torace ornato d'arabeschi lo veg- 
giamo nella pittura d'un vaso fìtùle (4), genere 
di monumenti che ci conserva l'idea degli usi 
greci i piii vetusti. 

Le gambe e le braccia del simulacro sono 
moderne; Ìl destro braccio però Dell'antico dovea 
sollevarsi ed impugnare la lancia. L' atbtndine 
della figura sarebbe stau allora pib nobile, e 
la situaàone del braccio più giusta. 



(i) WincLelmanot Descript, du Cab. de Stosch , n. i8i8. 
(a) Dalla forma degli scudi le spoglie sembrano ger- 
maniche o d'altra nazione settentrionale. 

(3) Buonarroti, Osservationì su i medaglioni ec. in Gor- 
diano Pio f n. 5. 

(4) Hancarville , Vasi tomo n , uv. czzix. 



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5o7 
TÀVOLA LI. 

GlDLIA. SOEMU IN POEMA DI VemERE *. 

Fralle statae del Foro Preoestiao era quesu 
ancora notabile per la sua conservazione (i). La 
testa quantunque separata dal rimanente combi- 
nava cosi bene coHe commissure del collo , che 
non TÌ fu dubbio circa il suo appartenere al si- 
mulacro. Non è dunque Venere quella che fìi 
scolpita nel marmo, ma bensì una donna illu- 
sire , essendo le fattezze del volto non solo , ma 
anche 1* acconciatura delle chiome ritratte visi- 
bilmente dal vero. Il nome che abbiam dato alla 
statua nel tìtolo se non è certo , è molto pro- 
babile: poiché le genuine immagini della madre 
d'KIagabalo non solo corrispondono alla presente 
Dell* ornato del crine , ma molto più De* tratti 
della Gsonomia » quantunque i lineamenti carat- 
teristici d'un ritratto incòmiacino nelle mcoete 
di quel tempo ad esser meno sensìbili * e per- 
ciò non ne siegna si facile il paragone , quando 
voglìansì confrontare con ritratti al naturale per 
fissarne I* identità o la dlver»tà del soggetto ar- 
guimC' Ciò non ostante la verisimigUanza del 
menùonato ritratto va crescendo anche per altre 
considerazioni : e perchè in un luogo pubblico 



* Alla palmi otto e once due ; senis Ìl plinto palmi 
tette e once otto. 

(i) Vedasi ciocché ti è detto di quello scavo il nel 
tomo I, tav. vt, come in questo medesimo tomo, taT> ii- 



bo.i..-cd.yGooglc 



SoB 

d' UDR colonia romana , sotto gii occlù di Roma 
stessa , noD ès. probabile che si onorasse colle 
sembianze d* uoa dea una donna che non fosse 
Auffusu: e perchè l'impudenza stessa di rappre- 
sentar cosi nuda non solo conviene ai corroui 
costumi di quella regnante famiglia, ma ancora 
ad un rango cui la fortuna abbia ooUocalo à 
alto da non curar in confronto d* un lusinghiero 
capriccio né il biasimo, né la lode. Queste ri- 
flesàooi aggiunte alla simiglianza dell'idea del 
volto colle sicure immagini di Giulia Soemia 
tanto pih rendono la proposta denominasioDé ve- 
risimile, quanto pih lo stile del lavoro conviene 
a quel secolo , e 1' età dell' Augusta scolpita ad 
nna persona che non potè ottenere pubblici 
onori se non quando si trovò madre d' un im- 
peratore. 

Quesu sutua ci mostra 1* eccesso del lusso di 
Roma in que' tempi, e come questo lusso inù- 
nuandosi nelle ani le andava conduccodo fuon 
di strada. La chioma del simulacro è amovibile, 
tranne le due ciocche di capelli che pendon su- 
gli omeri, e che son relative alle sembianze di 
Venere , solto le quali è adombrau l' Augusta. 
Quelli che hanno osservato in altre teste anù- 
che sifFalte capigliature amovibili , ne han con- 
cluso 1* usanza a que' tempi di portar capelli fit- 
tizj (i). Questa moda però molto piìi antica e 



<tj Bottari, Museo Capitolino > tom. ii, in Scotano. 



,y Google 



p&li generile della pretesa imiuuione (i), a me 
sembra che dod debba avervi conaessiooe al- 
cans> Se n adomavano le donne d'allora il capo 
delle alimi cbiome , non perciò si radevaa I« 
proprie , né potean esser così premurose di far 
apparire qnesta finzione sino ad esigere anche 
nelle loro immagini che non si tradisse la ve- 
rill 1 obbligando lo scultore a fare delle vere 
parrocche di marmo da imporsi su* loro ritratti 
deformati altrimenii da una assoluta calvizie. N& 
V imitatone dell' arte esige mai che si faccia 
di diversi pem ciocchi nel vero è staccato. Le 
clamidi, i calzari, gli scudi, gli elmi e tutte le 
altre parti del vestiario e drirarmatnra chi mai 
le ha scolpite succate , come si è fatto de' ca- 
pelli t ^^' quoh meno d' ogni altra cosa dovea 
&rsi, gìaccbè o finti o veri, sempre suppon- 
gonsi non ' divisi dal capo 7 Io non ravviso in 
quesu curiosa particolarilb sennonché un raffi- 
oamento di lusso , per cui le donne romane can- 
giando spesso di moda, e portando la lor dili- 
catezza sino a non voler soffrire dì vedersi nei 
lor ritratti acconciate alla moda vecchia , che 
potea alle volte fissare quaich' epoca inopportuna j 
necessitarono gli artefici a trovare un ripiego 
per poter cangiare 1' acconciatura del capo ad 
una immagine in marmo senza distruggerla. Que- 



(i) Foeminà prCtcedit densissima crìniius empu's. 
Ovìd., de art. am. m, V. iC5. Ved. anche Ateneo iii, S. 



Doi:i7H:,yGoOglc 



5io 

sta t secondo cHe io penso , fa 1* bi^ne di tali 

uarnioree parrnccbc (t). 

Del rimanente la statua è bene scolpita ; ù 
vede che l' iasìeme è l' attitudine son copiate 
dalle statue di Venere , ma poi sì i sfuggito 
guell' ideale che non converrebbe a ritratto , e 
sì è copiala la natura eoo morbidezza e con ele- 
ganza. 11 drappo che copre la statua dal mezEO 
io giù vedesi in varie figure di questa dea, come 
ancora il delfino col Cupido, accessorj ali{uaiilo 
inferiori nell' esecuzione. 

La scultura s'andò sostenendo * specialmente 
ne' ritratti, sin quasi alla metà del terzo secolo 
dell' era crisdana , né è già il Caracalla Fame- 
BÌàno l'ultìtno respiro dell'arte (a) L'Alessan- 
dro Severo nel nostro Museo, e il Filippo Se- 
niore del palazzo Chigi (3), producooo alquanto 
quest'ultima epoca, dopo cui quest'arte, la pili 
durevole fralle arti sorelle, cadde iu un letargo, 
dal quale dopo tre secoli di cooùouate cure , 



(i) £ nel Museo un busto di Giulio Mammea trovato 
suir Estuili no nel fabbricarsi la chiesa delle PaoIolU- 
Siccome non avea i capelli amovibili , per cangiarlo 
d' acconciatura se gli eran fatti tre tagli in antico da'due 
lati e al di dietro, e vi si erano sostituiti de'tauelli ch« 
rappresentassero una diversa acconciatura. 

(2) Così lo disse montleur de Baltenx. 

(3} Si puJ> vedere delineato nelle Notate ^aniichità e 
belle artif tav. ii del mese di luglio 1784» con nna 
leggiadra esposizione del colto ed erudito lig. ab. Gnat- 
taoi autore di quell'opera periodica. 



'DowrdDyGoOglc 



Sii 
non Ita ancora ottenuto ni completo * né stabile 
risorgimento. 

TAVOLA LII. 

Sallustu in POKBii. DI Yemere *. 

lift Venere Felice che 1* epigrafe iocisa nel 
plinto di questa statua ne accenoa , sembra che 
abbia sortito questo invidiabile soTrannome dalla 
Romana Fortuna » e che non dìffeiisca dalla Ve- 
nere Geoilrìce o dalla Vincitrice , titoli alla ori- 
one dì Roma ed alla esallaùone della famiglia 
Giulia allusivi. Le medaglie d'Amonino Pio ci 
mostrano che quel sovrano , Belante delle reli- 
giose memorie della romana mitologia (i), erì- 
gesse o risuurasse un magnifico tempio a Ci- 
prigna con questa appellazione , tempio che vien 
poi rammenuto in una iscrizione (a). La statua 
che consideriamo non era certamente il simula" 
ero venerato in quel tempio. L* arie fioriva an- 



* Alta palmi nove e once sei ; senza il plinto palmi 
nove. 

(i) Nelle lue medaglie si trovano rappresentate le 
antichità patrie: la venuta d'Enea in Italia: la Scrofa 
d'Alba: Marte con Ilia: la Lupa lattante: il ratto delle 
Sabine. Oltradiciò in altri tipi ci offrono i templi di 
Venere Felice^ di Roma Eterna, del Divo Angusto. Ve. 
d»i il Heuabarba. 

(a) UoiccWi, de stilo Inscr^tìonum, a. CGCVIIII, p. 176 



,y Google 



5t3 

Gora a' tempi de' primi ÀatoniDi, e i pobblici 
monumenti di quella età ce lo provauoi che Ìn< 
feriori al buon greco stile y sono però d* uoa 
maniera cosi eccellente da fare scomparire i 
capi d'opera della moderna scultura (i). Oltre 
di ciò il simulacro era forse dedicato in quel 
tempio j ma da privata, non da pubblica anlo- 
litk, come Tiscriùone posta io nome d'noa Sal- 
Justìa e d'un Elpìdio lo fa compreodere. 

Quello che però singolarizza il simulacro è 
il ritratto, che può chiaramente ravnsarsi nel 
volto della 6gura. Non è dissimile da quelli di 
Sallustìa Barbia Ortiana^ moglie , come si crede, 
d' Alessandro Severo , nota solo per le meda- 
glie (a); e il nome di Sallustia che ha dedicalo 
la statua può convenire ad una liberta di lei 
che le abbia eretto questo monumento della sua 
gratitudine- 
La dea è tutta nuda dal mezzo io su , il resto 
è coperta, come la maggior parte dì queste Veneri 
Auguste; ha un Amore a' piedi, a cui mancan le 
braccia ,che stavano iu altitudine di presentare 
alla madre qualche simbolo che al cognome di 
Felice fosse allusivo ; o fosse questo il pomo 
della beltìi , o T elmo di Marte , ambedue gli at- 



(i) Basta oaservare ì baisirilievi dell'arco di Marco 
A.nrelio, ora per le scale de'due palam laterali del 
Campidoglio. Sono incisi nell' AirtUremàa. 

(3) Spanemio , Je usu, et praest, numism, , ditfert. xi, 
cap. 3,5 a6. 



,y Google 



5i5 
uìbati ai lìferìreltbero al felice successo delle 
sue cure. 

JJ ìscrìzioDe incisa nel plioto è la seguente : 

VENERI ' FELICI ■ SAGRVM 
SALLVSTIA • HELPIDVS ■ D • D 
Questo Elpido , o piuttosto Elpidio , sarà forse 
stato uo servo o un liberto j marito o contuber- 
nale di Sallustia. 



,y Google 



5i4 

mBicAzioi^ DE' MomjMErrxi 

CITATI NEL CORSO DELLE ILLUSTRAZIONI 
■ UPPHZSEHTATI HSLLS DITI TAVOLI A S &■ 



TAVOLA A. 

I /e greche medaglie rìporute t A. I , d. i e 
UT. A. n, D. 4 provano che la spiegaàooe dau 
da 'WÌDckelmanD aUa autaa d' Ercole con no 
hatnbi^d! salle braccia, ch'egli crede Ajace, per 
quanto sia verisimile e beo fondata, non è con- 
forme all'idea ch'ebbero quegli antichi, i quali 
immaginarono e diressero ì conj di taU medaglie, 
che hanno un chiaro rapporto d'identilit coU'ar* 
gomento della delta statua. La cerva vedest a'piedì 
d'Ercole nella medagtia di Tarso al n. t, ri- 
portata e spiegata dal Pacciaudi nella prima parte 
de' suoi Monumenti Peloponnesiaci, e sembra 
che il bambino stenda le mani verso la mansueta 
fiera con quell'affetto ioraotile che quella tenera 
etìt sente per le oudrìci. Il bambino è danque 
Telefo, non Ajace. La medaglia de'Midei edita 
dal Vaillaot trti' Medaglioni delt ab- De-Camps, 
in Giulia Pia, ofFre lo slesso gruppo. L'animale 
fu spiegato da Vaìllant pel celebre cane d'Ercole, 
ma forse la poca conservazione di quell* anòco , 



1 



Do,1,7cdDyGoOglc 



5i5 

• la jK>cò «atta osseryazioDe dell' aatiquarìo gli 
fecero scambiare la cerva nudrice di Tclefo col 
caoe d'Ercole. Cerio i che i Midei eraoo abita- 
tori di que'cacapi Teutraoici dove Telefo avea 
regnato , e perciò è verisimile che segoassero 
nelle medaglie l'origÌDe Erculea del loro eroe. 

Si è già notato, che secoodo gli autori che 
ci rimangono, Ercole non potè vedere Telefo 
bambino , ma forse le tradlùooi mitologiche erano 
varie , o quelli che ebbero a cuore d* onorar 
Telefo portarono a questo senso i gruppi d'Ercole 
con Ajace, aggiungendovi a* piedi la cerva. Te- 
dasi la uv. IX. 

A. I , man. a. 11 superbo intaglio di Teucro 
nel Museo Mediceo (^Museo Fiorent., Gemme 
tom. u, uv. t) può darci idea di quel ch'era 
presso a poco in antico il famoso Torso di 
Belvedere. Vedasi la tavola X. Si supponga la 
composizione in senso contrario , e come suol 
dirsi tdla contro-pruova- La figura femminile si 
collochi piuttosto a lato d* Ercole , che dioanù 
a Ini , come ora lo è , e 'I braccio dell' eroe che 
ora si appoggia sul sasso ove siede , ' si sollevi 
ad accarezzare la sposa , ed avremo il gruppo 
antico del Torso. Simili mutaùoni si facean da 
valenti litogli6 per adattare all' incisione quelle 
figure e que' gruppi che primariamente o per 
la scultura j o per la pittura erano suii inventati. 
Ne abbiam dato la prova e V esempio nel Disco- 
bolo di Mirooe alla tavola A< IH* n. 6 del no- 
tro primo toma 



.yGoogli: 



Si6 

A. TI, man. 3. Ecco la gemmi regU del rì^ 
poso d' Ercole , che il cb. ab. Fea pensa che 
possa darci uoa idea dolio stato antico del Torso 
( WìackelmaDD, iftoria ee. , Kb. X, cap. 5, gì 4, 
n. (C)): ve o'è uu* altra poco diversa nello stesso 
gabinetto ( Mariette , IVaité des pierres gravées^ 
II , pi. 84 e 85 ). L' una e 1' altra daoDo alla 
6gura una sifTaita disposizione di braccia , eh* è 
assututameote ripugnante all' idea che ce ne som- 
ministra qud che resta bella statua d'anòco, 
incompatibile perciò colla composiaione dì quel- 
rammlrabil figura. Vedasi la tav. X. 

A. Ili, A. IV, num. 5 e 7. Questi due do- 
meri ci ritraggono due immagini ibtt^te di Ne- 
mesi. Le medaglie greche che oe provano il 
soggetto soD comuDÌ sì nelle collezioni , che nei 
libri Dumismatici y perciò noù sì riportano. La 
figura al num. 5 è tratu dal bassorilievo d' uà 
bel vaso posseduto dal sig. principe Chigi , del 
quale si è parlato alla pag. 95. Ha il destro brac- 
cio nell' attitudine di presentar U misura del cu- 
bito e un ramo nella sinistra. È qaestionaio se 
il ramo di Nemesi fòsse dì frassino o' dì poma, 
giacché la simiglianza delle due voci ^■^Tua e 
y,TiXia, ch'esprimono que' due alberi, rende i 
j[>assi degli scrittori greci incerti ed equìvoci. 
La nostra figura sembra determinarci pel pomo; 
le foglie pìh sono analoghe al pomo che al firaè- 
kìqo. V'è ancora un altro motivo di cost giudi- 
carle. Dirimpetto alla Nemesi nello stesso basso- 
rilievo è una fiigura dì Venere col fiore, figura 



,y Google 



S.7 
che serve speuo agU anUcIii per ùmboleggiare 
la Speranza. Questa ha nella sinistra ud ramo 
eoa foglie simili a quelle del ramo di Nemesi. 
Ora il ramo di Venere non può essere il fras- 
sino , ma beorì il pomo y e col ramo di pomo 
nella manca , e *1 fior di papavero nella destra 
vedeasi inSicioDe (Pausan., Corinth. seu lib. IT, 
cap. io). Al man. 7 è il disegno della bella 
autuina di Nemesi possednu da S. E. il signor 
cav. D. Giuseppe Nicola d'Àaara mÌDistro pie- 
oìpoienziario di S. M. Cattolica presso la Santa 
Sede, signore che alle luminose prerogative del 
rango unisce le più singolari doti d* ingegno , 
di sapere e di gusto. A questa figurina è stata 
aggiunta nel rìatanro un' ampolla, come aveva la 
Nemesi d* Agoracrito ; giacché il coltissimo sig. 
Tresham valente pittore irlandese, che la fece 
risarcire , ne aveva ravvisato il vero soggetto dalla 
situaziope del braccio. 

A. T, num. Q. Si riferisce in questo luogo Ìl 
raro bassorilievo egizio di sicomoro , che sì 
conserva dal eh. ed eruditissimo monsigoor Ste- 
fano Borgia nel suo dovizioso Museo a Vclletri. 
Ha una palese analogia colla statua arrecata da 
noi alla tav. XV!. Anche questo sarà dunque 
un sacerdote egizio sotto le sembianze de) Dio 
Oro,qaaiido non vogliasi credere il Nume stes- 
so. Winckelmann crede che quella specie di 
scettro che bau diverse figure egizie simile a 
quel che mirasi nel presente bassorilievo sia 
pr<^rìo del Dio Oro, e ciò per la sua pietlt 



Do„,7cdDyGoOglc 



5i8 

Terso il padre Ouride, simboleggìau dall'upupa, 
«I cui capo crestato ha qualche umigliaoza il 
pomo del bastone. Ma Diodoro dice sempHce- 
nente lo scettro aratriforme, vjt^xxpov àpoaposi^'^ ^ 
essere un* insegna propria di tutti i sacerdoti 
egiziani. Notabilissima poi è quella pianta che 
sorge fralle gambe della figura, e sembra eoa 
una specie di fiore esprimer quel giuoco coma 
papjri, detto dagli £gizj sari^ ed a?uio per 
simbolo dd Nila Vedasi la spiegazione della 
tav. XVI. Debbo a questo proposito osservare, 
che sulla punta dell* obelisco d' Augusto , ^ 
eretto ed or giacente nel campo Marzio, vi sono 
ben tre figure con una simile pianta fralle gambe* 
Zia figura egizia ha il solito Taa , simbolo della 
iniziazione nelle figure sacerdotali, e della forza 
produttrice della natura nelle divine. Ha il capo 
amo d'una benda, i cui nastri pendonle dietro 
al collo, come pili figure nella Mensa Isiaca. 

A. V, man. B. Ecco i geroglifici che veg- 
gonsi sul plinto del simulacro riportato nella 
taT. XVI. L' edipo che l' interpreti sì aspetta 
ancora. 

A. VI, man. 9. È questo uno schizzo della 
testa unica di Plutone , rappresentato alla greca 
senza i simboli di Serapide. Questo eccellente 
pezzo di scultura è trattato veramente da mano 
maestra, con pochi e sicuri colpi di un gran- 
dissimo effetto , e intesi mirabilmente. La muni- 
ficenza e r amor delle arù che rispleodono fralle 
grandi qoalitfc dell'altre volte lodato sig- prin- 



Do,1,7cdDyGoOglc 



'■9 
cape D. SigiamoDilo Chigi , han Citto sì ehe que- 
sto bel moDumento iosieme con altri iungni 
sìeno- Dscid alla lace dalle dispeadlose scava- 
àonì di Porcigliatio, e si ammirino nel sao pa- 
lazzo. 

A. yi, num. IO. Questo intaglio greco-egiùo 
h tratto parimente dal Museo fiorgiano a Vel- 
tetri. Iside Tesmofora siede sulla cista de' suoi 
nùster^ , e forse a questo epiteto potrebbero al- 
ludere le quattro lettere greche 6ECI che ai 
leggon nell'area. Vedasi sopra la pag. 88. 

A. VII, num. ii. Vedesi disegnato in grande 
souo questo numero il modio che ha sul capo 
la statua dì Plutone alla tav. I. Gli alberi glan- 
diferi che vi son rilevati all' intorno , ho detto 
nella spiegazione poter esser elei, come i soli 
funerei di questo genere, e che potesser cre- 
dersi sacri a Dite. Questa mia opinione intorno 
all'elei rioo confermata da Pausaniai che de- 
scrive un bosco d' elei consecrato alle Furie 
(Corintk. seu ii, e. ii.) Avendo però osservato 
che in altri moggi che sono stil capo di Plutone 
e di Serapìde, oltre gli alberi glandiferi vi sono 
ancora le spìche del grano, debbo avvertire 
che questo emblema può ammettere anche un'al- 
tra ^legazione. Può essere che intorno al modio, 
nmbolo d* nbertà e di dovizia , si sien volute 
sedpire quelle piante che bau dato o danno 
sostentamento al genere umano, e son perciò il 
nararale emblema della dovizia. In questo caso 
potrebbeu nel Doatro modio credersi figurate le 



Do,:,7cdDyGoOglc 



Sao 

qaercie che sonmmùtraroao a^ uomÌDÌ il primo 

lor nulrìmeoto. 

A. Yll, num. i3. Il rovescio d'un deaario 
romano ddila gente. Procilia ei rappreseoia la 
vetusta immagioe dì Giunoue Laouvioa, come 
r ha descritta Cìcerooe: Cum pelle, cian scutvio, 
mancaloeis repandis. (Vedaai la nosbra uv. X.XI1 
pag< 157 y. La atatua ivi riportata &i conosce daUa 
dispoamone generale* e dal modo specialmeuie 
con cui ha indossala quella pelle 1 aver comune 
il soggetto colla presente figura. Or questa è »Ìcu- 
camente la Giuuoae Lanuvioa , come oltre le ci- 
tate lesiimonianze lo dimostrano le medaglie d'An- 
tonino PÌo(p. 160) ove si legge: IVKONI SISPI- 
TAE, con epiteto proprio al culto di Giunoge in 
Lanuvio : dunque la nostfa statua sicuramente la 
rappresoaifl. Uno d«' duivnyiri monciali che &cer 
hattere siniuii denari era un Proeilio, famiglia 
oriunda di Lanurio, nel cui territorio o nei 
confini del prossimo I^aureotÌDo possedea forse 
quel fondo che eoo oorrotu deooniioariove da 
Prociliauo è divenuto Porcigliano * e che sì è 
reso celebre per lauti monumenti che ha resi al 
giorno. In questa moneta è osservabile ancora il 
serpe a' piedi della dea. Di questo abbiamo ac- 
cennato alcuni rapp<M-ti nella spiegarione della sta- 
tua j non voglio però tacere quello che ci viea 
narrato da Cicerone nel I tìe diyìruUione ^ $ 56. 
a proposito de) celebre attore Q. Roscìo. Giova 
riferire le sue slesse parole : Quid amores , oc 
deliciae tue , Moscius ? num aut tpse , aut prò 



DowcdDyGoOgIC 



Sii 
«o LanuvUim totum msntùheUur? tjuicum es- 
set in atnabuUs , educareturque in Solonio , 
qui est corpus agri Lanugini ; noeta lamine 
Of^osito eoeperrecta nutrix animadvertit pue- 
rum dormientem circumplicatum serpentìs am- 
pleaeu : tjuo adspectu exteirita clamarem su- 
stitlit. Pater autem Jtoscii ad haruspices retu- 
ìitt ^ui responderunt nihil ilio puero clarius « 
nìNl nobiiius fare, jltque hano speciem Pra- 
xiteles ccelavit argento , et noster expressit 
jtrcìdas versibus. Di una copia io marmo di 
qaesi* opera di Prassìiele ( diverso dal pib aotieo, 
e lecDDdo aleaoi piuttosto Pasilele ) , credo cho' 
esilia ora il frammeoto presso il vescovo di 
Wilna in Liluania moosìgDor Ignano MasM)scki. 
Questo prelato acquistò ìd Roma dalle altre volte 
lodato 8Ìg> Pacelli una lesu di putto, attonio 
alla quale h ravvolgoo le spire d* un serpe. L* a- 
ria ilare del v<rfto del bambino medesimo, mo- 
stri che non pnò rappresentare né un figlio di 
IiMXiOonie (che alle volte i figli di Laocoonte 
veggoDH flspresn come patti), nh il famoso Ar- 
chemoro che dal serperne . fu ucciso. É vero 
che Cicerone dice che Rosoio dormiva , ma 
non dice che poi non si destasse. E forse lo tcol- 
tore avrk immaginato questo punto per mostrare 
nella letiùa e'qeHa ìndinerenKa del hambino i' 
felice augurio che si travedeva in qn^la awen- ; , . 
tura. 11 disegno di questo frammeoto pnjkvedern .e , '<. )À'''- 
nella uv. A. VH, n. i5. k/. . J.', 

Museo Pio^lem. Voi. II. ai ' ' ■■ <| - 



Do,:,7.dDyGoOglc 



Sa 9 

Osservaaione daìf^iUore pubblicata neitonu yjl 
delt ediùone di Roma. 

La coDgeitu» che aveva faiu sulla immagine 
di Roscio è svaDÌu. Un altro pouo ùmile più 
ÌDtero e poruio su) dorso d* una dìvioiià nui- 
rioa , da me aiirevohe vedutu nello studio del 
sig. Camillo Pacelli valente scultore, mi ha pro- 
vato che questa testa apparteneva a Melicerta, lo 
stesso che PortuoDo o Palemooo , dio marìao e 
cugino di Bacco * dalle cui orgie ha presa pro- 
babilmente questa- corona dionisiaca formau da 
na serpente. 

TAVOLA B. 



I quattro numeri dì questa tavola B. I. ci pre- 
sentano io vai] prospetti Ìl pregevolisùmo vaso 
fittile della galleria Gran-Ducale, da noì ram- 
memorato ed esposto alla tav- XXXlI,nou (i)» 
p. 300. Questo 1° num. ci oflre le figure che sono 
intorno al collo di detto vaso, singolaruszate dalla 
greche epigrafi che sono ancora sopra a sei di 
esse, ed erao forse in antico segnate su dì cia- 
scuna figura. Le ahbiamo altrove riferite : qui il 
letiora potrfa osservarie in caratteri «aen dissìmili- 
dagli originali, che sono una specie dì carat- 
tere corrente e minuscolo , heochè 1* assenza delle 
lettere lunghe , come dell' H e dell' Si , che si 
in queste come io altre riferite dal MaBocchi 



,i„vj,,Coo'^[c' 



5ay 
fl* nota » mottrt ««sere qaeste ^grafi £ non poca 
anticliid. 'L'uso oleirE per 1' H « trova per alt 
tro nelle mooete d'Alcoe poco anteriori all' etk 
d* AlotBwiJyo * Dode k credibile che ascor l' e- 
poca del nostro vaso precedaj qudl' Mk di pooo 
tempo, aueu la «ngotamstma sna elegante, e 
elio eie appunto uscito dalle aniohe figuline, 
clk* tlbh^ro ne* tempi - antichi tanta rìpataùoDe 
(AlOHeo, De^mOsoph. I). L'argomento deUa com* 
poaiiioae l'ho creduto alluÙTO alle Tesmofurìe, 
ed bo accennato i motivi di tal congetturas ora. 
ooiwieil aggiaogervi qualche rìfleMÌone luUa fi- 
gura di Caiha y ohe ho supposto lo Slefaneforo.. Il 
eh. ed eroditissimo monsieur Du-Theil io una' 
disaertanone - inserita nelle Memorie deW Acca* 
demia ddle Iscrizioni e òeile lettere^ tomo xxsit 
in 4t peoM che ,qQeste' sOTrÌQtendente alle Tes- 
«ftibrìeai debbaiMeratteate alla immaginazione 
£ Meursio. £ vero che una greca lapida ram- 
Beou lo Sie&nefbro di Cerere Tesmoforaj ma 
non per.oiò» die' egli «' dee uiferirsi che lo 
Stefitoeforo presiedesse alle Tesmoforìe,' nellO' 
quali non avean parte che le sole donne , n& 
«omo akono vi si ammetteva. A me per altro 
pare che d^bau distinguersi i misterj e le 
cerimonie arcane delle Tesmoforie dalle feste 
che io quella oocorrema à soIeOnizzavano: quelli, 
odebravansi dalle donne secretamente, escludendo 
ogni uomo da ult cerimonie muliebri , queste 
eran pobbUohe , e conustevapo io processioni 
e Bigiifi:^» a* quali non era vietato agli oomini 



Do,:,7cdDyGoOglc 



334 

assistere* e che ben' poterauo esserb diretti d» 
un ministro , clie per ìa coróna di cai era ìd" 
sìgoilo iTrk arato il nome di Sietàneforò. Per 
altro la spiegaàoDe proposta di queste &gUre n 
dà semplicemente per congettnrale ; e 'se taluno 
voleste ravvisarvi piottoato le soleniiitk d'un ma. 
litaggio , e nel Genio alato invece del Genio 
Egèmone de* mister), un Cupido o uo Imeneo^ 
non saremo per contraddu-gK. Abbiam atdtaaco 
preferito questa congettura, perchè avrebbe qaal- 
che relazione colla favola d' Ippolito • Fedra , 
che ci sembra sicuramente rappresentata nel corpo 
del vaso , attesa , come si è detu , la casiitfc 
UQio inculcau nelle Tesmoforie. Fa d'uopo av- 
vertire che le £gnre nel bel vaso Hamihoniano 
(tomo I, tav. Sa ) spiegate ' per le a<mt di Pa- 
ride e^d'Elena dall' Hancarvilie , biinno precisa- 
mente lo stesso argomento dbe quelle riporuie 
sotto questo primo numero: e colk pare, secondo 
le mie coogetuire, riconosco lo Stefiineforo co- 
ronalo, le due matrone presidi, oltracciò i ea- 
nestri ooosecrati in quelle cerimonie» e l' Genio 
de' mister). 

B. I, num. 3. Il ^ppo disegnato sottoqaeato 
numero è nel corpo del vaso, e rappresenta 
Fedra, che incoragg^ta dalla vecchia nudrice, 
dichiara ad Ippolito stupefatto la sua làule pta- 
anone. Il disordine dì Fedra è espresso assai vi- 
vamente. 

Ifum. 5. Sì è disegnata sotto questo numero 
la forma generale del vaM, perché se ne am- 



bg„„vJ.,COOglC 



535 
BÙrì la seni[JieiUi e l' eleganza, come incora per 
formartf idea del compammeoto delle storie ohe 
TÌ son difnnte. 

Num. 4< IppolHo teguace di Diana e dedito 
a&a caccia, vedesì in abito venatorio ftiggire 
dalle. ÌBceMuOK premore della madrigna. I^a 
vecchia ondrioe tenta in vano di trattenerlo. 
Si oaserri che costei faa il capo involto in una 
specie dì cuffia che mitra da'Laùni e da' Greci 
feppellavasi, come si. è diraottrato nel tomo t 
(pag. i^p Dpu 3'. Questa acconciatura di tesu 
vediamo nelle figure delle vecchie» come d'E- 
cnba . io pih monumenti , di questa nudrìoe di 
Fedra io tutti i bassirìlievi, nelb pittura antica 
dtaiA alla tav. XXXII-, pag. 300 '« e deUfa nndrice 
delle figlie di I7iobe in un bel sarcofago del 
Muaeo Fio-Clemeotìno. Ciò combina coli' uso 
anbeo Atteaiatoci da Ovidio {Fast, tv-), il quale 
parlando di Cerere trasformata in vecchia, non 
questa circosuosa di cosi coprirsi la 



Sinudarat anum, mìtra^ue capiUos 
Presserat. 

e di Tertuono , che pur prese la forma di vee- 
chta, dice {Metamorph. xit) che 



Redimitus tempora mitra 

^ssimiiacit armm. 

Questo disegno è esaltissimo. Ippolito è rappre- 
seouto un bel giovine imberbe, non già come 



Do,i,7cd.yCoOglc 



536 

nel rame dato dal BcnuteBO e dal Passeri c<4ia 

barba (i). 

B. II, RUTH. 5. Questo elegaote bassoriliero esiale 
ancora pressò il ! sig-. Gnmmii Vnlpairo egregio 
incisore di rami. Yedevisi Bacco eiB^mo- quando 
trova l'abbaodonata Arianna. Si osseni la tìgurs 
facente di quetu eroioa, e si troverà essere la 
medesima che la nostfa stiìua delta la Cleopatra; 
ancbe la'coltre ■ove si scorge ravvolta 'è smólo 
a qnella del simulacro, e Je vela io parte la 
testa. Si-meoDtri colla tov.XLIV, pag. aSo. 

fi. Ul, Ttum. 6. Questo groppo è tratto dal 
bassorilievo rifiento oeWj^dmiranda alla tav. ixxi. 
È UQ Bacco barbato, ^O' come si saol ehiamara 
da* tmtologi Bacco - lodiauo;. asMstìto da* Fauni e 
Sileni, in atto di farsi trarre da un Fauno le 
crepide per salire sul letto preparato per un 
banchetto. I moderni autiqnarj poco osservatori, 
non riflettendo a tutti i simboli Buichìci del 
suo corteggici lo han creduto il TriioalehtODa 
di Petronio Arbitro: altri vetusti antiquar) ugual- 



(■) La fenunÌDa che lembra opponi alla partenza del 
^guerriero, d'un cacciatore; o di un viaggiatore ( tav> B. 
^ I , nnm. 9 e 4 ) ; si trova spesso nelle pitture de' vasi : 
la figura d' un nomo stante fralle dae femmine sembra, 
avere un tirso. Queste considerasioni mi fan parere men 
verisimile la spiegazione che ho proposta di tali pitta- 
re , riferendole alla favola d' Ippolito. Del resto non vi 
£ sovente corrispondenza alcuna fra i soggetti dipioti 
sulle diverse parti dello stesso vaso. ( Oiservathne del- 
Fautore pubblicata nel tomo f^ll deff edizione ài Roma. 



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mente iocoosideraii , ood uo ùmile iagaono Io 
BcatabiaroDO eoo Sardaoapalo , di cui furoDO 
celebri le mollezze e ì piicerì. IdUdio il rapporto 
di questo Bacco colla nostra statua che ha l'e- 
pigrafe CAPAAlNAnAAAOC , è evidente ad una 
semplice occhiata. Vedasi la tav. XLI, pag. 357. 
B. IT, nian. 7. Ecco il bassorìlicTO del Museo 
Carpegna , ora Valicauo , gib illustrato dal Buo- 
narroti {Osservazioni sopra i medaglioni ■, ec. nel 
Trionfo di Bacco , pag. 447) e da uoi nnoTa- 
mente spiegato alla t. XXVI, n. 5, pag. 1 71. Il pre- 
sente disegno, meno elegante di quello di Santi Bar- 
toli, è pifi fedele all'originale. Ho esposto 1 motivi 
per crederlo un celebre attore tragico. T7od giova 
qui tratteoersi nel ricordare ì certami degli attori 
e gli onori tributati a que' che superavano gli 
altri. Giova beQs\ riportare una iscrizione inedita, 
ritrovata pucbi anni sono nella villa Moront 
presso la porta S. Sebastiano, ora nel MaSeo 
Pio-Clemeoùno, eh' è la seguente: 

nOnAIOS • 2ESTI 

A102 • nonAioT 

Y102 - AHMHTPIOS 
TPAraAOS ■ ANIKIITOS 

Cioè: Publius SextìUus Publii filius Demetrius 
Tragoedus invictus. 

Un simil Tragedo infitto k ìl rappresentato in 
questo bassorilievo. 

B. V, num. 8 e 9. Due immagini del Bacco 
barbato sona espresse sotto questi due namerL 



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528 

Zia figura sola è ìbcìm ia ud preàoso' topaào 
ffik del Mawo : Csrpegaa , ora del Vadcano*. pub- 
blicalo dal Baonarroti {Osservttùoni sopra £ 
medaglioni, ec pag. 44° )• Rappresenta Bacco 
barbato > vestito d* uaa specie di tunica o aiolà 
muliebre, come il preteso Sardanapolo, al cui 
profilo si rassomiglia nella fisonomìa e nell'ac- 
conciatura del capo. Ha in mano il cantaro, 
come appanto il Bacco barbato descrìtto da Faa- 
sania nell'arca di Cipselo, v. ig. Siccome al- 
cuni tuo chiamalo sif!atte figure col nome di Sa- 
cerdoti di fiacco , il cammeo rappresentato net 
num. 8 pro?8 che siffiitte figure per lo pìb la 
divinità stessa adombrano, e non i suoi sacer- 
doti. Vedesi la stessa figura precisameate del 
descrìtto intaglio collocata sopra una base e sotto 
un albero, a cui un Fauno ed una Baccante 
preparano il sacrìfizio d' una capra. Questo cam- 
meo di stupendo artifizio appartiene alla datti- 
lioteca del sig- prìncipe Stanislao Ponialowscki. 
Due simili figure trovansi nel Museo Odescal* 
Vhi ai no. 17 e t8 rappreseauie in due gemme; 
quella del n. 18 sembra una co[Ha in profilo 
del nostro Sardaoapalo si nel panoeggìameDia 
ravvolto , che nella disposizione delle membra. Il 
P. Galeotti li ha spiegad per sacerdoti di Bacco, 
figure uf&tte hanno qualche volta il moggio sul 
capo. L'aveva il bellìsùmo erma di Bacco bar- 
bato , già della rìlla Negroni « ora del lodato 
Mg. Jengkins: lo hanno due simili-fig[ure nel bel 
sarcoiàgo rappresentante uu Baccanale presso 
l'em. sig. card. Casali. 

Do,1,7cd.yGoOglc 



Sa, 

B. ^, n. IO. Qnetu ùngolare atataa di Dì- 
dono , meotovau (U noi alla tav. XL , pag. aSS 
ù coDserra Del palazzo Barberini > ora ae le dà il 
nome dì ArìaoDa. Ha i piedi antichi ao calzata 
e F altro no, dbtint̥0 da coi rabbiam pottwt 
riconoaeere per UidoDe. U pugnale è aggiuoto 
ad disegno. La perfetta ùnùglianza che ha colla 
aoxra - è evidente. 

fi. VII, OD. ti e 13. Ho riportate aotto questi 
due numeri le due diverse medaglie di Tarso » 
che ci presenUDO la figura di Sardanapalo, qaal 
Tedeaw io Anchìalo, citih dirnu della Cilicia 
vicino a Tarso, 5Col{»ta sul suo monamemo, 
parchi se ne scorga la total dissimiglianza che 
ha col simulacro detto di Sardanapalo. 

È necessario avvalorare la spiegazioae che Ù 
dà a questi tipi, come rappresentanti quel cele- 
bre re , che fa prodotu dal Begero ( Tesoro 
Brandemburg. 1 tom. I, pag. 5o7), e poiu in 
dubbio dal Gronovio ad Arriano di Nicomedia 
(<2ff «xpedit. Alexandria lib. ii, cap. 5). Oltre 
il gesto della figura, che ha una mano levata 
in allo, e non disconviene alla descrizione che 
danno Strabone ( lib. xit ) , Snida ( in tapBa»»^ 
mUoc e in 'Oj(ivo ) , ed Ateneo ( lib. xu , , 7 ) 
della immagine di Sardanapalo in Anchialo , 
che colla mano così levala suva in atto dì far 
colle dita uno scoppio : si dee osservare che 
tatti gli scriuorì che parlano di questa figura, ce 
la danno come scolpita sul moaumenio stesso 
di Sardanapalo. Ora una della <hia medaglie, ce 



Do,:,7cdDyGoOglc 



35o 

r iodica ««ilpita appasto sulla faccia d'%ina pi- 
ramide, fi^ra propria de' sepolcri. Dippiii Slra- 
boae e' insegna che non era una statua , eotn» 
si créde comUDemente . ma bensì un bassorilievo» 
«Woc>U3ifo< (Strabone 1. e-, ed Ateneo xti, 7), 
e la medaglia al o. 1 3 ce la moatra appunto a 
bassorilievo. Finalmente Snida io '0;|rm) ci de- 
scrive Sardanapalo in quel monumento vestito alla 
Bianiera Lida, e succinto (àniorftsuov Avhffxi): 
e succinu è nelle medaglie la Bgunt che ai pre- 
tende Sardanapalo, anche in ciò assai diversa 
dalla nostra statua, e appunto in abbigliamento 
aimite al Frigio , che si confonde col Lido. Fi- 
nalmente la fignra della medaglia ha la faretra, 
e faretrati rappresentavaosi i re dell' Assiria, onda 
Giovenale ha dato a Semiramide l'epiteto di 
pkaretrata. 

Posto donane che il ape di tali monete di 
Tarso ci presenti Sardanapalo , la diveraitb dalla 
nostra statua è troppo grande per ravvisarvi lo 
slesso soggetto. (Vedasi la tavola XLI, pag. 357^ 
Il Sardaoapalu della medaglia è imberbe,barbatt è 
la nostra statua : il Sardanapalo della medaglia è sne- 
cinto, avvolta in lungo e grandioso abito talare 4 la 
nostra statua. Potevano aver di comune il gesto n 
qualche simbolo Bacchico, che forse avran cagio* 
nato l'antico errore di ohi scrisse sul nostro Bacco 
barbalo il nome di Sardanapalo. 

Per altro Wiackelmaon che prodocendo un 
altro Sardanapalo non molle ed effeminato, aoxi 
valoroso e guerriero, ha creduto espresso nel 



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5St 
•imnlaero i|DeM*DmiBO, non ht ouerrato, cfaa 
eoloro che TOglìoo distioguerfl ptii Sardaccpali^ 
a questo appunto attribuiscono l'ìmougine di 
Anchialo , la quale è por div»tÌMÌma dalla no* 
atra suina. 

Riguardo poi alla moldpUcità de' Sardanapali^ 
qoeMa forte non k dorala ohe. alla coofaHonOi 
e alla ìnesattena delle greche notizie circa la 
atoria de're dell'Oriente. Sapendo i Greci che 
ana dalle gran rivolozioni dell' impero Aatiro en 
aeguita sotto Sardaoapaloi han confuse questa 
rivohuionif e han dato sempre il nome di Sara 
decapalo a quel re che ne fu la vitlìma, senza 
«sservare che la prima fu assai lonuna dalla 
McOnda. 

-Gli accademici francasi ch$ faao preteso di* 
mostrare che il Sardanapalo, il cai monumento 
era presso ad Anchialo, fosse diverso ilaU'ultimtt 
re di Ninive, si fondano sul sepolcro apponlo 
di questo re , che irorandosi in Gilicìa non pò- 
tea cootcoer le ceneri di chi si era bruciato in 
Tiinive- Questo fòDdameoto è però assai racil* 
laotc: il moDtimeoto d' Anchialo io Cilicia potcT* 
essere un cenotafio, taatoppiJi che Strabone, Ar- 
riano e Suida si serrono sc^o della vooe wàké/H * 
monumento i e uon della voce ra/poi, sepolàro* 
£ poi BOD molti gli esempli di sepolcri d'uomini 
celebri, ne' quali era certo non poter essere stati 
sepolti; sì perchè ciò alla loro storia coutrad* 
diceva, t\ perchè il sepolcro dello stesso eroe 
vedeau io diversi ed aoche lontani Inoglù. Dio> 



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55a 

Buio f Àlìcmiassò che parla- di jih mpoUcrk 
A' Eoea tatti falsi , e Paataiùa che scopre la stess*, 
meoiogoa io piti Biooaineiiti sepolcrali di grec^ 
•roì, ce lo pt)0*aBO ^a anfficìenta. 

GK abiutori d'Aachialo avraoDO eretto un ce- 
Boufio a Sardaoapélo, giacché la lor citib* come 
la TÌcÌDa Tano, era suu riedificata da quel 
mooarca. L'iscriaioDe a[^os(an o era ripetuta. 
dal sepolcro di Sardanapalo a Niuive mentovalo 
da Aiòitfta presso Ateaeo xii, 7 , o ere ataui 
composta esprestameoie da qualche letterato A.ar 
nro> alla qual nazioDe era la Cilicia seggetta, 
e ftf stesa relativameote alle mauime e alla 
mollezza dì qoel celebre re, la cui morale dopo 
Unti secoli, contro la fama enìversale di tutte 
l' antichità , bau preso a sosteuere mcdtì tUusitì 
letterati francesi ; monsieur Fourmoot, monaieur 
Bouhier (Disfert. sur Sardanapale dopo il com- 
mento di questo letterato alle Tuscolane £ Ci- 
cerone), monsieor Freret (Mem. de C jicad. 
des iTtsarìptiOTis j ec. tòmo tr io 4)? monsiaur 
de Brosses (ilfem. eie., tomo zxi in 4)< « ^w\' 
mente monùeur de Gnignes (Jfent eifc, t zixir 
in 4)i come se fosse cosa strana che un de- 
■pota dell'Asia facesse de' suoi, piaceri la princi* 
pai sua occnpasione> 

La prima delie due medaglie & tratta dal Be- 
gero {Tesoro Brandemburg. ^ !• e), la seconda 
A copiau dallo stesso libro 1 coofrootaodola però 
con due quaù sinuli che si conser?ano presse^. 



Do,1,7cdDyGoOglc 



S55 

monsìgaor Onorato Caetani, e ÌGiiuio parte della 
serie d'aoticbe medaglie rappresentanu edifizj , 
ed Ulustraoti la fioria dell' architeuura, raccolte 
da qael dono prelato. 



Fimt DEL TOKO sicoiipp' 



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INDICE DELLE TAVOLE 

cohtehutb 
KEL SECONDO TOMO. 



T. ■• PlatoDe 

1. a Fiutone e ProierpifiB 
a. Dan ai de 

5. EwnUpio ed Igik 

4> Ercole col corancopia 

5- Ercole che tapiice il tripode 

6. Eicole co' cavalli di Diomede 
•j. Ercole cbe abbaile Geriooe 

8. Ercole domatore del Cerbero 

9. Ercole e Telefo 

IO. Ercole detto il Torto dì BeWedeia 

li. Vittoria 

13. Fortuna 

■ 5. Nemetì 

i4> Pndicitia 

i5. Roma 

16. Simulacro Egìtio 

17. Idolo Egiiio 
■8. Statua Egicia 
ig. Mitra 

io. Gianone 

ai. GinnoDe Lanavina 

33. Tenere Vincitrice 
a3. Hiaeiva 

34. La Hata Clio 
95. Enterpa 

36. Helpomenc 

37. Cerere 

38. Bacco 

39. Bacco mena fignra 



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T.3o. Faaao 

» Si. Adonv (dcuo il Marcino) 

* Sa. Adone 
a 53> PefMO 

» 34- Meleagro 
» 35. Ganimede 

> 36. Ganimede 
m 37. Paride 

> 38. AmatoDc 

• 39. Xjaocoonte 

> 4*>- BidoDe 

a 4'- Sdrdtnapalo 

■ ^•t. AlciUade 
» 4^- Focìooe 
» 44- Cleopatra 

a ^5. Aagoilo togate 

a 4& Angnito velata 

a 47- Livia io forma della Pielk 

a 48- Domitia io fonna di Diana 

> 4<>- Adriano in forrn* di Marte 

> So. Lncio Vero 

> 5i. Giulia Soemia io forma di Tenere 
a 5t. Sallnitia in forma dì Tenere 

■ A. I. I. Ercole e Telefo con la cerva. 9. Ercole con 

una donna. 
a A. [I- 3. Ripoto d'Ercole. 4. Ercole e Telefo. 
» A. IH. 5. Nemeii 

> A. rV. 7. Hemeii 

» A. T. 6. Sacerdote Egidio sotto le lembianse di Oro. 8. 
Geroglifici egitj. 

■ A. TI. 9. Plutone. 10.- laide Teimofora. 

a A. TU. II. Modio ipettante a Platone. 19. Giunone 
Lanavina. i3. Testa di Melicerla o*iÌa di 
Portnono 

> B. L I. a. 3. 4- Taio fittile della Galleria GraD'Ducale 

di Fìrenie 

> B. II. 5. Bacco ed Arianna 
• B. III. 6. Bacco barbalo 



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T.B IV. 7. Atto» tragico. 

• B. T. 8. Bacco barbato con un Fauno e nna BbccsoCÌb 

cbe ({li preparano il sacrificio f noa capra. 

9. Bacco barbato col canlato. 
» B. VI. IO. Didone 
a B. vii. ti. 13. Sardaaapalo. 



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